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Per chi durante l’anno studia tanto quanto me, l’estate è sempre una strana bestia. All’inizio rimango sempre un po’ sconcertata da questa titanica distesa di giorni liberi: com’è possibile che riuscirò a riempirla con qualcosa di diverso del ripasso dei verbi greci? (che attualmente è esattamente all’ultimo posto delle mie priorità… Mannaggia, meglio non pensare che ci sono anche i compiti) Mi sembra sempre impossibile immaginare una vita senza scuola, e in preda all’ansia cerco di progettare centinaia di attività per tenere lontana la noia. Perché, nonostante tutto, nonostante la stanchezza e lo stress, l’ozio è il mio peggior nemico: se non faccio nulla, mi sento totalmente inutile, la mia stessa esistenza perde senso e consistenza, sprofondo nel malumore e nella depressione. E’ un mio grosso limite: forse il giorno in cui riuscirò a non fare nulla e a stare bene mi sentirò davvero realizzata. Forse.

In ogni caso, il primo mese di vacanza è trascorso in fretta in quel di Vancouver. La prima settimana a casa è stata una lotta per riadattarsi agli orari e al clima nostrani. La seconda settimana, ovvero quella che sta finendo adesso, sono cominciate le danze.

La cultura prima di tutto. Ho cominciato a leggere I Demoni di Dostoevskij. Per ora lo sto apprezzando molto, anche di più de L’Idiota, che mi aveva molto colpito. Seguire le evoluzioni di questi aristocratici e bizzarri intellettuali nella buona società sovietica è intrigante e sconcertante al tempo stesso. C’è sempre qualcosa di ostico, di difficile, di incomprensibile, nei grandi romanzi russi. E’ come se ti richiedessero di pensare con una testa e guardare con occhi radicalmente diversi dai tuoi, e quindi esigono uno sforzo notevole, a volte impossibile. In breve la mia opinione è questa: un romanzo russo all’anno basta e avanza, ma quello bisogna goderselo dalla prima all’ultima sillaba. Difficilmente le altre letture saranno tanto raffinate e monumentali.

In ogni caso, non riuscirò mai a leggere tutto quello che mi ero proposta. Ma tutto sommato l’avevo già messo in conto nel momento in cui progettavo le mie letture.

In secondo luogo sto cominciando a muovermi per fare la patente. Vorrei dare la teoria a settembre. Senza contare che attualmente anche solo l’idea di mettermi al volante mi terrorizza. Non ho mai guidato nemmeno il triciclo. Solo negli ultimi mesi ho preso l’abitudine di spostarmi in bicicletta, e ho rischiato la vita un centinaio di volte. Quindi, sarà un’impresa non da poco.

Ma la grande novità della settimana è arrivata del tutto inaspettata. Ho adottato una gattina, in un colpo di testa che non mi spiego del tutto nemmeno ora. A dire il vero, sono sempre stata affascinata dai gatti. Sono degli animali belli, fieri, indipendenti, starei delle ore ad osservarli muoversi, giocare, esplorare ogni singolo angolo del loro territorio. E inoltre mi sarebbe piaciuto avere un animale di casa. In un certo senso, sentivo il bisogno di avere un batuffolo di pelo di cui prendermi cura, pensavo che mi avrebbe potuto insegnare qualcosa di nuovo, abituare a un nuovo spirito di vita e a nuove felicità. Ma i miei genitori si sono sempre opposti all’idea di avere un gatto. La verità è che in famiglia c’è già un vecchio cagnolino, che io ho obbligato i miei genitori a prendermi quando avevo sei anni e di cui poi non mi sono occupata minimamente. Ma bisogna ammettere che ora sono cresciuta. E poi, a me i cani non sono mai piaciuti, li trovo insulsi e un po’ stupidi. In buona sintesi, ora mi ritrovo con un felino di pochi mesi in casa. Bellissima: pelo tigrato grigio di rara eleganza, due occhioni verdi, un muso intelligente. E’ molto abituata alla presenza umana, ed è intelligente e curiosa. Come immaginavo, avere un cucciolo in casa è un’avventura. Nonostante la adorassi, i primi giorni sono stati difficili: non sapevo come comportarmi, mi sentivo incapace e inadeguata, a tratti anche oppressa da questo cucciolino che sembrava non volermi lasciare in pace in nessun momento. Infatti appena arrivata cercava le coccole molto spesso ed era molto affettuosa, ma ora che si sta ambientando passa sempre più tempo a giocare come un’indemoniata e a esplorare ogni armadio e cassetto piuttosto che a succhiare il mio povero braccio. Stiamo tutte e due imparando a prenderci i nostri spazi e a non preoccuparci troppo l’una dell’altra. C’è il momento per giocare insieme o per fare due coccole, ma ho anche bisogno dei miei momenti per scrivere, studiare, o semplicemente fare le mie cose. Non devo continuamente preoccuparmi di dov’è la gattina e di cosa sta facendo, e viceversa se lei è troppo invadente (ma sta imparando a tenersi alla larga quando la ignoro) una porta chiusa funziona sempre. Insomma, la mia gattina, che ho chiamato Ivy, mi sta insegnando da una parte la gioia e la soddisfazione di prendermi cura di un cucciolo e di passare del tempo con lei, ma anche la necessità di rivendicare i miei spazi, nonché l’importanza di vivere con più leggerezza: non devo vivere ogni minima responsabilità come uno stress. Una lezione importante da un maestro inaspettato.

