You are currently browsing the category archive for the ‘scrivere’ category.

Sono felice di comunicarvi che se sono stata così colpevolmente assente in questo periodo, NON è perché l’estate mi ha risucchiata nell’abulia, tutto il contrario. E lo dichiaro con una gioia inimmaginabile. In altre parole, sono talmente assorbita dalle cose, quasi tutte piacevoli e gratificanti, che sto facendo da lasciar scivolare il blog in secondo piano.

In primis, dò il grande annuncio che il mondo aspettava: ho cominciato la stesura di un nuovo “ibrido” (così la sottoscritta denomina i suoi aborti letterari di lunghezza medio-corposa). Dopo valanghe di appunti (non mi era mai capitato di dover pianificare in modo così approfondito) e migliaia di dubbi e discussioni fra le mie diverse personalità scriventi, ho deciso che era arrivato il momento di lanciarsi nella grande avventura della stesura vera e propria. La prova del nove: perché finché non cominci a stendere la storia episodio dopo episodio, non puoi capire se davvero funziona, se davvero sta in piedi, se può crescere e camminare sulle sue gambe. Sono in uno stato di trepidazione a metà fra l’ansia e la preoccupazione (ho ancora tantissimi dubbi, anche sostanziali, e diversi “buchi”, meno sostanziali, nella trama) e l’entusiasmo esagerato, un senso di soddisfazione e realizzazione del tutto immotivato. E’ galvanizzante. Sentivo la mancanza di questa sensazione. Mi sento pronta ad affrontare la sfida di un nuovo ibrido, e questa volta con una consapevolezza diversa, strumenti diversi, obiettivi diversi. Se sarà un naufragio, sarà un naufragio in grande stile. Per ora sono stata abbastanza prolifica, ma non sono abituata a rimanere concentrata sulla scrittura a lungo, e devo ancora acquisire dei buoni ritmi di lavoro. Se mi imbarco in questa impresa, che vedo come una specie di meravigliosa e titanica avventura, vorrei concludere tutto entro un anno, e ciò significa lavorare sodo.

Ma la scrittura non è il mio unico pensiero. Oggi finalmente mi sono iscritta alla scuola guida, e spero di ottenere questa dannata patente nel modo più rapido e indolore possibile. La patente mi serve soprattutto in prospettiva dell’anno prossimo, ovvero del post-maturità: se voglio prendermi un anno di pausa in modo intelligente, la patente è un requisito necessario in molte situazioni. Per ora, l’idea che mi entusiasma di più e che mi sembra più alla mia portata è offrirmi per il servizio volontario europeo. Un anno all’estero con vitto e alloggio gratis, e la possibilità di partecipare a progetti molto interessanti. Incrociamo le dita: ormai quando cerco di farmi strada fuori dalla scuola sono abituata alle delusioni.

Continuano anche le mie letture estive: ho finito da poco i sudatissimi Demoni di Dostoevskij. Un romanzo che mi ha colpito molto e, a differenza de L’Idiota, mi ha decisamente entusiasmato e avvinto. Dopo settecento pagine di dialoghi sovietici senza una trama sostanziale, ho deciso che si tratta di un romanzo sul male come abiezione volontaria. E naturalmente il suo simbolo è Stavrogin. Ho anche incontrato uno dei miei personaggi letterari preferiti: Stepan Trofimovic ovviamente, un intellettuale talmente inconcludente e fuori dalla realtà da rappresentare tutto ciò che l’intellettuale non dovrebbe essere. Insomma, una vera, ricca e gustosa lettura estiva. Ora mi dedico (sic) alle letture obbligatorie di italiano (sic).

Un’ultima, imbarazzante confessione: conclusasi la mia fase Rammstein, sono sprofondata senza possibilità di redenzione in una fase Lady Gaga. Che, se vogliamo ragionare per generi, non è proprio il tipo di musica che mi garba, ma siccome non lo facciamo, va bene così. Born this way è un album accattivante, che alterna diversi toni ma mantenendo un sound riconoscibilissimo, originale e aggressivo, sempre in bilico fra la raffinatezza e la volgarità. Penso sia un prodotto ben costruito, ma abbia molta più energia e anima della maggior parte del pop “commerciale”. E poi il personaggio di Lady Gaga mi piace. Sì, mi piace, non la trovo né volgare né offensiva. Si è costruita un’immagine da freak, una paladina di tutti i nerd, ed è una trovata interessante: siamo tutti così “diversi” da dover usare la nostra diversità come vessillo di un’identità comune, di una tribù di (finti) emarginati. Inoltre tutto ciò che fa è eccessivo, fuori dagli schemi, mai visto prima, nella maggior parte dei casi disturbante, al limite dell’osceno e del sacrilego. Per certi aspetti mi ricorda Marilyn Manson, e i Rammstein stessi anche. In primo luogo, tutti e tre sono dei bravi artisti (sentite le versioni acustiche, al pianoforte, delle canzoni di Lady Gaga: la ragazzina ha studiato, ed è molto più blues che pop). Ma la loro abilità tecnica viene spesso eclissata dagli eccessi della loro immagine. Sono personaggi esplicitamente fittizi, pesantemente mascherati, plastificati. Il loro aspetto e i loro atteggiamenti sono volutamente provocatori, e usano in modo strumentale simboli religiosi e di morte per turbare e emozionare. Risvegliano sentimenti forti, ma in una chiave perversa, che ricorda a chi li guarda come anche i simboli più antichi oggi abbiano bisogno di una nuova interpretazione, di una nuova sacralizzazione. Ed è questo che mi pare stiano facendo. Non so se sia buono o malvagio: è interessante.

