Non va bene che io cominci qualsiasi post scusandomi per non aver scritto negli ultimi tot giorni. Come in tante altre cose, non so rassegnarmi alla mia cronica mancanza di tempo ed energie per fare tutto quello che vorrei. Aggiungete poi che mancano due settimane alla fine della scuola, ho un esame di inglese da preparare, un viaggio oltreoceano da organizzare, e diversi altri assilli e progetti riguardanti l’estate (in ordine sparso lavoro-patente-volontariato). Mettiamola così. La maggior parte delle volte se non scrivo il blog è perché sto scrivendo un racconto. Nelle altre è perché sono troppo stanca per fare qualsiasi cosa che non sia leggere distrattamente qualche articolo altrui.

Siccome stasera sono in quel paio di giorni sabbatici fra prima e seconda stesura di un racconto e non sono poi così sfinita, vi racconterò un paio di cose. Non le più interessanti o importanti che mi siano capitate, ma quelle che in questo momento ho voglia di mettere per scritto.

Qualche giorno fa sono andata a vedere The Tree of Life. Palma d’oro a Cannes. Brad Pitt. Sì, proprio quel film. Diciamo che sono rimasta abbastanza perplessa, e confrontandomi con qualche altro spettatore mi è sembrato che la mia impressione fosse condivisa. Il film è imperniato sulla storia pseudo-verista e pseudo-psicologica-metafisica-esistenzialista di una famiglia medio-borghese dell’America di qualche decennio fa. Prato all’inglese, partite di baseball, pianoforte scordato in sala da pranzo. Quel genere di famiglia perfetta ma non troppo. Il narratore è il maggiore dei tre figli, e attraverso i suoi occhi viviamo il rapporto con il padre severo ed esigente, che desidera il bene di suo figlio in modo del tutto perverso e machista, con la madre affettuosa, ingenua, dolce, dotata di un personalissimo e infantile senso del sacro, con il fratello minore, sensibile e leale. Niente di nuovo, niente di male. Non fosse che Terrence Malick innalza questa piccola vicenda a stigma dell’umanità, intavolando un discorso esistenziale e persino teologico, teleologico ed escatologico che comprende un riassunto della nascita dell’universo in venti strazianti minuti di panoramiche cosmiche, batteri brulicanti, eruzioni vulcaniche, per arrivare persino ai dinosauri, e alcuni passaggi espressionistici tipo la madre che si libra tipo fata turchina sotto “l’albero della vita”, ancora la madre circonfusa di luce e affiancata da due vaghe figure angeliche, per non parlare delle numerose sequenze che hanno per protagonista Sean Penn, alias il narratore da adulto. Sean Penn che si aggira in un grattacielo di acciaio e vetro, Sean Penn che vagabonda in un’asettica casa ultramoderna, Sean Penn che accende una candelina, Sean Penn che arranca su una spiaggia sassosa, Sean Penn che arranca su una spiaggia sassosa e rincontra (in un gap spazio-temporale di cui mi sto ancora chiedendo il senso) se stesso da bambino, il fratello minore, il padre, la madre…

La mia prima reazione è stata: è un film presuntuoso. Un film che vorrebbe essere poetico e terribilmente profondo, che vorrebbe connettere micro e macro e cogliere il senso dell’esistenza umana e dell’universo intero, ma in realtà si rivela solo un’accozzaglia di luoghi comuni, frasi e scene trite, e ben poco di significativo. Poi ho pensato: è un film ingenuo. E’ come se il regista avesse la testa piena di fantastiche idee sul destino e sull’uomo e avesse una gran voglia di comunicartele, ma non avesse mai visto un film o letto un libro. E’ terribilmente ingenuo inquadrare la famigliola americana nel grande disegno divino inserendo a tradimento scene cosmogoniche con di sottofondo il magnificat, perché io a vedere l’eruzione dell’Etna accompagnata dal Requiem penso a Piero Angela, il che è un’associazione abbastanza fastidiosa. E’ ingenuo immaginare l’aldilà o un qualche spazio metafisico di connessione uomo-dio come una spiaggia rosata su cui camminano tutti i tuoi antenati. E forse in questo spirito naif c’è anche qualcosa di positivo, di molto genuino e anti intellettualistico. Poi però ho pensato: e è un film che prende lo spettatore per cretino. Nella mia terza interpretazione il regista si considera una specie di messia o di genio artistico che deve comunicare la sua buona novella alle grandi masse e deve farlo con un linguaggio estremamente scontato.

La conclusione non c’è. Questo film mi ha lasciata davvero perplessa.

Posso però fare un paio di considerazioni non inerenti al senso complessivo del film. Gli attori sono tutti superlativi (eccetto Sean Penn, che è confuso e insensato quanto il suo personaggio: mi chiedo sinceramente come abbiano fatto a spiegargli cosa dovesse effettivamente rappresentare). La regia è sofisticata ed efficace, con inquadrature mobili e fluide, un montaggio balbettante e malinconico, un uso straordinario della luce, che illumina tutte le scene con angolature particolari ma per nulla artificiose, contribuendo al senso di semplicità e immediatezza.

Lista della spesa dei prossimi post, che naturalmente alla fine non scriverò: parlare di Mattatoio n°5, di questa serie di post, e di come Clive Barker mi stia mettendo strane idee in testa.