In questo turbine di energia felina, sto continuando a scrivere appunti per una storia che mi ronza nella testa da un po’. Imbastire il racconto è una fatica colossale, richiede molte energie e molta perizia, ma quando i nodi cominciano a venire al pettine e gli ingranaggi a girare la soddisfazione è grande. E si comincia a desiderare di battere sui tasti parole meno aride, cominciare a narrare.

Così tengo lontana la noia. C’è sempre qualcosa da fare, la sera arriva veloce, e la stanchezza è sempre tanta ma gradita. Un’estate intensa e piena di piccole nuove esperienze, di piccole nuove occasioni per crescere. A proposito: settimana prossima comincerò a fare volontariato. Sono eccitata e terrorizzata, ma di questo vi racconterò a tempo debito.

In realtà sono tornata domenica sera. Undici ore di volo, due ore di scalo, nove ore di fuso orario. E martedì mattina ero su un treno diretto a Bologna per sentire la presentazione di un noto autore di romanzi per young adults (se volete saperne qualcosa di più, andate qui, qui e qui). Raccontarvi tutto dell’ultimo mese, compresi gli ultimi giorni, sarebbe impossibile. Raccontare Vancouver in poche righe sarebbe un delitto e un inganno. Spero di riuscire a dirvi qualcosa di questa esperienza pian piano. Vancouver è una città aspra e dolce al tempo stesso, difficile da capire (soprattutto per un’europea: l’impatto con il mondo e la cultura d’oltreoceano è stato duro per me: lo spirito dei luoghi e della gente è totalmente diverso), ricca di asperità, di grattacieli algidi, di quartieri con facciate scrostate, odorosi di curry o di pesce essiccato, di rioni che conservano ancora lo spirito dei primi insediamenti coloniali, e altrettanto ricca di oasi naturali, spiagge affacciate sull’oceano, foreste semi selvagge popolate da procioni e scoiattoli, mille giardini estremamente curati. La metà della popolazione è di origine orientale (cinesi, giapponesi e coreani), la presenza di indiani è fortissima. I “bianchi” o comunque gli europei o discendenti degli europei, sono in netta minoranza. Ma in fondo là la propria origine non conta così tanto. Tutti sono canadesi. Mille storie e tradizioni si mescolano e sovrappongono, e ne risulta un insieme stordente, e a volte un netto appiattimento culturale. Ogni tanto il ricordo dei nativi perseguita questa società multiculturale in cui i primi canadesi sembrano essere gli unici stranieri.

Ho visitato più parchi che in tutta la mia vita. Ho girovagato fra negozi vintage e eco-friendly. Ho provato la cucina di almeno cento paesi. Ho ascoltato i Rammstein quando dovevo stare sveglia a tutti i costi e Dvorak quando volevo rilassarmi in mezzo alla natura. Ho letto Mrs Dalloway per poter vedere The Hours, e ora rileggerò Mrs Dalloway perché mi ha raccontato di più di me stessa che qualsiasi altro libro. Ho incontrato tantissimi brasiliani e pochi canadesi (ma poi: chi sono i canadesi?). Ho conosciuto persone straordinarie, ma forse non sono riuscita a trarre il meglio da questi incontri. Ho condiviso la camera con una mia coetanea tedesca che mi è stata amica e maestra di vita, e che non dimenticherò facilmente.

Sono stata messa alla prova e ho imparato qualcosa di me stessa. Qualcosa che mi ha sorpresa, forse amareggiata, ma che ora è un punto di partenza per capire ancora più a fondo chi sono e cosa voglio. Mi sono scoperta più immatura di quanto pensassi, ma sono anche cresciuta. E ora sono più consapevole, forse persino più forte. E mi sento pronta alla sfida, sempre più difficile, di diventare una persona completa.

L’incontro di martedì e le lunghe chiacchierate annesse e connesse mi hanno dato diversi spunti di riflessione, oltre ovviamente ad essere stata un’occasione piacevolissima di passare alcune ore con delle persone straordinarie che ormai considero mie amiche.

Ora mi aspettano due mesi tutti per me. Sento che li saprò sfruttare al meglio. Sto buttando giù appunti. Per qualcosa. Spero che sia La Mia Cosa.

