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In realtà sono tornata domenica sera. Undici ore di volo, due ore di scalo, nove ore di fuso orario. E martedì mattina ero su un treno diretto a Bologna per sentire la presentazione di un noto autore di romanzi per young adults (se volete saperne qualcosa di più, andate qui, qui e qui). Raccontarvi tutto dell’ultimo mese, compresi gli ultimi giorni, sarebbe impossibile. Raccontare Vancouver in poche righe sarebbe un delitto e un inganno. Spero di riuscire a dirvi qualcosa di questa esperienza pian piano. Vancouver è una città aspra e dolce al tempo stesso, difficile da capire (soprattutto per un’europea: l’impatto con il mondo e la cultura d’oltreoceano è stato duro per me: lo spirito dei luoghi e della gente è totalmente diverso), ricca di asperità, di grattacieli algidi, di quartieri con facciate scrostate, odorosi di curry o di pesce essiccato, di rioni che conservano ancora lo spirito dei primi insediamenti coloniali, e altrettanto ricca di oasi naturali, spiagge affacciate sull’oceano, foreste semi selvagge popolate da procioni e scoiattoli, mille giardini estremamente curati. La metà della popolazione è di origine orientale (cinesi, giapponesi e coreani), la presenza di indiani è fortissima. I “bianchi” o comunque gli europei o discendenti degli europei, sono in netta minoranza. Ma in fondo là la propria origine non conta così tanto. Tutti sono canadesi. Mille storie e tradizioni si mescolano e sovrappongono, e ne risulta un insieme stordente, e a volte un netto appiattimento culturale. Ogni tanto il ricordo dei nativi perseguita questa società multiculturale in cui i primi canadesi sembrano essere gli unici stranieri.

Ho visitato più parchi che in tutta la mia vita. Ho girovagato fra negozi vintage e eco-friendly. Ho provato la cucina di almeno cento paesi. Ho ascoltato i Rammstein quando dovevo stare sveglia a tutti i costi e Dvorak quando volevo rilassarmi in mezzo alla natura. Ho letto Mrs Dalloway per poter vedere The Hours, e ora rileggerò Mrs Dalloway perché mi ha raccontato di più di me stessa che qualsiasi altro libro. Ho incontrato tantissimi brasiliani e pochi canadesi (ma poi: chi sono i canadesi?). Ho conosciuto persone straordinarie, ma forse non sono riuscita a trarre il meglio da questi incontri. Ho condiviso la camera con una mia coetanea tedesca che mi è stata amica e maestra di vita, e che non dimenticherò facilmente.

Sono stata messa alla prova e ho imparato qualcosa di me stessa. Qualcosa che mi ha sorpresa, forse amareggiata, ma che ora è un punto di partenza per capire ancora più a fondo chi sono e cosa voglio. Mi sono scoperta più immatura di quanto pensassi, ma sono anche cresciuta. E ora sono più consapevole, forse persino più forte. E mi sento pronta alla sfida, sempre più difficile, di diventare una persona completa.

L’incontro di martedì e le lunghe chiacchierate annesse e connesse mi hanno dato diversi spunti di riflessione, oltre ovviamente ad essere stata un’occasione piacevolissima di passare alcune ore con delle persone straordinarie che ormai considero mie amiche.

Ora mi aspettano due mesi tutti per me. Sento che li saprò sfruttare al meglio. Sto buttando giù appunti. Per qualcosa. Spero che sia La Mia Cosa.

Pare che domani parto. La meta è Vancouver, sulla costa occidentale del Canada. Praticamente dall’altra parte del mondo. Quasi tredici ore di viaggio, più due ore e mezza di scalo a Londra. A dire il vero la cosa che mi preoccupa di più è il fatto di partire alle 17 e arrivare alle 18, dopo nove ore e mezza.

Primo volo transoceanico. Primo viaggio extraeuropeo. E per giunta senza genitori/parenti/amici, a parte quelli che mi farò laggiù. Una bella sfida da molti punti di vista. Un viaggio fortemente voluto e desiderato, il miglior regalo per i diciotto anni che mi si potesse fare. Un momento importante per dimostrare a me stessa di sapermela cavare, di essere abbastanza autonoma e matura da andare avanti sulle mie gambe. Ma soprattutto un’occasione irripetibile di esplorare una nuova città e un nuovo mondo da una prospettiva tutta mia.

La cosa che già mi preoccupa parecchio è proprio il viaggio. E non possono non venirmi in mente le traversate dell’oceano dei migranti italiani fra ottocento e primo novecento. Forse un parallelo azzardato, ma la mia trepidazione è tale da farmi sentire incredibilmente vicina a quei contadini del sud che partivano con pochi averi su battelli malmessi e sovraffollati, alla ricerca di un posto migliore, pieni di speranza e incertezza. Anche per me si tratta della scoperta di un nuovo mondo, e, almeno spero, di molte nuove possibilità e nuovi orizzonti, ma si tratta anche di un balzo nel vuoto, organizzato sì con cura, ma comunque pieno di incognite.