Rieccomi qui, più viva che morta, o particolarmente viva, non saprei. L’ultima settimana si è consumata fra rush allucinanti di studio (dieci ore nette sui libri in compagnia di una coca cola zero e di tanta liquirizia) e un paio di giornate tanto belle e intense quanto diverse. Mercoledì a Schilpario, al “parco avventura”, dove mi sono scoperta intrepida arrampicatrice di funi e cavi sospesi, e mi sono scorticata gli avambracci sui ponti tibetani (un’esperienza lisergica, camminare su una corda sospesa a una decina di metri da terra con di fronte una collina di conifere e un ruscello che gorgoglia…). Domenica a Torino, per il Salonte del libro: come al solito troppo poco tempo e troppa confusione, ma sono riuscita comunque a fare due chiacchiere con Valberici e ad assistere a due interessantissimi incontri. Ho deciso di essere pigra e di non raccontarvi di Torino: aspetto prima di leggere gli appunti del mio “collega” e poi dire la mia. Voglio però spendere due parole sull’incontro di Licia, che sono riuscita a seguire per metà ma mi ha lasciato una piacevole sensazione. Per vari motivi, è da molto tempo (un paio d’anni forse) che non seguo più né le sue pubblicazioni né il suo blog, ma è un’autrice che ho amato molto. In primis venire a sapere che presto uscirà un suo nuovo libro non propriamente fantasy mi ha molto rallegrata, ho sempre sostenuto che Licia abbia delle possibilità che vanno molto al di là degli angustissimi confini del mondo emerso, e penso che leggerò la sua prossima opera con buone speranze. Per il resto, l’incontro è stata la replica dei numerosi a cui avevo già assistito, ma questo fatto non mi ha infastidita, anzi. E’ stato come sentirsi raccontare di nuovo le vecchie storie di quando eri bambino: sempre con la stessa freschezza, sincerità, entusiasmo. Licia mi piace proprio per il suo essere così diretta, semplicemente appassionata a ciò che fa, onesta con il lettore e con sé stessa.

In ogni caso stasera volevo principalmente parlarvi del libro che ho finito di leggere proprio in viaggio da Torino: Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro. Uno dei moltissimi romanzi che negli ultimi tempi leggo per non sovraccaricare il mio cervello. Non riesco a sostenere letture davvero impegnative, e questo mi amareggia molto. In ogni caso, cerco di leggere qualcosa di comunque interessante, e date le mie esigenze Non lasciarmi era perfetto. Un romanzo piacevole, che si legge in fretta. Soprattutto la prima parte, il flusso di ricordi di Kathy sulla sua infanzia, si legge tutto d’un fiato: un mosaico di episodi sempre soffusi di poesia e levità, ma anche di un senso di mistero che ti spinge a proseguire. La storia è semplice, quasi inconsistente, e ruota attorno alle vite di tre amici, cresciuti in un idilliaco college nella campagna inglese, Hailsham, ma in realtà nient’altro che cloni destinati a donare i propri organi una volta adulti. La verità e l’identità degli studenti di Hailsham serpeggia in ogni pagina senza venir scopertamente spiegata fino alla fine, e in ogni caso una volta chiuso il libro rimangono molti punti interrogativi e molte questioni irrisolte o poco convincenti. Ma in realtà i meccanismi tecnici della creazione dei cloni, della loro crescita e della loro morte non contano affatto nell’economia del romanzo, che non fa altro che sfruttare una crudele metafora per riflettere sull’esistenza umana. E in questo senso, il messaggio di Non Lasciarmi è davvero amaro. Nasciamo all’unico scopo di morire, tutta la nostra esistenza ha come unico fine, termine fisso, certezza, la morte. Non abbiamo un’identità al di fuori di noi stessi, radici precise, un passato in cui rispecchiarci, una storia in cui collocare la nostra esistenza. Il nostro tempo è troppo breve, e niente può salvarci. Né la cultura, né l’arte, né l’amore. Sono tutte illusioni. Non c’è alcuna possibile salvezza. Ma nonostante tutto, è necessario vivere, essere educati al bello, avere la possibilità di essere felici, di coltivare le proprie amicizie, di amare. E’ necessario per permetterci di morire in modo decoroso. Nella totale insensatezza del nostro essere, troviamo una dignità solo nella bellezza, nell’arte, nei rapporti umani. Ma l’unica verità è la morte.

La scena finale del libro vede la direttrice di Hailsham spiegare la verità a Tommy e Kathy: il loro destino è donare i propri organi, e né il loro amore né le qualità artistiche di Tommy potranno permettere un rinvio. Loro sono stati creati solo per il beneficio della medicina. Di fronte all’ingenua incredulità, delusione, amarezza, dei due cloni, il lettore se la ride sotto i baffi: ma non l’avevate ancora capito? Era chiaro! Poi il sorriso muore sulle labbra quando ti rendi conto, rabbrividendo, che tu sei Tommy, tu sei Kathy, di fronte alla cruda realtà della morte e all’insensatezza della vita umana. Sei un bambino che vede infrangersi i suoi sogni, crollare i suoi miti. E alla fine ci si può solo stringere forte l’uno all’altro e tentare di non venir travolti.

Ah, ci hanno fatto un film. Ah, quella che sentite nel trailer è Exogenesis dei Muse.

This is the last chance to forgive ourselves.

Ops, l’ho fatto di nuovo. La sera dopo aver inviato l’ultimo post, parto degenere dopo un lunghissimo silenzio dovuto al mio impegno su altri fronti scrittevoli, mi sono ritrovata a guardare The Hours. Era una di quelle serate in cui mi sentivo parecchio triste senza alcun motivo particolare, e ho pianto per il primo quarto d’ora. Dopo un altro quarto d’ora ho spento il computer e per ora non sono andata avanti con la visione. Benché, per quanto abbia potuto giudicare, è davvero un buon film. ma in quella mezz’ora era successo qualcosa. Qualcosa che non so quanto abbia a che fare con il film, probabilmente pochissimo. Mi è scattato qualcosa in testa. Mi sono resa conto che avevo una storia da scrivere. E non l’avevo inventata, non ci avevo ragionato lucidamente. Era come se la sapessi già da tempo e in quel momento mi fossi detta: io posso scriverla questa cosa. Una semi-rivelazione. Ergo, sto scrivendo come una matta. Non pianifico quasi nulla di ciò che scriverò, eppure non rimango mai ferma di fronte alla pagina bianca. E’ una strana sensazione. Non so cosa ne uscirà fuori, probabilmente nulla di buono, ma intanto mi piace parecchio.