Intanto mi ascolto Americano.

Annunci

Non capisco perché io devo sempre essere stanca, insonne e un po’ stressata. Anche in piene vacanze estive. Anzi, forse proprio a causa delle vacanze estive. Comunque stasera ho un buon motivo per sentirmi abbastanza distrutta: è stata la mia prima giornata di volontariato in un centro diurno per minori. E’ stata una giornata lunga e intensa, in cui ho conosciuto gli educatori del centro, persone straordinarie, e i suoi sei ospiti. Non ho idea di quali situazioni di disagio, povertà, abuso vivano questi ragazzi a casa, ma si sente che hanno qualcosa in meno e qualcosa in più dei loro coetanei. Penso che tutto questo mi darà parecchio da riflettere, e sicuramente condividerò quanto ho imparato su queste pagine. Sinceramente, non mi sento più buona, figa e realizzata perché faccio volontariato. Solo un po’ più consapevole di quanto io sia inadeguata e piena di limiti.

In ogni caso stasera volevo riflettere soprattutto su alcuni recenti avvenimenti. Penso che la strage In Norvegia abbia sconvolto un po’ tutti, o almeno avrebbe dovuto. Personalmente il mio primo pensiero è stato: come ha potuto farlo? Una domanda piuttosto futile e più adatta a un giallista poco originale che a un’analisi seria. però è un interrogativo che continua a tormentarmi: come può una persona compiere un atto del genere? Piano piano mi sono resa conto che rispondere è possibile solo se si ammette che un’azione tanto orrenda non è solo il frutto dell’iniziativa di un singolo ma di un preciso contesto culturale. Un contesto di disagio sotterraneo, di intolleranza sotterranea. Un contesto che si vuole nascondere ma che è stato svelato e raccontato da alcuni scrittori. Scrittori il cui merito, al di là del valore letterario in sé e per sé, è quello di essersi presi delle responsabilità nei confronti della realtà che vivono e osservano. Ne parla qui Lara Manni.

C’è chi invece vuole negare questa connessione e creare il mito di un singolo mostro psicotico. Per nascondere che cosa minaccia veramente la società europea: l’intolleranza, gli estremismi, i nuovi fascismi. Lo spiega molto meglio di me Wu Ming 1 qui. Ma la distorsione operata dai “media” in questi giorni in relazione alla strage in Norvegia non si ferma qui: non dimentichiamo che i primi ad essere stati additati come responsabili erano i terroristi jihadisti. Una soluzione talmente comoda, talmente coerente con il quadro “scontro di civiltà” e “Europa sotto assedio” tanto caro all’immaginario odierno, da essere rimasta impressa anche dopo la smentita. Io penso che nonostante ora ci sia un reo confesso maschio ariano cattolico fondamentalista da crocifiggere, molti siano rimasti segretamente e forse inconsciamente affezionati all’originale prima pagina de Il Giornale.

E a questo punto mi autocito: perché quando ho letto questa notizia, non ho potuto non pensare a un paragrafo della montagna di appunti che sto stendendo per quello che forse sarà un nuovo Ibrido. “Esiste una sinergia fra chi detiene il potere ufficiale e suscita uno scenario di terrore, e X (una “specie” di personaggio). L’autorità (ufficiale o effettiva) crea una situazione di paura (mettendo enfasi su terrorismo, immigrazione, episodi di stupro ecc) e quindi X suscita il desiderio di sicurezza. Questo desiderio è uno dei più potenti e viscerali che esistano. In preda a questo desiderio le masse sono spinte ad affidarsi all’autorità ufficiale, che promette sollievo da questa situazione. Quando ciò avviene, X allevia il desiderio, per soddisfare le aspettative del popolo. Ma questa tranquillità non può durare a lungo proprio per garantire all’autorità un controllo costante, e presto viene creata una nuova minaccia. Tutto si gioca sul sottile equilibrio fra desiderio e sua soddisfazione, in modo da mantenere sempre le masse in una situazione di dipendenza dall’autorità stessa.”