Pare che domani parto. La meta è Vancouver, sulla costa occidentale del Canada. Praticamente dall’altra parte del mondo. Quasi tredici ore di viaggio, più due ore e mezza di scalo a Londra. A dire il vero la cosa che mi preoccupa di più è il fatto di partire alle 17 e arrivare alle 18, dopo nove ore e mezza.

Primo volo transoceanico. Primo viaggio extraeuropeo. E per giunta senza genitori/parenti/amici, a parte quelli che mi farò laggiù. Una bella sfida da molti punti di vista. Un viaggio fortemente voluto e desiderato, il miglior regalo per i diciotto anni che mi si potesse fare. Un momento importante per dimostrare a me stessa di sapermela cavare, di essere abbastanza autonoma e matura da andare avanti sulle mie gambe. Ma soprattutto un’occasione irripetibile di esplorare una nuova città e un nuovo mondo da una prospettiva tutta mia.

La cosa che già mi preoccupa parecchio è proprio il viaggio. E non possono non venirmi in mente le traversate dell’oceano dei migranti italiani fra ottocento e primo novecento. Forse un parallelo azzardato, ma la mia trepidazione è tale da farmi sentire incredibilmente vicina a quei contadini del sud che partivano con pochi averi su battelli malmessi e sovraffollati, alla ricerca di un posto migliore, pieni di speranza e incertezza. Anche per me si tratta della scoperta di un nuovo mondo, e, almeno spero, di molte nuove possibilità e nuovi orizzonti, ma si tratta anche di un balzo nel vuoto, organizzato sì con cura, ma comunque pieno di incognite.

In questi giorni sto leggendo, guarda caso, La vista da Castle Rock, di Alice Munro, autrice canadese. Sentivo di dover respirare un po’ dello spirito del posto attraverso le pagine di un suo scrittore. E devo dire di aver scelto piuttosto bene: La vista da Castle Rock racconta proprio della storia della famiglia della Munro, di origini scozzesi, e del loro viaggio oltreoceano. Mi sembra di viaggiare su binari paralleli insieme a questa famiglia di poveri contadini europei, con poche risorse ma fieri e coraggiosi.

Cercherò di farvi avere mie notizie. E spero di potervi raccontare bellissime cose.

P.S. Sono ancora alla ricerca di buone letture, soprattutto per quel che riguarda la letteratura inglese.

La prima cosa da cui si capisce che oggi è un nuovo giorno è che c’è un gran bel sole. Di quelli che non si vedevano da settimane. Cielo azzurrissimo, senza una nuvola, luce limpida e tersa. Mi sembra di rinascere. Nonostante abbia ancora un po’ di ore di sonno arretrato, mi sono svegliata con un’energia tutta nuova.

Non so quanto il mio buonumore sia influenzato dai risultati referendari. Molto, probabilmente. Nonostante tutto, la notizia del raggiungimento del quorum ha qualcosa di inaspettato e incredibile. Un segno forte, soprattutto dopo le amministrative, un’espressione decisa della volontà di cambiare, e di cambiare in una direzione precisa. E se rispetto alle elezioni mi riservavo qualche scetticismo, ora sento davvero che qualcosa sta cambiando. Perché al referendum non sono in gioco le stesse logiche di partito, di destra e sinistra, e anche gli slogan e i discorsi demagogici hanno un sapore diverso, meno indigesto. Sento che questo referendum esprime davvero la volontà degli italiani, un nuovo spirito degli italiani, al di là dei meccanismi maggioranza-opposizione, delle semplificazioni ideologiche, degli interessi politici.

Qualcuno ipotizza (non solo un illustre metallaro, ma anche Napolitano su l’Espresso) che il Cavaliere abbia un ultimo asso nella manica, ancora meno legale e istituzionale del solito. Vada come vada, meglio un colpo di stato che una falsa democrazia. Almeno potremo guardare in faccia il nostro nemico, smascherato.

Passando ad argomenti totalmente diversi, ma non per questo meno eccitanti, fervono i preparativi per la mia partenza alla volta del Canada, e nel turbine degli ultimi acquisti mi sono resa conto di dover fare un piano delle letture estive. Questa è un’ardua impresa in cui vi chiedo consiglio. L’estate è l’unico periodo in cui posso affrontare letture più impegnative del solito, e porre un’attenzione particolare a quello che leggo. Perciò bisogna scegliere e valutare, valutare e scegliere.

Al di là delle letture obbligatorie di inglese e italiano (che constano di ben sei libri la cui lettura sarà sangue e dolore). Volevo leggere un bel romanzone russo (pensavo ai fratelli Karamazov, ma in effetti non ho mai letto Tolstoj, e questa è una grave mancanza) e forse un colosso francese tipo I Miserabili. Se ce la faccio, leggo tutto l’Orlando Furioso. Quindi volevo finalmente fare la mia conoscenza con la letteratura tedesca (ah, devo leggere obbligatoriamente I dolori del giovane Werther. Suggerimenti più interessanti?). E poi volevo leggere un americano: un classico o un contemporaneo? Bisogna anche tenere in considerazione che almeno gli  anglofoni vorrei leggerli in lingua originale. Poi mi piacerebbe leggere qualcosa di davvero insolito.