In ogni caso, in questi giorni c’è parecchio su cui riflettere. Penso che siano accaduti più “eventi” negli ultimi dieci giorni che negli ultimi dieci mesi, fra beatificazioni, matrimoni e morti (omicidi) eclatanti. Ecco, mi soffermerei su quest’ultimo. La notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden mi ha certamente colpita, come penso tutti. Ho avuto davvero la sensazione di trovarmi di fronte ad un evento fortemente simbolico, e allo stesso tempo fortemente ambiguo.

Osama Bin Laden era il nome che infestava i telegiornali post 11 settembre, quando io ero già abbastanza consapevole da sentirmi parecchio turbata da quel paio di grattacieli che collassavano l’uno sull’altro. Osama Bin Laden era il simbolo di Al Quaeda, ergo il simbolo del terrorismo, ergo il simbolo del Male Che Minaccia La Società Occidentale. Dopo dieci anni di guerra in Afghanistan, gli Americani lo hanno scovato e ucciso, un’operazione dei servizi segreti inequivocabilmente firmata USA. Giustizia è stata fatta. Chi rompe paga. Dovremmo essere tutti contenti. Invece nessuno è contento, e io sento un disagio e un disgusto ammorbanti.

Le parole di Obama echeggiano un machismo e un militarismo che nemmeno Bush si sarebbe permesso. Ha voluto usare parole forti, immagini forti, messaggi forti. Vendetta, giustizia, patria, salvezza. E così facendo ha smascherato la vanità del suo discorso. Un discorso che avrebbe forse funzionato nel tracollo psicologico post undici settembre. Ma non dopo dieci anni, dopo la crisi economica e la rivoluzione in medio oriente. Non in bocca ad un presidente in difficoltà. Non rivolta ad un’America che comincia a capire di non essere più il centro del mondo, di non essere più il modello economico, sociale e politico dominante, di essere in declino dal punto di vista ideologico e commerciale. Un’America che dubita di sé stessa e dubita del suo presidente. Le parole di Obama sanno di sconfitta. Si avverte l’amarezza di chi porta a casa un trofeo vacuo, che non soddisfa nessuno e non ricompensa nessuna perdita.

Le polemiche fioriscono ancora prima dei festeggiamenti. la paura per le ritorsioni. Le numerose “tesi del completto” (cadavere in mare, foto truccate, farsa totale). E su facebook, quel micidiale calderone di idee e facezie, spunta un link che vorrebbe essere divertente: “il principe si è sposato, il cattivo è morto, cos’è, la settimana di Walt Disney?” Un riso piuttosto amaro. Un segno inequivocabile di una narrazione fallita, ammorbata, che non convince nessuno. Perché tutti sanno di non aver vinto nulla, di non aver sconfitto nessuno. Di aver solo ucciso un uomo. Un uomo che ormai non rappresentava più nemmeno un’idea abbastanza potente. Lo spettro di Osama Bin Laden è sparito quando ci si è resi conto che l’occidente aveva ben altri problemi oltre al terrorismo. Ed ora non c’è più nulla da esorcizzare. Solo un bisogno di risposte più complesse, di motivazioni, di prove. E di narrazioni che siano al passo con i tempi, che diano certezze, vero e false che siano.

Resuscitiamo il blog. La costanza non è il mio forte. Vorrei poter dire che ho avuto molte cose da fare e a cui pensare, ma non sarebbe esattamente vero. In verità ho continuato a fare più o meno le stesse cose, solo in modo parecchio più frenetico. Sono in una strana condizione di nervosismo cronico per cui non riesco a rimanere inoperosa nemmeno per un istante. Devo sempre essere impegnata in qualcosa, meglio se fuori casa e meglio se non troppo impegnativo a livello intellettuale. Ergo il blog è rimasto a fare muffa, perché quando non ti dai il tempo per pensare e riflettere, ancor meno hai tempo e modo per scrivere. D’altro canto mi sono dedicata a un paio di racconti. In realtà non riesco a trovare la tranquillità necessaria per elaborare qualcosa di troppo profondo, ma mi sono impegnata su altri aspetti della scrittura in cui sono sempre stata carente.

Signore e signori, lo confesso. Scrivo storie da prima di riuscire a tenere in mano una penna e non ho mai fatto una revisione degna di questo nome. E ho sempre saputo che questo è il mio maggiore limite. Scrivo di getto e con grande facilità, ma poi non ho alcuna voglia di riprendere in mano la mia opera. Lo trovo noioso, faticoso e poco stimolante. Ad un certo punto però mi sono resa conto che se non avessi imparato a “limare” un poco quello che scrivevo, non avrei più fatto un minimo progresso. E allora ho trovato un metodo per costringermi a fare una revisione decente. Invento una storia semplice, divertente da scrivere, non troppo concettosa ma con qualche spunto interessante. La scrivo, di solito mi basta una serata. Guardo quanti caratteri ho sfornato, e mi impongo di dimezzarli o quasi. Fisso un limite e comincio a pulire, a limare. Così sono costretta a riflettere su ogni frase, su ogni aggettivo, su ogni parola. Ed è naturale che, oltre ad asciugare notevolmente lo stile, sono indotta a perfezionare ogni particolare. Perché questa parola e non un’altra? Perché questa costruzione sintattica? Perché questa frase è qui e non lì? Perché questa coppia di aggettivi? Perché questa punteggiatura?