(Fra parentesi: anche tutto il girotondo per il decennale del G8 a Genova mi ha riecheggiato parecchio il meccanismo di potere abbozzato qui sopra).

Dopo questo sconclusionato e traballante estratto, vi confesso che i destini dell’ibrido sono molto incerti. A volte mi sembra che gli ultimi nodi stiano venendo al pettine, altre volte mi pare che l’intera architettura semplicemente non stia in piedi. Sicuramente ho bisogno di tempo e tranquillità per ragionare. Ecco uno dei motivi per cui giovedì vado tre giorni al mare, con una marea di appunti e un bloc notes da sfruttare al massimo mentre prendo il sole. E se son rose fioriranno.

per passare ad argomenti più lievi, il rapporto con la mia gatta migliora di giorno in giorno. E’ meravigliosa e ne è perfettamente consapevole. Finalmente non provo più ansia e apprensione per la sua cura, e la lascio ronzarmi intorno quanto vuole finché non si stanca o non diventa troppo fastidiosa. Ma il più delle volte è un incanto da osservare, una compagna sempre curiosa e stimolante. La adoro sempre di più, e apprezzo sempre di più la sua presenza. Inoltre il suo carattere flemmatico, indipendente e allo stesso tempo instancabile e sempre vigile e attento mi sembra un esempio impareggiabile di vita.

Ops, l’ho fatto di nuovo. La sera dopo aver inviato l’ultimo post, parto degenere dopo un lunghissimo silenzio dovuto al mio impegno su altri fronti scrittevoli, mi sono ritrovata a guardare The Hours. Era una di quelle serate in cui mi sentivo parecchio triste senza alcun motivo particolare, e ho pianto per il primo quarto d’ora. Dopo un altro quarto d’ora ho spento il computer e per ora non sono andata avanti con la visione. Benché, per quanto abbia potuto giudicare, è davvero un buon film. ma in quella mezz’ora era successo qualcosa. Qualcosa che non so quanto abbia a che fare con il film, probabilmente pochissimo. Mi è scattato qualcosa in testa. Mi sono resa conto che avevo una storia da scrivere. E non l’avevo inventata, non ci avevo ragionato lucidamente. Era come se la sapessi già da tempo e in quel momento mi fossi detta: io posso scriverla questa cosa. Una semi-rivelazione. Ergo, sto scrivendo come una matta. Non pianifico quasi nulla di ciò che scriverò, eppure non rimango mai ferma di fronte alla pagina bianca. E’ una strana sensazione. Non so cosa ne uscirà fuori, probabilmente nulla di buono, ma intanto mi piace parecchio.

In ogni caso, in questi giorni c’è parecchio su cui riflettere. Penso che siano accaduti più “eventi” negli ultimi dieci giorni che negli ultimi dieci mesi, fra beatificazioni, matrimoni e morti (omicidi) eclatanti. Ecco, mi soffermerei su quest’ultimo. La notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden mi ha certamente colpita, come penso tutti. Ho avuto davvero la sensazione di trovarmi di fronte ad un evento fortemente simbolico, e allo stesso tempo fortemente ambiguo.

Osama Bin Laden era il nome che infestava i telegiornali post 11 settembre, quando io ero già abbastanza consapevole da sentirmi parecchio turbata da quel paio di grattacieli che collassavano l’uno sull’altro. Osama Bin Laden era il simbolo di Al Quaeda, ergo il simbolo del terrorismo, ergo il simbolo del Male Che Minaccia La Società Occidentale. Dopo dieci anni di guerra in Afghanistan, gli Americani lo hanno scovato e ucciso, un’operazione dei servizi segreti inequivocabilmente firmata USA. Giustizia è stata fatta. Chi rompe paga. Dovremmo essere tutti contenti. Invece nessuno è contento, e io sento un disagio e un disgusto ammorbanti.

Le parole di Obama echeggiano un machismo e un militarismo che nemmeno Bush si sarebbe permesso. Ha voluto usare parole forti, immagini forti, messaggi forti. Vendetta, giustizia, patria, salvezza. E così facendo ha smascherato la vanità del suo discorso. Un discorso che avrebbe forse funzionato nel tracollo psicologico post undici settembre. Ma non dopo dieci anni, dopo la crisi economica e la rivoluzione in medio oriente. Non in bocca ad un presidente in difficoltà. Non rivolta ad un’America che comincia a capire di non essere più il centro del mondo, di non essere più il modello economico, sociale e politico dominante, di essere in declino dal punto di vista ideologico e commerciale. Un’America che dubita di sé stessa e dubita del suo presidente. Le parole di Obama sanno di sconfitta. Si avverte l’amarezza di chi porta a casa un trofeo vacuo, che non soddisfa nessuno e non ricompensa nessuna perdita.