Insomma, un’estate intensa.

Ah, non vi viene voglia di andare a Venezia?

E’ finita.

Niente più lunedì mattina tetri e lugubri. Niente più sveglia alle sei e mezza. Niente più panico per interrogazioni e verifiche. Niente più stress di fronte a una quantità disumana di studio. Niente più ore e ore snervanti ad ascoltare le lezioni di una persona che detesti. Niente più sangue amaro per le continue vessazioni e mancanze di rispetto. Niente più preoccupazioni per programmi lasciati a metà e argomenti affrontati sommariamente. Niente più file alle macchinette del caffé. Niente più maratone di studio in compagnia di una lattina di coca cola zero. Niente più pomeriggi in biblioteca con il naso sui libri. Niente più ore di sonno arretrato e stanchezza che si trascinano per settimane e settimane. Niente più sabato sera a letto presto perché non si ha la forza per uscire di casa.

Per tre mesi.

Cos’è questo enorme senso di vuoto?

Non c’è una volta in cui mi sieda al computer alla sera e non sia tremendamente stanca. Quindi basta lamentosi cappelli introduttivi e arriviamo direttamente al sodo. Un post doppio su due argomenti di cui mi ripromettevo di parlare alla fine di uno degli ultimi post.

Mattatoio n°5. Semplicemente, il miglior libro sulla guerra che abbia mai letto. Sulla guerra, non contro la guerra, perché questo breve romanzo di Vonnegut non ha nulla di moralistico e nulla di didascalico: è la più schietta e disarmante, per quanto non convenzionale nella forma, testimonianza sulla seconda guerra mondiale che abbia mai letto. Una testimonianza che lascia ai lettori trarre le proprie conclusioni liberamente. Mattatoio n°5 è quel tipo di libro che ti colpisce alle spalle. Pensi di star leggendo uno strambo e surreale romanzo di fantascienza, e di pagina in pagina ti rendi conto, con sorpresa e disappunto, di aver di fronte tutt’altro. Pensi che il tono dell’autore sia ironico e “postmodernista” e piano piano ti rendi conto che si tratta invece di una voce amarissima, piena di consapevolezza e attonito dolore. Quell’innocuo volumetto di spiccia fantascienza si trasforma sotto i tuoi occhi in una disincantata e terribile riflessione sulla natura umana, sul destino, ma soprattutto sulla guerra, sul suo (non)senso. Il bombardamento di Dresda è uno degli episodi più dolorosi e appunto per questo meno conosciuti della seconda guerra mondiale, e Vonnegut ne è stato testimone. Ma Mattatoio n°5 non è (solo) un memoir: balza costantemente dal particolare all’universale, dal surreale all’iperreale, con una levità e una scioltezza che nasconde non solo una macchina narrativa sorprendente, ma soprattutto un’intelaiatura ideologica, una riflessione, di profondità e veridicità sconvolgenti. Mattatoio n°5 è ingannevole come una vipera nascosta in un prato fiorito. Scorre via leggero e divertente, e intanto ti instilla veleno: con richiami interni, frasi incisive, immagini suggestive, ti racconta di quanto la guerra sia un orrore disumanizzante ma inevitabile, di quanto l’uomo sia impotente, di quanto il suo affannarsi sia vano. Così va la vita. Tutto è già scritto, ma nessuno si rassegna.

Cambiando argomento: volevo ricollegarmi a questa serie di post e alle riflessioni dell’autore del blog riguardo alla coscienza storica delle nuove generazioni. Lui trae delle ottime conclusioni in questo intervento, e io non ho molto da aggiungere, se non il mio punto di vista. Una volta tanto, mi accorpo alla massa dei “giovani” e ammetto di non avere nessuna consapevolezza della nostra storia più recente. Parlo di consapevolezza, non di conoscenza. Perché qualcosa ho studiato, qualcosa ho sentito, qualcosa ho letto sugli ultimi cinquanta anni. Ma non per questo ne so qualcosa. E’ come se fossi completamente incapace di capire il passato più recente. Già districarsi nella storia più antica è un’impresa non facile, ma è come se la storia fino alla fine dell’ottocento fosse già digerita, elaborata, interpretata, pur nella sua complessità e contraddittorietà. E’ decisamente più facile farsene un’idea generale. Invece il passato più recente è semplicemente incomprensibile. Ogni volta che tento di capirne qualcosa mi trovo di fronte o a un guazzabuglio di eventi e dati collegati da labili nessi e spesso di incerta veridicità, o a interpretazioni critiche che lasciano più spazio al dubbio e alla molteplicità che a una visione complessiva e unitaria. Il motivo di questa difficoltà sta certamente nella comunicazione, nel fatto che non esiste più una collettività che trasmette il sapere in una forma già interpretata. Ma io ho anche un’altra sensazione: che noi non riusciamo a superare il nostro passato più recente: non riusciamo ad affrontarlo, e quindi a interpretarlo e capirlo, in un certo senso a chiuderlo. E’ come se fosse troppo sconvolgente e torbido. Ma soprattutto come se il presente fosse ancora troppo legato al passato, impregnato dai suoi miasmi e impantanato nelle sue acque paludose, per prenderne le distanze e capirlo.