Rivedo lo stesso racconto una dozzina di volte, e rifletto su ogni parola, su ogni segno. E la domanda principale alla fine è: che cosa voglio dire con questa espressione/frase/termine? Che cosa mi interessa esprimere? E solo così la revisione comincia ad essere qualcosa di divertente e stimolante. Una fase irrinunciabile della scrittura. Con questo metodo drastico ho appreso il piacere di correggere, e ho scoperto che somiglia un po’ a quello di tradurre. Quando cominci a prenderci la mano con le traduzioni dal greco e dal latino, cominci a chiederti: che cosa voleva dire l’autore con questo passo? E come posso esprimerlo al meglio? Fare la revisione di un racconto è un po’ come tradurre sé stessi, razionalizzare, interpretare, quella che in fondo è un’espressione del tutto istintiva e alogica. Quando si scrive, il cervello lavora in un modo speciale. Quando si rilegge, bisogna ragionare da lettori, o meglio da traduttori. Traduttori del proprio io. Affascinante, no?

Tutta questa tirata per introdurre una piccola notizia: prima che sperimentassi questa tecnica di correzione, scrissi un racconto che aveva come tema la presenza degli dei nel mondo degli uomini. Un soggetto molto interessante, soprattutto per una fan sfegatata di Sandman. Il racconto suddetto è stato scritto per un concorso indetto da Writer’s Dream. Dopo qualche mese di attesa, ho scoperto di essere tra i vincitori per il rotto della cuffia. Una sorpresa davvero piacevole e inaspettata. Non ho ancora capito che cosa ho vinto, ma pare che non mi sarà permesso fare alcuna revisione. 🙂

Nell’ultimo post lodavo la primavera? Ecco, per favore, datemi una martellata in testa.

La primavera mi sta uccidendo. O almeno spero che sia quella, altrimenti devo cominciare a pensare alla malaria, il che mi preoccuperebbe un filino di più. Non riesco a pensare ad altro che a dormire. Mi sveglio e ho sonno. Torno a casa e ho sonno. Studio e ho sonno. Mangio e ho sonno. E in effetti non faccio molto altro che studiare-mangiare-dormire, perché invece i miei professori si sono risvegliati dal letargo e ci stanno massacrando con una mole insostenibile di studio e verifiche. Niente di nuovo, in effetti. Scrivere zero. E nemmeno leggere, fatto più unico che raro: le mie letture sono passate da King a un saggio di filosofia interminabile e ben poco stimolante.

Come avrete ormai capito, non sono incline all’ottimismo. Anzi, stasera darò fondo al mio pessimismo radicale descrivendovi tutto ciò che di problematico vedo nella mia esistenza. Come spunto per varie riflessioni deliranti, ovvio.

In primo luogo, sono uno studente. Penso che, in relazione con i tempi, la scuola italiana stia vivendo il suo periodo più nero. O perlomeno la scuola pubblica. Non si tratta solo di un’assurda politica di tagli, ma anche di una disastrosa gestione delle poche risorse e di una serie di proposte (ad esempio la valutazione dei docenti, i test INVALSI, i vari provvedimenti “meritocratici”) totalmente deliranti. Non penso di essere in grado di valutare se si tratti di una scelta consapevole, una volontà di svalutare la scuola e la ricerca universitaria perché la si ritiene poco proficua o magari persino per ostacolare la formazione dei cittadini a scopo manipolatorio, oppure di semplice incapacità e negligenza. Probabilmente un po’ e un po’. Quello che vedo è che non abbiamo più né ore né spazi per alcuna attività extracurricolare (non intendo il torneo di calcetto o il ballo di fine anno, ma l’orientamento universitario e i cicli di conferenze), che i soldi bastano appena per pagare i registri, un po’ di carta igienica e il riscaldamento al minimo, e la scuola continua a chiedere contributi alle famiglie. Non si fanno più ore di recupero/approfondimento, e l’organico è al minimo. E anche quest’anno salta la messa a norma del laboratorio di chimica o, più prosaicamente, della terrazza, che non è sicura. Chi va all’università mi dice che non ha ricevuto la borsa di studio pur avendone diritto. Ma penso che la situazione peggiore sia quella di studenti disabili e insegnanti di sostegno. Almeno ho la fortuna di essere sana.

In secondo luogo, sono una studentessa. Ciò significa che ho i voti migliori ma le prospettive lavorative peggiori. E probabilmente farò una brillante carriera universitaria per finire a lavorare part time in un ufficio per poter stare con i bambini. E consideriamo pure l’ipotesi di licenziarmi. Casta, domiseda, lanifica. Fantastico.

E’ ormai chiaro che sono anche una donna. E se devo essere sincera, è forse l’aspetto della mia personalità con cui convivo con più difficoltà. Grave, vero? Quando vedo fuori dalla stazione di Milano Porta Garibaldi un paio di culi al vento in formato gigante, provo disgusto e vergogna. Ma un disgusto e una vergogna tutti maschili, che niente hanno a che fare con l’indignazione. Quando si parla di Rubygate e bunga-bunga mi dico: è questo il ruolo della donna nella società odierna? E’ questo il modo che ci è rimasto per farci un nome, per avere una qualche considerazione? (E poi, ma questo è un altro discorso: è questa la classe politica che ci governa?) Ma non riesco a viverla come una questione personale. Quando vedo perfette mamme-manager con fisici impeccabili, un bebé in braccio e il laptop a tracolla, penso a quante compresse di Tavor prendano al giorno, ma non riesco a figurarmi in una situazione lontanamente simile. Quando vedo modelle di 40 chili per un metro e ottanta mi chiedo quale tipo di società mortifera e post consumista possa generare aberrazioni del genere, e intanto mi peso tutte le mattine. Poi guardo le inchieste del global gender gap e mi preoccupo. Ma come individuo, non come donna.

Oltre a tutto ciò, ho anche l’aberrante desiderio di dedicare la mia vita alla letteratura. Ancora non so come. Se traducendo, scrivendo recensioni per Io Donna, facendo editing, curando una collana editoriale, aprendo una libreria. In ogni caso, sarà dura. Sarà dura perché le librerie sono in fallimento, il mercato editoriale si sta imbarbarendo su tutti i fronti (non solo nella narrativa) e il discorso culturale-letterario sta degenerando in maniera impressionante. Ogni tanto mi chiedo se la soluzione migliore, e forse anche la più rischiosa, non sia proprio quella di creare uno spazio fisico, e non virtuale (perché sulla rete ci si svaga, non ci si impegna), per raccogliere chi ha voglia di qualità e di discussione, offrire a tutti una tazza di té, una buona dose di letture e di dibattiti. Oppure volare all’estero.