Le polemiche fioriscono ancora prima dei festeggiamenti. la paura per le ritorsioni. Le numerose “tesi del completto” (cadavere in mare, foto truccate, farsa totale). E su facebook, quel micidiale calderone di idee e facezie, spunta un link che vorrebbe essere divertente: “il principe si è sposato, il cattivo è morto, cos’è, la settimana di Walt Disney?” Un riso piuttosto amaro. Un segno inequivocabile di una narrazione fallita, ammorbata, che non convince nessuno. Perché tutti sanno di non aver vinto nulla, di non aver sconfitto nessuno. Di aver solo ucciso un uomo. Un uomo che ormai non rappresentava più nemmeno un’idea abbastanza potente. Lo spettro di Osama Bin Laden è sparito quando ci si è resi conto che l’occidente aveva ben altri problemi oltre al terrorismo. Ed ora non c’è più nulla da esorcizzare. Solo un bisogno di risposte più complesse, di motivazioni, di prove. E di narrazioni che siano al passo con i tempi, che diano certezze, vero e false che siano.

Resuscitiamo il blog. La costanza non è il mio forte. Vorrei poter dire che ho avuto molte cose da fare e a cui pensare, ma non sarebbe esattamente vero. In verità ho continuato a fare più o meno le stesse cose, solo in modo parecchio più frenetico. Sono in una strana condizione di nervosismo cronico per cui non riesco a rimanere inoperosa nemmeno per un istante. Devo sempre essere impegnata in qualcosa, meglio se fuori casa e meglio se non troppo impegnativo a livello intellettuale. Ergo il blog è rimasto a fare muffa, perché quando non ti dai il tempo per pensare e riflettere, ancor meno hai tempo e modo per scrivere. D’altro canto mi sono dedicata a un paio di racconti. In realtà non riesco a trovare la tranquillità necessaria per elaborare qualcosa di troppo profondo, ma mi sono impegnata su altri aspetti della scrittura in cui sono sempre stata carente.

Signore e signori, lo confesso. Scrivo storie da prima di riuscire a tenere in mano una penna e non ho mai fatto una revisione degna di questo nome. E ho sempre saputo che questo è il mio maggiore limite. Scrivo di getto e con grande facilità, ma poi non ho alcuna voglia di riprendere in mano la mia opera. Lo trovo noioso, faticoso e poco stimolante. Ad un certo punto però mi sono resa conto che se non avessi imparato a “limare” un poco quello che scrivevo, non avrei più fatto un minimo progresso. E allora ho trovato un metodo per costringermi a fare una revisione decente. Invento una storia semplice, divertente da scrivere, non troppo concettosa ma con qualche spunto interessante. La scrivo, di solito mi basta una serata. Guardo quanti caratteri ho sfornato, e mi impongo di dimezzarli o quasi. Fisso un limite e comincio a pulire, a limare. Così sono costretta a riflettere su ogni frase, su ogni aggettivo, su ogni parola. Ed è naturale che, oltre ad asciugare notevolmente lo stile, sono indotta a perfezionare ogni particolare. Perché questa parola e non un’altra? Perché questa costruzione sintattica? Perché questa frase è qui e non lì? Perché questa coppia di aggettivi? Perché questa punteggiatura?

Rivedo lo stesso racconto una dozzina di volte, e rifletto su ogni parola, su ogni segno. E la domanda principale alla fine è: che cosa voglio dire con questa espressione/frase/termine? Che cosa mi interessa esprimere? E solo così la revisione comincia ad essere qualcosa di divertente e stimolante. Una fase irrinunciabile della scrittura. Con questo metodo drastico ho appreso il piacere di correggere, e ho scoperto che somiglia un po’ a quello di tradurre. Quando cominci a prenderci la mano con le traduzioni dal greco e dal latino, cominci a chiederti: che cosa voleva dire l’autore con questo passo? E come posso esprimerlo al meglio? Fare la revisione di un racconto è un po’ come tradurre sé stessi, razionalizzare, interpretare, quella che in fondo è un’espressione del tutto istintiva e alogica. Quando si scrive, il cervello lavora in un modo speciale. Quando si rilegge, bisogna ragionare da lettori, o meglio da traduttori. Traduttori del proprio io. Affascinante, no?

Tutta questa tirata per introdurre una piccola notizia: prima che sperimentassi questa tecnica di correzione, scrissi un racconto che aveva come tema la presenza degli dei nel mondo degli uomini. Un soggetto molto interessante, soprattutto per una fan sfegatata di Sandman. Il racconto suddetto è stato scritto per un concorso indetto da Writer’s Dream. Dopo qualche mese di attesa, ho scoperto di essere tra i vincitori per il rotto della cuffia. Una sorpresa davvero piacevole e inaspettata. Non ho ancora capito che cosa ho vinto, ma pare che non mi sarà permesso fare alcuna revisione. 🙂

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

Categorie