Sento sempre di più che a causa di questo gap storico la mia identità come persona è come monca, fragile.

Deliri del venerdì sera. Sapete che non dovete prendermi sul serio, vero?

Rieccomi qui, più viva che morta, o particolarmente viva, non saprei. L’ultima settimana si è consumata fra rush allucinanti di studio (dieci ore nette sui libri in compagnia di una coca cola zero e di tanta liquirizia) e un paio di giornate tanto belle e intense quanto diverse. Mercoledì a Schilpario, al “parco avventura”, dove mi sono scoperta intrepida arrampicatrice di funi e cavi sospesi, e mi sono scorticata gli avambracci sui ponti tibetani (un’esperienza lisergica, camminare su una corda sospesa a una decina di metri da terra con di fronte una collina di conifere e un ruscello che gorgoglia…). Domenica a Torino, per il Salonte del libro: come al solito troppo poco tempo e troppa confusione, ma sono riuscita comunque a fare due chiacchiere con Valberici e ad assistere a due interessantissimi incontri. Ho deciso di essere pigra e di non raccontarvi di Torino: aspetto prima di leggere gli appunti del mio “collega” e poi dire la mia. Voglio però spendere due parole sull’incontro di Licia, che sono riuscita a seguire per metà ma mi ha lasciato una piacevole sensazione. Per vari motivi, è da molto tempo (un paio d’anni forse) che non seguo più né le sue pubblicazioni né il suo blog, ma è un’autrice che ho amato molto. In primis venire a sapere che presto uscirà un suo nuovo libro non propriamente fantasy mi ha molto rallegrata, ho sempre sostenuto che Licia abbia delle possibilità che vanno molto al di là degli angustissimi confini del mondo emerso, e penso che leggerò la sua prossima opera con buone speranze. Per il resto, l’incontro è stata la replica dei numerosi a cui avevo già assistito, ma questo fatto non mi ha infastidita, anzi. E’ stato come sentirsi raccontare di nuovo le vecchie storie di quando eri bambino: sempre con la stessa freschezza, sincerità, entusiasmo. Licia mi piace proprio per il suo essere così diretta, semplicemente appassionata a ciò che fa, onesta con il lettore e con sé stessa.

In ogni caso stasera volevo principalmente parlarvi del libro che ho finito di leggere proprio in viaggio da Torino: Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro. Uno dei moltissimi romanzi che negli ultimi tempi leggo per non sovraccaricare il mio cervello. Non riesco a sostenere letture davvero impegnative, e questo mi amareggia molto. In ogni caso, cerco di leggere qualcosa di comunque interessante, e date le mie esigenze Non lasciarmi era perfetto. Un romanzo piacevole, che si legge in fretta. Soprattutto la prima parte, il flusso di ricordi di Kathy sulla sua infanzia, si legge tutto d’un fiato: un mosaico di episodi sempre soffusi di poesia e levità, ma anche di un senso di mistero che ti spinge a proseguire. La storia è semplice, quasi inconsistente, e ruota attorno alle vite di tre amici, cresciuti in un idilliaco college nella campagna inglese, Hailsham, ma in realtà nient’altro che cloni destinati a donare i propri organi una volta adulti. La verità e l’identità degli studenti di Hailsham serpeggia in ogni pagina senza venir scopertamente spiegata fino alla fine, e in ogni caso una volta chiuso il libro rimangono molti punti interrogativi e molte questioni irrisolte o poco convincenti. Ma in realtà i meccanismi tecnici della creazione dei cloni, della loro crescita e della loro morte non contano affatto nell’economia del romanzo, che non fa altro che sfruttare una crudele metafora per riflettere sull’esistenza umana. E in questo senso, il messaggio di Non Lasciarmi è davvero amaro. Nasciamo all’unico scopo di morire, tutta la nostra esistenza ha come unico fine, termine fisso, certezza, la morte. Non abbiamo un’identità al di fuori di noi stessi, radici precise, un passato in cui rispecchiarci, una storia in cui collocare la nostra esistenza. Il nostro tempo è troppo breve, e niente può salvarci. Né la cultura, né l’arte, né l’amore. Sono tutte illusioni. Non c’è alcuna possibile salvezza. Ma nonostante tutto, è necessario vivere, essere educati al bello, avere la possibilità di essere felici, di coltivare le proprie amicizie, di amare. E’ necessario per permetterci di morire in modo decoroso. Nella totale insensatezza del nostro essere, troviamo una dignità solo nella bellezza, nell’arte, nei rapporti umani. Ma l’unica verità è la morte.