Perché sono anche italiana, conviene dirlo. E più mi guardo in giro più mi rendo conto che non c’è possibilità di lottare. Si può solo soccombere o fuggire. Con la coda fra le gambe e tanta nostalgia per un paese che non è mai stato patria ma che mi ha comunque offerto molto. Questa è l’aria che tira fra le “nuove generazioni”. Tanta sfiducia, tanta rassegnazione. Tutti vogliono andarsene, ma non sanno se ne avranno i mezzi e la possibilità. E le qualifiche adeguate. Tutti sognano la vita all’estero, con una punta di utopia, direi, ma soprattutto con tanta amarezza. Questo soprattutto mi spaventa.

Beh, la primavera porta tanta stanchezza, ma anche una certa voglia di cambiamento. Forse porterà anche quella determinazione che mi serve per non rassegnarmi.

Questo progetto mi è piaciuto sin da subito. Molto. Oggi si tende assai spesso ad osservare i fatti senza agire. Penso sia una stortura causata dall’era dell’informazione. Forse non siamo capaci di provare una vera empatia per le vittime di una tragedia a cui assistiamo dalle nostre postazioni pc/tv. Ma soprattutto non stabiliamo alcun tipo di contatto, di relazione, tra la nostra vita e la nostra realtà e quello che vediamo. E’ come se, soprattutto di fronte al dolore, l’indigestione di informazioni causasse un senso di straniamento, un’incapacità di concepire che ciò che vediamo è perfettamente e totalmente reale. E ne consegue che più le possibilità di intervenire o di dare un piccolo aiuto si moltiplicano e diventano più immediate e semplici, meno vengono sfruttate.

Inoltre penso che nel ruolo e nel mestiere dello scrittore sia insito il rischio di limitarsi ad osservare la realtà dall’esterno, senza intervenire se non con la propria opera artistica.

Così l’iniziativa di Lara Manni mi ha davvero colpita positivamente, e ancora di più mi ha impressionato e rallegrato il grande seguito che ha avuto, così come l’efficienza e la velocità con cui, lei e molti altri, hanno realizzato questo progetto. Ho avuto l’impressione che tanti avessero la volontà di fare qualcosa per aiutare il Giappone e aspettassero solo un’occasione simile. E’ stata una chiamata alle armi.

Inoltre offrire dei racconti in cambio di un aiuto umanitario è un gesto di grande bellezza e significato. Equivale a nobilitare la propria arte, e a sottolineare ancora una volta il nesso strettissimo fra narrazione e vita. Raccontare per vivere. In un momento drammatico come questo è importante come non mai stringersi attorno ad un fuoco e evocare qualcosa che ricordi che vale la pena restare uniti e andare avanti.

Ho letto un paio di racconti, davvero apprezzabili, e ho lasciato la mia monetina.

E poi mi sono detta, perché non faccio qualcosa anch’io? All’inizio avevo scartato l’ipotesi a priori: non mi sentivo in grado, il pensiero di vedere il mio nome accanto a quello di alcuni autori mi dava i brividi. Insomma, avrei fatto una gran magra figura. E poi non avevo tempo, come al solito.

Però, però, però, un’idea ha cominciato a stuzzicarmi. Un’idea per un racconto che sarebbe stato proprio adatto all’occasione. Un’idea non originale, ma che aveva il suo fascino.

Mi sono sentita chiamata in causa. Mi sono detta: perché non anch’io, perché non partecipare, perché non far sentire che ci sono, che mi importa, che apprezzo tutto quello che si sta facendo. Al diavolo il tempo, rosicchiando un paio d’ore di qua e di là sono riuscita a mettere insieme tre cartelle e a fare una rapida revisione. Il risultato, come al solito, non mi soddisfaceva. Ma nessuno chiedeva dei capolavori. Non dovevo declamare i miei versi dall’Empireo o rivaleggiare con geni della letteratura. Certo, il mio racconto non era al livello di altri, ma nessuno pretendeva che lo fosse. Non c’erano parametri o giudizi o premi. Solo la piccola soddisfazione di poter dire: io c’ero, e ho contribuito come ho potuto. Ecco, questo mi sembra molto bello.

Spero che l’emergenza in Giappone venga gestita al meglio, e che questo paese possa risollevarsi presto da questa terribile crisi. Alcune ferite non si possono curare del tutto. Ma si può guardare avanti e imparare dal passato: rendere belle le proprie cicatrici. Questo è il mio augurio.

P.S. E questo è il mio racconto. Mi sono presa una licenza poetica: in realtà lo tsunami del 15 agosto 1896 è accaduto la sera.

Questo è un periodo intenso sotto molti punti di vista. Più avrei bisogno di ritagliarmi del tempo per riflettere e mettere ordine, più mi ritrovo sempre con tempi troppo stretti. Sono travolta da una valanga di eventi piccoli e grandi, e comincio ad aver paura di viverli senza capirli. Così stasera mi limito a riportarvi una serie di impressioni sparse riguardo a questa settimana. Risalendo da oggi fino a lunedì.

La giornata di oggi e di venerdì mi hanno ricordato, e mai come adesso ne avevo bisogno, che basta davvero poco per essere felici. Prima di tutto: una giornata di sole. Sarò metereopatica, ma quest’inverno è durato anche troppo. Ho voglia di primavera, di sole, sole e ancora sole. E poi ritagliarsi un po’ di tempo per cose semplici e piacevoli: cucinare, leggere un libro, fare un po’ di ginnastica all’aperto. Senza dover sempre inseguire qualche scopo trascendentale. Perché mi va di fare così.