In questi giorni sto leggendo, guarda caso, La vista da Castle Rock, di Alice Munro, autrice canadese. Sentivo di dover respirare un po’ dello spirito del posto attraverso le pagine di un suo scrittore. E devo dire di aver scelto piuttosto bene: La vista da Castle Rock racconta proprio della storia della famiglia della Munro, di origini scozzesi, e del loro viaggio oltreoceano. Mi sembra di viaggiare su binari paralleli insieme a questa famiglia di poveri contadini europei, con poche risorse ma fieri e coraggiosi.

Cercherò di farvi avere mie notizie. E spero di potervi raccontare bellissime cose.

P.S. Sono ancora alla ricerca di buone letture, soprattutto per quel che riguarda la letteratura inglese.

La mia avventura nel mondo della danza è cominciata molti anni fa. E’ una passione che mi ha sempre accompagnata, fra alti e bassi, in diverse forme. In particolare negli ultimi due anni l’ho vissuta in modo molto intenso, ho deciso, o forse mi è capitato, di investire molto tempo ed energie fisiche e psicologiche nello studio di quella che considero la più tragica e sublime forma d’arte. Una forma d’arte che ha come strumento la materia più bassa, fragile, corruttibile, indegna, la carne e il corpo, e il più alto degli scopi: fondersi con ciò che c’è al mondo di più spirituale ed etereo, la musica, ma soprattutto, emozionare. Una sfida impari, drammatica e bellissima.

La lezione della danza è una lezione dolorosa ma preziosissima.

All’inizio mi ha insegnato ad amare l’arte per sé stessa, ad allenarmi per il piacere e la gioia che ne traevo, senza guardare a nessun fine. E questa è stata una costante di tutto il mio percorso: anche nei momenti più difficili, l’unico sentimento che mi spingeva a proseguire era l’amore per la danza stessa, quell’appagamento e quella sensazione di benessere, di pace, che solo lei sa darmi.

Poi mi ha insegnato cosa significa dedizione completa: vivere ogni cosa e pensare ad ogni cosa e organizzare la propria vita intorno ad un unico fulcro. E non chiedere niente in cambio. Mi ha insegnato l’importanza delle piccole soddisfazioni quotidiane. Mi ha insegnato che anche quando la fatica, fisica o psicologica, sembra troppo grande bisogna avere la forza e anche l’incoscienza di andare avanti, e da qualche parte troverai le energie. Mi ha insegnato che non esistono sfide troppo grandi, solo menti troppo piccole.

E poi mi ha insegnato che ci sono limiti che non vanno mai superati, e che quando si corre sl filo del rasoio bisogna imparare ad ascoltarsi nel profondo. Ma forse questa lezione l’ho appresa troppo tardi. Solo qualche attimo troppo tardi. Poche settimane e sembrava che tutto dovesse finire all’improvviso e nel peggiore dei modi. Ma poi mi ha insegnato che quando hai un sogno e l’hai coltivato a lungo, devi tenertelo stretto. E allora ho lottato, e lottato, e lottato.

Quando sono salita sul palcoscenico, a giugno, sapevo che sarebbe stata l’unica volta. Nessuna replica. Poche ore per coronare un percorso lungo, impegnativo, doloroso, bellissimo. E’ stato uno dei momenti più emozionanti e struggenti della mia vita, e lo ricordo con grande gioia e nessun rimpianto.

Poi sembrava che tutto fosse finito.

Ma la danza aveva ancora una cosa da insegnarmi. La più importante.

Che non sempre bisogna essere i migliori. Che non sempre è necessario dare il massimo, sfruttare le proprie doti al limite, essere il meglio che si può essere. A volte si può accettare di non essere sulla cima, dove il panorama è mozzafiato ma il rischio di cadere alto.

E infine mi ha insegnato ad accettare dei compromessi. A fare delle scelte. A riflettere su chi davvero voglio essere. In realtà, su questo ancora ci sto lavorando. E intanto spero di non aver sbagliato.

Sono passata da tre ore al giorno a tre ore a settimana di danza. Però continuo a farla, anche se in un primo momento avevo deciso diversamente. Perché fa parte di me nel profondo e non posso farne a meno. E per la prima volta non mi importa di essere al meglio, ma solo di stare bene. E quando, due volte a settimana, vado a danza, sono felice, semplicemente serena.

E quando si affaccia un rimpianto, lo scaccio.

E ora vado a danzare.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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