La scena finale del libro vede la direttrice di Hailsham spiegare la verità a Tommy e Kathy: il loro destino è donare i propri organi, e né il loro amore né le qualità artistiche di Tommy potranno permettere un rinvio. Loro sono stati creati solo per il beneficio della medicina. Di fronte all’ingenua incredulità, delusione, amarezza, dei due cloni, il lettore se la ride sotto i baffi: ma non l’avevate ancora capito? Era chiaro! Poi il sorriso muore sulle labbra quando ti rendi conto, rabbrividendo, che tu sei Tommy, tu sei Kathy, di fronte alla cruda realtà della morte e all’insensatezza della vita umana. Sei un bambino che vede infrangersi i suoi sogni, crollare i suoi miti. E alla fine ci si può solo stringere forte l’uno all’altro e tentare di non venir travolti.

Ah, ci hanno fatto un film. Ah, quella che sentite nel trailer è Exogenesis dei Muse.

This is the last chance to forgive ourselves.

Resuscitiamo il blog. La costanza non è il mio forte. Vorrei poter dire che ho avuto molte cose da fare e a cui pensare, ma non sarebbe esattamente vero. In verità ho continuato a fare più o meno le stesse cose, solo in modo parecchio più frenetico. Sono in una strana condizione di nervosismo cronico per cui non riesco a rimanere inoperosa nemmeno per un istante. Devo sempre essere impegnata in qualcosa, meglio se fuori casa e meglio se non troppo impegnativo a livello intellettuale. Ergo il blog è rimasto a fare muffa, perché quando non ti dai il tempo per pensare e riflettere, ancor meno hai tempo e modo per scrivere. D’altro canto mi sono dedicata a un paio di racconti. In realtà non riesco a trovare la tranquillità necessaria per elaborare qualcosa di troppo profondo, ma mi sono impegnata su altri aspetti della scrittura in cui sono sempre stata carente.

Signore e signori, lo confesso. Scrivo storie da prima di riuscire a tenere in mano una penna e non ho mai fatto una revisione degna di questo nome. E ho sempre saputo che questo è il mio maggiore limite. Scrivo di getto e con grande facilità, ma poi non ho alcuna voglia di riprendere in mano la mia opera. Lo trovo noioso, faticoso e poco stimolante. Ad un certo punto però mi sono resa conto che se non avessi imparato a “limare” un poco quello che scrivevo, non avrei più fatto un minimo progresso. E allora ho trovato un metodo per costringermi a fare una revisione decente. Invento una storia semplice, divertente da scrivere, non troppo concettosa ma con qualche spunto interessante. La scrivo, di solito mi basta una serata. Guardo quanti caratteri ho sfornato, e mi impongo di dimezzarli o quasi. Fisso un limite e comincio a pulire, a limare. Così sono costretta a riflettere su ogni frase, su ogni aggettivo, su ogni parola. Ed è naturale che, oltre ad asciugare notevolmente lo stile, sono indotta a perfezionare ogni particolare. Perché questa parola e non un’altra? Perché questa costruzione sintattica? Perché questa frase è qui e non lì? Perché questa coppia di aggettivi? Perché questa punteggiatura?

Rivedo lo stesso racconto una dozzina di volte, e rifletto su ogni parola, su ogni segno. E la domanda principale alla fine è: che cosa voglio dire con questa espressione/frase/termine? Che cosa mi interessa esprimere? E solo così la revisione comincia ad essere qualcosa di divertente e stimolante. Una fase irrinunciabile della scrittura. Con questo metodo drastico ho appreso il piacere di correggere, e ho scoperto che somiglia un po’ a quello di tradurre. Quando cominci a prenderci la mano con le traduzioni dal greco e dal latino, cominci a chiederti: che cosa voleva dire l’autore con questo passo? E come posso esprimerlo al meglio? Fare la revisione di un racconto è un po’ come tradurre sé stessi, razionalizzare, interpretare, quella che in fondo è un’espressione del tutto istintiva e alogica. Quando si scrive, il cervello lavora in un modo speciale. Quando si rilegge, bisogna ragionare da lettori, o meglio da traduttori. Traduttori del proprio io. Affascinante, no?

Tutta questa tirata per introdurre una piccola notizia: prima che sperimentassi questa tecnica di correzione, scrissi un racconto che aveva come tema la presenza degli dei nel mondo degli uomini. Un soggetto molto interessante, soprattutto per una fan sfegatata di Sandman. Il racconto suddetto è stato scritto per un concorso indetto da Writer’s Dream. Dopo qualche mese di attesa, ho scoperto di essere tra i vincitori per il rotto della cuffia. Una sorpresa davvero piacevole e inaspettata. Non ho ancora capito che cosa ho vinto, ma pare che non mi sarà permesso fare alcuna revisione. 🙂

Nell’ultimo post lodavo la primavera? Ecco, per favore, datemi una martellata in testa.