Un palco di due metri quadri e un locale forse di dieci. Tanto rock, indie rock, rock anni ’70. Tanta, tantissima energia, una passione incontenibile. Tanta voglia di divertirsi, di ballare e di cantare, su pezzi che vanno dal repertorio più classico e “divertente”, ai pezzi più dolci e sottilmente romantici, a quelli più potenti e entusiasmanti. Un’ora di ottima musica. Energia che circolava allo stato puro dai musicisti sul palco al loro piccolo ma eccitato pubblico. Uno scambio diretto di emozioni e grinta. Mi sembra incredibile che tutto questo possa succedere in un piccolo locale di Bergamo, con una band tutta bergamasca. Una band, i plastic made sofa, che però dalla nostra angusta provincia sono approdati all’Heineken Jammin Festival e agli States. E che ieri hanno regalato una vera serata di rock a qualche centinaio di ragazzi stipati al massimo tra le quattro mura del nostro piccolo centro giovanile.

Una differenza abissale rispetto alla folla oceanica che riempiva il teatro degli Arcimboldi giovedì per il concerto di Elisa. Tutti in fila nei posti numerati, una massa di impiegatucci che si fingono giovani, gente che sembrava vergognarsi persino ad applaudire. Lei è una delle voci più emozionanti che conosca. Tutto il resto sfiorava il ridicolo: regia, luci, accompagnamento musicale, arrangiamento, coristi. Appena dei mediocri esecutori, senza nessun entusiasmo e senza un briciolo di passione. Una serata piatta, e che non vale il biglietto d’ingresso. Niente a che vedere con una massa di ragazzi che si dimenano e sudano bevendo birra e drink da bicchieri di plastica. Niente a che vedere con l’entusiasmo di chi non deve dimostrare niente a nessuno ed è lì perché ama ciò che fa.

Venerdì un seminario sul mestiere di giornalista. Tra i relatori il direttore dell’Eco di Bergamo. Ci lascia con un’immagine allo stesso tempo amara e appassionata di un mestiere fuori dal tempo. Un professionista che dovrebbe trovare la verità in un mondo in cui l’informazione è troppo veloce per concedere tempo alla verifica, alla ricerca. Perché la verità ha bisogno di tempo, e il suo più grande nemico è il pregiudizio, anche quello istintivo: la prima immediata lettura di un evento non sempre è quella corretta. Un professionista che dovrebbe perseguire la verità pur sapendo che l’oggettività non esiste, che ogni informazione prevede il filtro di un punto di vista. Un professionista che dovrebbe cercare notizie ma oggi ha il compito, sempre più difficile, di selezionare le notizie, di interpretare, mettere ordine in una matassa sempre più aggrovigliata. Un professionista alle prese con la tirannia di internet e del tutto-gratis. Ma la qualità non è mai gratis. Un professionista che affronta studi lunghi e impegnativi, e poi si trova di fronte alla realtà di un sistema editoriale che non assume. Un professionista che non conosce orari e giorni festivi. Ma che è sempre a contatto con tutto ciò che accade, che vive immerso nel proprio tempo. Un uomo curioso, capace in ogni momento di sorprendersi e di farsi domande. Forse la professione più difficile e affascinante del mondo d’oggi. Votata ad un’impresa titanica, eroica: portare la verità nell’età dell’informazione.

Giovedì i 150 anni dell’Unità d’Italia. I festeggiamenti seguiti distrattamente. Mi chiedo se la contestazione a Berlusconi sia il segno che la misura è finalmente colma. Mi chiedo se l’atteggiamento infastidito e irrispettoso della Lega abbia indignato qualcuno in più del solito. E intanto studio che, nei diversi moti rivoluzionari dell’ottocento, nessun patriota italiano è mai riuscito ad ottenere il consenso delle masse contadine, cattoliche, abituate al dominio monarchico e feudale. L’unità d’Italia era un discorso che riguardava le città, quella popolazione urbana che, se non parlava, conosceva la lingua franca di Boccaccio e Petrarca. Quando e come quei contadini sono diventati cittadini italiani?

Lunedì la Gelmini da Fazio. Un intervento insultante e insulso, come al solito. Mi sono sentita presa in giro. Intanto rimaniamo con una scuola in una situazione tragica, e con la sensazione sempre più netta e amara che questo paese non abbia niente da darci. Ma di questo vi parlerò meglio più avanti.

Un ultimo accenno da approfondire: Discesa all’inferno di Doris Lessing. Ne parlerò presto. Intanto, un imperativo: leggetelo.

P.S. Questa iniziativa mi riempie di ottimismo e speranza. Un gesto piccolo ma importante.

Esordisco come al solito dicendo che l’autrice di questo blog non ha particolari conoscenze di geopolitica o questioni energetiche, ma è solo una ragazza che cerca di tenersi minimamente informata e ogni tanto si trova a riflettere su quello che legge.

La notizia del terremoto in Giappone mi ha profondamente scossa, più di molte altre tragedie o cataclismi. Prima di tutto per la sua enorme portata. 6ooo persone fra morti e dispersi, sono cifre che fanno rabbrividire, e di fronte alle quali si può solo tacere, portare rispetto, pregare. Ma anche perché il Giappone è una nazione moderna, evoluta dal punto di vista tecnologico e amministrativo. Una nazione vincente, efficiente, competitiva sul mercato mondiale e avanzata nella ricerca scientifica. Una nazione che mi ha sempre ispirato un sentimento di orgoglio, fierezza, senso del dovere. Una nazione che all’improvviso si è trovata in ginocchio, sopraffatta da una tragedia imprevedibile e terribile, nonostante le loro misure antisismiche siano ben diverse e ben più collaudate di quelle, per fare un esempio, italiane (o aquilane). Insomma, questa tragedia è stato uno shock per tutto il mondo occidentale, perché ha messo a nudo la fragilità di un colosso, ha ricordato ancora una volta che spesso l’uomo è impotente di fronte alle catastrofi naturali. Vedo qualcosa di sinistramente fatale in una tragedia così grande in un paese così forte. Un memento a non essere così arroganti e così sicuri della propria forza.

