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Mercoledì (se non erro) è uscito l’ultimissimo capitolo della saga cinematografica di Harry Potter. L’ultimo, basta, fine. La mitica e multimiliardaria Rowling ha dato fondo a tutte le sue energie creative, e sono convinta che le voci su sequel e prequel siano totali bluff: non c’è motivo per scrivere altro, lei è talmente ricca da non sapere dove spendere i suoi soldi, talmente famosa e celebrata da essere praticamente un mito vivente, e per quanto riguarda la storia, aggiungere un solo ulteriore tassello al mosaico realizzato sarebbe un crimine. Gli attori sono esasperati ed esauriti da otto film sul maghetto e penso che non firmerebbero un altro contratto per tutto l’oro del mondo. Insomma, dobbiamo rassegnarci, non avremo altre opere su Harry Potter e compari. Si può dire definitivamente conclusa la più famosa saga letteraria/cinematografica degli ultimi cento anni. Una saga durata dieci anni.

Dieci anni fa io avevo otto anni. L’età giusta per cominciare a leggere le avventure di un giovane mago, appena più grande di me, alle prese con tirannici genitori adottivi prima che con diabolici signori del male e diavolerie stregonesche. E ovviamente me ne sono subito appassionata, come tutti. La verità è che Harry Potter ha segnato una fase della mia vita, una fase piuttosto lunga, e mi è rimasto nel cuore. Per la mia generazione, si è realizzata una singolare e straordinaria sincronia fra la nostra crescita individuale e il progredire delle avventure del maghetto. Con ciò intendo dire che i protagonisti del romanzo crescevano passo a passo con noi, permettendoci di identificarci sempre. Ma non solo: anche la complessità della trama, le tematiche affrontate, i toni sempre più foschi e drammatici, si accrescevano man mano che i nostri gusti letterari si raffinavano. Così che, con alti e bassi, leggere un nuovo volume della saga era sempre un piacere.

E questo è un motivo perché Harry Potter “ci piace” (e mi piace) così tanto. Benché ora potrei liquidarlo come una lettura leggera e un film commerciale, sento di dovere una specie di fedeltà a tutto il mondo di HP, per tutto quello che è significato per me negli anni passati. Ed è significato molto.

Penso che la saga di Harry Potter sia una delle migliori costruzioni di intrattenimento mai realizzate. Dentro c’è tutto ciò che serve per soddisfare il “desiderio di storie” di un giovane: da una parte l’avventura e gli intrighi, che ti tengono incollato alle pagine, quindi tutta la componente magica, meravigliosa, e il fascino di un mondo favoloso costruito nei minimi dettagli, tanto da poter immaginare di camminare per quelle strade, di incontrare quei personaggi, ma d’altra parte un mondo mai troppo distante dal nostro, dominato da logiche simili, e soprattutto incentrato su una scuola, su storie di ragazzi e studenti, storie di amicizia e di amore. In Harry Potter c’è tutto quello che sogniamo, tutto quello che possiamo sognare, perché ci appartiene ma allo stesso tempo è altro da noi.

Ma sono convinta che il successo di HP non sia dovuto solo ad un sapiente dosaggio di elementi narrativi. Penso di saper distinguere un buon prodotto commerciale da un libro ce ha un quid in più. Un quid che non lo rende un capolavoro e che non fa della Rowling un’Artista, ma che lo distingue da molti altri fantasy, pseudo fantasy e simili. E i lettori questo lo sentono. Harry Potter è un libro sincero. Che ti parla di amicizia e di grandi sentimenti e lo fa in modo da renderli più importanti e meravigliosi di tutto il resto. E’ questo a cui il lettore si appassiona: alla personalità e ai sentimenti di ogni personaggio, che pur nelle loro varie declinazioni sono sempre puri e schietti. In HP c’è una limpidezza di cui sentiamo la mancanza. Ciò che cerchiamo in quelle pagine non è tanto l’emozione della magia e dell’avventura, quanto la commozione di trovare quei sentimenti, quelle verità, così coinvolgenti e semplici. E una tale empatia è possibile solo quando lo scrittore crede in ciò che fa e in ciò che dice: è sincero con il lettore.

Harry Potter è una storia tanto semplice da essere straordinaria. Ha qualcosa di universale e qualcosa di estremamente intimo. E amo sentirla raccontare, sempre e comunque.

E’ una settimana, se non di più, che non dormo. Prego che qualcuno mi prescriva un sonnifero davvero efficace entro breve. Ho un lavoro scrittorio molto noioso ma molto incombente da finire. Ultima cosa: nelle ultime settimane sono andata al cinema molto più spesso del solito (anche perché quando i miei neuroni si spengono del tutto causa mancanza di sonno spesso l’unica cosa che riesco a fare è guardarmi un film). Unite i puntini e capirete perché il post di oggi consisterà in poco impegnate e impegnative osservazioni sugli ultimi film che ho visto.

Andiamo a ritroso.