La primavera mi sta uccidendo. O almeno spero che sia quella, altrimenti devo cominciare a pensare alla malaria, il che mi preoccuperebbe un filino di più. Non riesco a pensare ad altro che a dormire. Mi sveglio e ho sonno. Torno a casa e ho sonno. Studio e ho sonno. Mangio e ho sonno. E in effetti non faccio molto altro che studiare-mangiare-dormire, perché invece i miei professori si sono risvegliati dal letargo e ci stanno massacrando con una mole insostenibile di studio e verifiche. Niente di nuovo, in effetti. Scrivere zero. E nemmeno leggere, fatto più unico che raro: le mie letture sono passate da King a un saggio di filosofia interminabile e ben poco stimolante.

Come avrete ormai capito, non sono incline all’ottimismo. Anzi, stasera darò fondo al mio pessimismo radicale descrivendovi tutto ciò che di problematico vedo nella mia esistenza. Come spunto per varie riflessioni deliranti, ovvio.

In primo luogo, sono uno studente. Penso che, in relazione con i tempi, la scuola italiana stia vivendo il suo periodo più nero. O perlomeno la scuola pubblica. Non si tratta solo di un’assurda politica di tagli, ma anche di una disastrosa gestione delle poche risorse e di una serie di proposte (ad esempio la valutazione dei docenti, i test INVALSI, i vari provvedimenti “meritocratici”) totalmente deliranti. Non penso di essere in grado di valutare se si tratti di una scelta consapevole, una volontà di svalutare la scuola e la ricerca universitaria perché la si ritiene poco proficua o magari persino per ostacolare la formazione dei cittadini a scopo manipolatorio, oppure di semplice incapacità e negligenza. Probabilmente un po’ e un po’. Quello che vedo è che non abbiamo più né ore né spazi per alcuna attività extracurricolare (non intendo il torneo di calcetto o il ballo di fine anno, ma l’orientamento universitario e i cicli di conferenze), che i soldi bastano appena per pagare i registri, un po’ di carta igienica e il riscaldamento al minimo, e la scuola continua a chiedere contributi alle famiglie. Non si fanno più ore di recupero/approfondimento, e l’organico è al minimo. E anche quest’anno salta la messa a norma del laboratorio di chimica o, più prosaicamente, della terrazza, che non è sicura. Chi va all’università mi dice che non ha ricevuto la borsa di studio pur avendone diritto. Ma penso che la situazione peggiore sia quella di studenti disabili e insegnanti di sostegno. Almeno ho la fortuna di essere sana.

In secondo luogo, sono una studentessa. Ciò significa che ho i voti migliori ma le prospettive lavorative peggiori. E probabilmente farò una brillante carriera universitaria per finire a lavorare part time in un ufficio per poter stare con i bambini. E consideriamo pure l’ipotesi di licenziarmi. Casta, domiseda, lanifica. Fantastico.

E’ ormai chiaro che sono anche una donna. E se devo essere sincera, è forse l’aspetto della mia personalità con cui convivo con più difficoltà. Grave, vero? Quando vedo fuori dalla stazione di Milano Porta Garibaldi un paio di culi al vento in formato gigante, provo disgusto e vergogna. Ma un disgusto e una vergogna tutti maschili, che niente hanno a che fare con l’indignazione. Quando si parla di Rubygate e bunga-bunga mi dico: è questo il ruolo della donna nella società odierna? E’ questo il modo che ci è rimasto per farci un nome, per avere una qualche considerazione? (E poi, ma questo è un altro discorso: è questa la classe politica che ci governa?) Ma non riesco a viverla come una questione personale. Quando vedo perfette mamme-manager con fisici impeccabili, un bebé in braccio e il laptop a tracolla, penso a quante compresse di Tavor prendano al giorno, ma non riesco a figurarmi in una situazione lontanamente simile. Quando vedo modelle di 40 chili per un metro e ottanta mi chiedo quale tipo di società mortifera e post consumista possa generare aberrazioni del genere, e intanto mi peso tutte le mattine. Poi guardo le inchieste del global gender gap e mi preoccupo. Ma come individuo, non come donna.

Oltre a tutto ciò, ho anche l’aberrante desiderio di dedicare la mia vita alla letteratura. Ancora non so come. Se traducendo, scrivendo recensioni per Io Donna, facendo editing, curando una collana editoriale, aprendo una libreria. In ogni caso, sarà dura. Sarà dura perché le librerie sono in fallimento, il mercato editoriale si sta imbarbarendo su tutti i fronti (non solo nella narrativa) e il discorso culturale-letterario sta degenerando in maniera impressionante. Ogni tanto mi chiedo se la soluzione migliore, e forse anche la più rischiosa, non sia proprio quella di creare uno spazio fisico, e non virtuale (perché sulla rete ci si svaga, non ci si impegna), per raccogliere chi ha voglia di qualità e di discussione, offrire a tutti una tazza di té, una buona dose di letture e di dibattiti. Oppure volare all’estero.