Certamente mi auguro che l’emergenza venga gestita con la massima efficienza e lungimiranza e che il Giappone goda della solidarietà di tutta la comunità internazionale. Ma i morti rimangono, e il loro numero è terribile e incancellabile.

A causa di questo shock l’Europa intera si sta interrogando nuovamente sul nucleare, e nonostante tutto non posso che esserne felice. Avrei fatto volentieri a meno di uno shock del genere, ma siccome non posso cambiare gli eventi, spero almeno che facciano riflettere. Riflettere sul fatto che il nucleare, anche quando non avvengono incidenti macroscopici, provoca più problemi che vantaggi. Lo smaltimento delle scorie è una questione tuttora non del tutto risolta, e l’uranio non è una risorsa illimitata. Ricorrere al nucleare come fonte energetica è una scelta che sul lungo periodo porta a grossi problemi, a un accumulo delle scorie e a una continua crescita dei costi di manutenzione o smantellamento. In breve è una scelta poco lungimirante e ora come non mai arretrata, poco vantaggiosa. L’ipotesi italiana di attivare centrali nucleari è ora come non mai retrograda, rischiosa, anacronistica, e spero che tutti se ne rendano presto conto. La comunità europea sta riconoscendo la necessità di abbandonare una forma di produzione energetica così dannosa per l’ambiente e la salute, così problematica, e convertirsi alle “energie rinnovabili”. Ma con la consapevolezza che nonostante tutto l’energia pulita difficilmente potrà soddisfare il fabbisogno energetico attuale.

La soluzione mi sembra una sola, e inevitabile. E una volta che, come mi auguro, l’europa si indirizzerà all’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili, apparirà evidente e spontanea. Ridurre il consumo energetico. Puntare al risparmio. Uscire dal circolo autodistruttivo per cui più si consuma meglio si sta.

Mi sembra l’unico futuro possibile, per il Giappone e per noi.

Ieri sera sono tornata da Valencia. Una breve vacanza di carnevale con i miei genitori. Poco entusiasmo alla partenza e ancora meno al ritorno. Forse sono troppo stanca, forse non sono riuscita a prendere gli eventi per il verso giusto, ma questo piccolo viaggio mi ha lasciato un ricordo un poco amaro. Eppure in apparenza è andato tutto per il meglio, senza disagi o imprevisti o brutte situazioni. E perciò, mentre medito sul perché questa vacanza non mi abbia soddisfatta, vi lascio con i momenti migliori delle giornate appena trascorse.

Prima di tutto: Valencia: il cielo azzurro di una città mediterranea e la pulizia e il nitore delle città del nord. Assurdi palazzi art-nouveau, in un esagerato tripudio di modernismo. Strade ampie e dritte, come a Barcellona, e nessuno che si ferma al semaforo rosso (né pedoni né automobili).

Il giardino botanico, un luogo incantato, silenzioso e lontano da tutto, in cui l’incredibile varietà della natura si esprime in tutta la sua meraviglia, e si può trovare ombra e pace su una panchina per leggere un buon libro. Ma anche il parco del Turia, un serpente verde che taglia a metà l’intera città, come una foresta cresciuta per magia nell’antico letto di un fiume prosciugato.

Il mare, naturalmente, il mare. La cui visione basta a riconciliarmi con l’universo.

La Ciudad de las artes y de la ciecias, un complesso di strutture avveniristiche e improbabili, che cambiano forma e identità a seconda dell’angolazione da cui le si osserva. Grossi giocattoli che emergono da un filo d’acqua limpida. L’elmo di un soldato fantascientifico, l’occhio insonnolito di un animale acquatico, lo scheletro bianco e spolpato di un enorme insetto, la cuspide luminescente di una torre atlantidea. Uno spettacolo curioso e straniante.

L’acquario dell’Oceanographic, che ho visitato con l’entusiasmo di una bambina. Due trichechi enormi e dai corpi informi, mastodontici e privi di peso, che fluttuano, si accarezzano, lottano, giocano, con movimenti fluidi e lenti. I cavallucci marini, esseri incredibili a metà fra l’animale e il fossile, il drago e il pesce. I mille colori dei pesci tropicali, infinite sfumature cangianti. Il corpo bianco e fantasmatico di un Beluga che si aggira in una grande vasca che pare piena di nebbia.

Le donne vestite con gli abiti tipici del carnevale valenciano, las fallas: enormi gonne colorate, pettinature incredibilmente complesse, impreziosite da fermagli e gioielli. Sorrisi luminosi e un entusiasmo che scaccia le poche nubi.

Le innumerevoli piazze, vivaci e ariose, dove fa sempre piacere prendere un caffè.

La meraviglia gotica della Lonja, l’antico mercato, con colonne tortili, gargoyle dalle forme fantasiose, capitelli immaginifici. E allo stesso tempo il grigio della pietra e la pulizia delle linee architettoniche che rendono la struttura leggiadra e di un’austerità del tutto estranea al resto della città, sovraccarica e barocca.

Un ristorante vegetariano, circolo culturale e galleria d’arte dove una ragazza dal sorriso vispo e incredibilmente gentile mi ha raccontato della vivacità culturale dei giovani della città e mi ha servito un delizioso cous cous di verdure.

Una libreria antiquaria affascinante e misteriosa, un reperto di un’epoca scomparsa dove i negozi sembravano musei più che luoghi di commercio. Una versione illustrata dell’Iliade, antichissime enciclopedie, strani reggilibri e un gatto accoccolato in vetrina.