Ieri sera ho visto il Cigno Nero. Ha dato il colpo finale alla mia insonnia. E’ un film che aspettavo da un annetto circa, quando ho scovato in internet la sinossi. L’idea mi intrigava enormemente. Un tema non certo originale, ma senza dubbio affascinante, e per di più trasposto in un mondo, quello del balletto classico, che conosco piuttosto bene e di cui sono perdutamente innamorata. L’idea di usare il filo conduttore del Lago dei Cigni per esplorare il tema della doppia personalità, dell’anima nera che si cela in qualsiasi persona, è folgorante. E non solo perché un film sulla danza fa sempre la sua bella figura, esteticamente parlando, ma soprattutto perché il mondo del balletto è esattamente quella dimensione in cui devi sublimare ogni tipo di pulsione in gesto artistico: la sensualità, la malizia, ma anche l’innamoramento, l’innocenza, sono sentimenti che trovano spazio solo sul palcoscenico, ma lì devono avere la loro esaltazione. Ne consegue che le ballerine sono strane creature, costrette a reprimere ogni sofferenza o emozione, a ricercare la perfezione formale, e allo stesso tempo ad esprimere solo con il proprio corpo sentimenti fortissimi. Le ballerine sono schizofreniche per definizione. Poi il regista mi piace, Natalie Portman mi piace, avevo delle aspettative molto alte. O almeno: ero convinta che la carne al fuoco fosse di ottima qualità. Forse troppo ottima. Il Cigno Nero è un bel film, ma sicuramente non un film straordinario. Natalie Portman esprime con anche troppo pathos la follia e il tormento della nostra Nina, ma in fin dei conti la sua interpretazione conclusiva del cigno nero è superba, e controbilancia alcune pecche. La regia avvolge ogni scena in una patina onirica e indefinita molto efficace, ma ogni tanto indulge ad alcune soluzioni tipicamente horror (il sonoro da infarto in particolare, ma anche la scena della vasca da bagno) che rendono il tutto un po’ meno pregevole. In ogni caso, ti tiene con il fiato sospeso dalla prima all’ultima inquadratura, senza mai far cadere la tensione (che è veramente alta) a fronte di una trama molto esigua. Forse mi aspettavo qualcosa di un po’ meno noir e un po’ più sottile e originale nell’esplorare il tormento interiore di questa ballerina divisa tra la perfetta e algida Odette e la perfida e sensuale Odile. Però ogni regista capace di farmi trasalire d’orrore di fronte ad una scena in cui la protagonista si taglia le unghie ha tutta la mia stima. Una nota pregevole è anche il rapporto con la madre, complesso, sottile e mai banale. Sfuggente e subdolo invece il coreografo, interpretato da un opaco Vincent Cassel. Nota finale da intenditrice: le scene di balletto sono tecnicamente eccellenti, una delizia per gli occhi. Voglio i nomi delle controfigure.

Qualche settimana fa invece mi sono goduta il Discorso del Re, meritato successone agli Oscar. Non avete mai visto un monarca del genere: balbuziente, irascibile, insicuro, con grossi complessi di inferiorità e insospettabili traumi infantili. E non avete neanche mai visto un Colin Firth così, che abbandona la sua perfetta dizione da teatro shakespeariano per una balbuzie mai caricaturale ed eccessiva. Il film racconta del complicato rapporto fra un duca con difetti di pronuncia e la radiofonia, e di come un originale logopedista si inserisca in questo tragico binomio, grazie alla mediazione della volitiva e compostamente affettuosa Lady Lyon. Impeccabile Helena Bonham Carter. Sprizzante scintille Geoffrey Rush: freudiano logopedista di origini australiane e con la passione per il teatro e la recitazione. Il suo anticonvenzionale medico senza licenza aiuterà il futuro re ad acquisire nuova sicurezza e stima di sé, e diventerà per lui l’aiuto più importante: un amico. Sullo sfondo, un’Inghilterra piovosa e tetra alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, una rappresentazione tagliente della nobiltà inglese, ora dissoluta e arrogante, ora inflessibile, legata ad antichi protocolli e ad una vuota etichetta. Sullo sfondo il profilarsi minaccioso del conflitto mondiale, e del Fuhrer, con il suo ineguagliabile e vigoroso eloquio. La violenza verbale di Hitler stride al confronto con il tono pacato, fiducioso e grave di un re Giorgio V finalmente riconciliato con le sue corde vocali. Un film delizioso, acuto, delicato. Una regia senza pecche, pulita e mai indulgente alla piacevolezza. Un gran bel film.

Del Grinta vi ho già parlato, e se dovessero chiedermi a bruciapelo quale di questi tre film mi è piaciuto di più, senza complicati giudizi estetici e cinematografici, risponderei: Il Grinta.

Ah, ho avuto anche la sfortuna di andare a vedere Amore ed altri rimedi. Non cedete alla tentazione di assistere a mezz’ora di nudi di Jake Gyllenhaal che si scopa Anne Hathaway in tutti i modi possibili. Non vale il prezzo del biglietto. E il resto è sconcertante, melenso, noioso.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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