Perché sono anche italiana, conviene dirlo. E più mi guardo in giro più mi rendo conto che non c’è possibilità di lottare. Si può solo soccombere o fuggire. Con la coda fra le gambe e tanta nostalgia per un paese che non è mai stato patria ma che mi ha comunque offerto molto. Questa è l’aria che tira fra le “nuove generazioni”. Tanta sfiducia, tanta rassegnazione. Tutti vogliono andarsene, ma non sanno se ne avranno i mezzi e la possibilità. E le qualifiche adeguate. Tutti sognano la vita all’estero, con una punta di utopia, direi, ma soprattutto con tanta amarezza. Questo soprattutto mi spaventa.

Beh, la primavera porta tanta stanchezza, ma anche una certa voglia di cambiamento. Forse porterà anche quella determinazione che mi serve per non rassegnarmi.

Questo progetto mi è piaciuto sin da subito. Molto. Oggi si tende assai spesso ad osservare i fatti senza agire. Penso sia una stortura causata dall’era dell’informazione. Forse non siamo capaci di provare una vera empatia per le vittime di una tragedia a cui assistiamo dalle nostre postazioni pc/tv. Ma soprattutto non stabiliamo alcun tipo di contatto, di relazione, tra la nostra vita e la nostra realtà e quello che vediamo. E’ come se, soprattutto di fronte al dolore, l’indigestione di informazioni causasse un senso di straniamento, un’incapacità di concepire che ciò che vediamo è perfettamente e totalmente reale. E ne consegue che più le possibilità di intervenire o di dare un piccolo aiuto si moltiplicano e diventano più immediate e semplici, meno vengono sfruttate.

Inoltre penso che nel ruolo e nel mestiere dello scrittore sia insito il rischio di limitarsi ad osservare la realtà dall’esterno, senza intervenire se non con la propria opera artistica.

Così l’iniziativa di Lara Manni mi ha davvero colpita positivamente, e ancora di più mi ha impressionato e rallegrato il grande seguito che ha avuto, così come l’efficienza e la velocità con cui, lei e molti altri, hanno realizzato questo progetto. Ho avuto l’impressione che tanti avessero la volontà di fare qualcosa per aiutare il Giappone e aspettassero solo un’occasione simile. E’ stata una chiamata alle armi.

Inoltre offrire dei racconti in cambio di un aiuto umanitario è un gesto di grande bellezza e significato. Equivale a nobilitare la propria arte, e a sottolineare ancora una volta il nesso strettissimo fra narrazione e vita. Raccontare per vivere. In un momento drammatico come questo è importante come non mai stringersi attorno ad un fuoco e evocare qualcosa che ricordi che vale la pena restare uniti e andare avanti.

Ho letto un paio di racconti, davvero apprezzabili, e ho lasciato la mia monetina.

E poi mi sono detta, perché non faccio qualcosa anch’io? All’inizio avevo scartato l’ipotesi a priori: non mi sentivo in grado, il pensiero di vedere il mio nome accanto a quello di alcuni autori mi dava i brividi. Insomma, avrei fatto una gran magra figura. E poi non avevo tempo, come al solito.

Però, però, però, un’idea ha cominciato a stuzzicarmi. Un’idea per un racconto che sarebbe stato proprio adatto all’occasione. Un’idea non originale, ma che aveva il suo fascino.

Mi sono sentita chiamata in causa. Mi sono detta: perché non anch’io, perché non partecipare, perché non far sentire che ci sono, che mi importa, che apprezzo tutto quello che si sta facendo. Al diavolo il tempo, rosicchiando un paio d’ore di qua e di là sono riuscita a mettere insieme tre cartelle e a fare una rapida revisione. Il risultato, come al solito, non mi soddisfaceva. Ma nessuno chiedeva dei capolavori. Non dovevo declamare i miei versi dall’Empireo o rivaleggiare con geni della letteratura. Certo, il mio racconto non era al livello di altri, ma nessuno pretendeva che lo fosse. Non c’erano parametri o giudizi o premi. Solo la piccola soddisfazione di poter dire: io c’ero, e ho contribuito come ho potuto. Ecco, questo mi sembra molto bello.

Spero che l’emergenza in Giappone venga gestita al meglio, e che questo paese possa risollevarsi presto da questa terribile crisi. Alcune ferite non si possono curare del tutto. Ma si può guardare avanti e imparare dal passato: rendere belle le proprie cicatrici. Questo è il mio augurio.

P.S. E questo è il mio racconto. Mi sono presa una licenza poetica: in realtà lo tsunami del 15 agosto 1896 è accaduto la sera.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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