E un’ultima nota: per la prima volta a Valencia non solo ho dormito le canoniche otto ore, ma sono anche riuscita a ricordare, al risveglio, i sogni fatti. Mi mancavano, i sogni. Spero non mi abbandonino più così a lungo.

E’ una settimana, se non di più, che non dormo. Prego che qualcuno mi prescriva un sonnifero davvero efficace entro breve. Ho un lavoro scrittorio molto noioso ma molto incombente da finire. Ultima cosa: nelle ultime settimane sono andata al cinema molto più spesso del solito (anche perché quando i miei neuroni si spengono del tutto causa mancanza di sonno spesso l’unica cosa che riesco a fare è guardarmi un film). Unite i puntini e capirete perché il post di oggi consisterà in poco impegnate e impegnative osservazioni sugli ultimi film che ho visto.

Andiamo a ritroso.

Ieri sera ho visto il Cigno Nero. Ha dato il colpo finale alla mia insonnia. E’ un film che aspettavo da un annetto circa, quando ho scovato in internet la sinossi. L’idea mi intrigava enormemente. Un tema non certo originale, ma senza dubbio affascinante, e per di più trasposto in un mondo, quello del balletto classico, che conosco piuttosto bene e di cui sono perdutamente innamorata. L’idea di usare il filo conduttore del Lago dei Cigni per esplorare il tema della doppia personalità, dell’anima nera che si cela in qualsiasi persona, è folgorante. E non solo perché un film sulla danza fa sempre la sua bella figura, esteticamente parlando, ma soprattutto perché il mondo del balletto è esattamente quella dimensione in cui devi sublimare ogni tipo di pulsione in gesto artistico: la sensualità, la malizia, ma anche l’innamoramento, l’innocenza, sono sentimenti che trovano spazio solo sul palcoscenico, ma lì devono avere la loro esaltazione. Ne consegue che le ballerine sono strane creature, costrette a reprimere ogni sofferenza o emozione, a ricercare la perfezione formale, e allo stesso tempo ad esprimere solo con il proprio corpo sentimenti fortissimi. Le ballerine sono schizofreniche per definizione. Poi il regista mi piace, Natalie Portman mi piace, avevo delle aspettative molto alte. O almeno: ero convinta che la carne al fuoco fosse di ottima qualità. Forse troppo ottima. Il Cigno Nero è un bel film, ma sicuramente non un film straordinario. Natalie Portman esprime con anche troppo pathos la follia e il tormento della nostra Nina, ma in fin dei conti la sua interpretazione conclusiva del cigno nero è superba, e controbilancia alcune pecche. La regia avvolge ogni scena in una patina onirica e indefinita molto efficace, ma ogni tanto indulge ad alcune soluzioni tipicamente horror (il sonoro da infarto in particolare, ma anche la scena della vasca da bagno) che rendono il tutto un po’ meno pregevole. In ogni caso, ti tiene con il fiato sospeso dalla prima all’ultima inquadratura, senza mai far cadere la tensione (che è veramente alta) a fronte di una trama molto esigua. Forse mi aspettavo qualcosa di un po’ meno noir e un po’ più sottile e originale nell’esplorare il tormento interiore di questa ballerina divisa tra la perfetta e algida Odette e la perfida e sensuale Odile. Però ogni regista capace di farmi trasalire d’orrore di fronte ad una scena in cui la protagonista si taglia le unghie ha tutta la mia stima. Una nota pregevole è anche il rapporto con la madre, complesso, sottile e mai banale. Sfuggente e subdolo invece il coreografo, interpretato da un opaco Vincent Cassel. Nota finale da intenditrice: le scene di balletto sono tecnicamente eccellenti, una delizia per gli occhi. Voglio i nomi delle controfigure.

Qualche settimana fa invece mi sono goduta il Discorso del Re, meritato successone agli Oscar. Non avete mai visto un monarca del genere: balbuziente, irascibile, insicuro, con grossi complessi di inferiorità e insospettabili traumi infantili. E non avete neanche mai visto un Colin Firth così, che abbandona la sua perfetta dizione da teatro shakespeariano per una balbuzie mai caricaturale ed eccessiva. Il film racconta del complicato rapporto fra un duca con difetti di pronuncia e la radiofonia, e di come un originale logopedista si inserisca in questo tragico binomio, grazie alla mediazione della volitiva e compostamente affettuosa Lady Lyon. Impeccabile Helena Bonham Carter. Sprizzante scintille Geoffrey Rush: freudiano logopedista di origini australiane e con la passione per il teatro e la recitazione. Il suo anticonvenzionale medico senza licenza aiuterà il futuro re ad acquisire nuova sicurezza e stima di sé, e diventerà per lui l’aiuto più importante: un amico. Sullo sfondo, un’Inghilterra piovosa e tetra alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, una rappresentazione tagliente della nobiltà inglese, ora dissoluta e arrogante, ora inflessibile, legata ad antichi protocolli e ad una vuota etichetta. Sullo sfondo il profilarsi minaccioso del conflitto mondiale, e del Fuhrer, con il suo ineguagliabile e vigoroso eloquio. La violenza verbale di Hitler stride al confronto con il tono pacato, fiducioso e grave di un re Giorgio V finalmente riconciliato con le sue corde vocali. Un film delizioso, acuto, delicato. Una regia senza pecche, pulita e mai indulgente alla piacevolezza. Un gran bel film.

Del Grinta vi ho già parlato, e se dovessero chiedermi a bruciapelo quale di questi tre film mi è piaciuto di più, senza complicati giudizi estetici e cinematografici, risponderei: Il Grinta.

Ah, ho avuto anche la sfortuna di andare a vedere Amore ed altri rimedi. Non cedete alla tentazione di assistere a mezz’ora di nudi di Jake Gyllenhaal che si scopa Anne Hathaway in tutti i modi possibili. Non vale il prezzo del biglietto. E il resto è sconcertante, melenso, noioso.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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