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Sono felice di comunicarvi che se sono stata così colpevolmente assente in questo periodo, NON è perché l’estate mi ha risucchiata nell’abulia, tutto il contrario. E lo dichiaro con una gioia inimmaginabile. In altre parole, sono talmente assorbita dalle cose, quasi tutte piacevoli e gratificanti, che sto facendo da lasciar scivolare il blog in secondo piano.

In primis, dò il grande annuncio che il mondo aspettava: ho cominciato la stesura di un nuovo “ibrido” (così la sottoscritta denomina i suoi aborti letterari di lunghezza medio-corposa). Dopo valanghe di appunti (non mi era mai capitato di dover pianificare in modo così approfondito) e migliaia di dubbi e discussioni fra le mie diverse personalità scriventi, ho deciso che era arrivato il momento di lanciarsi nella grande avventura della stesura vera e propria. La prova del nove: perché finché non cominci a stendere la storia episodio dopo episodio, non puoi capire se davvero funziona, se davvero sta in piedi, se può crescere e camminare sulle sue gambe. Sono in uno stato di trepidazione a metà fra l’ansia e la preoccupazione (ho ancora tantissimi dubbi, anche sostanziali, e diversi “buchi”, meno sostanziali, nella trama) e l’entusiasmo esagerato, un senso di soddisfazione e realizzazione del tutto immotivato. E’ galvanizzante. Sentivo la mancanza di questa sensazione. Mi sento pronta ad affrontare la sfida di un nuovo ibrido, e questa volta con una consapevolezza diversa, strumenti diversi, obiettivi diversi. Se sarà un naufragio, sarà un naufragio in grande stile. Per ora sono stata abbastanza prolifica, ma non sono abituata a rimanere concentrata sulla scrittura a lungo, e devo ancora acquisire dei buoni ritmi di lavoro. Se mi imbarco in questa impresa, che vedo come una specie di meravigliosa e titanica avventura, vorrei concludere tutto entro un anno, e ciò significa lavorare sodo.

Ma la scrittura non è il mio unico pensiero. Oggi finalmente mi sono iscritta alla scuola guida, e spero di ottenere questa dannata patente nel modo più rapido e indolore possibile. La patente mi serve soprattutto in prospettiva dell’anno prossimo, ovvero del post-maturità: se voglio prendermi un anno di pausa in modo intelligente, la patente è un requisito necessario in molte situazioni. Per ora, l’idea che mi entusiasma di più e che mi sembra più alla mia portata è offrirmi per il servizio volontario europeo. Un anno all’estero con vitto e alloggio gratis, e la possibilità di partecipare a progetti molto interessanti. Incrociamo le dita: ormai quando cerco di farmi strada fuori dalla scuola sono abituata alle delusioni.

Continuano anche le mie letture estive: ho finito da poco i sudatissimi Demoni di Dostoevskij. Un romanzo che mi ha colpito molto e, a differenza de L’Idiota, mi ha decisamente entusiasmato e avvinto. Dopo settecento pagine di dialoghi sovietici senza una trama sostanziale, ho deciso che si tratta di un romanzo sul male come abiezione volontaria. E naturalmente il suo simbolo è Stavrogin. Ho anche incontrato uno dei miei personaggi letterari preferiti: Stepan Trofimovic ovviamente, un intellettuale talmente inconcludente e fuori dalla realtà da rappresentare tutto ciò che l’intellettuale non dovrebbe essere. Insomma, una vera, ricca e gustosa lettura estiva. Ora mi dedico (sic) alle letture obbligatorie di italiano (sic).

Un’ultima, imbarazzante confessione: conclusasi la mia fase Rammstein, sono sprofondata senza possibilità di redenzione in una fase Lady Gaga. Che, se vogliamo ragionare per generi, non è proprio il tipo di musica che mi garba, ma siccome non lo facciamo, va bene così. Born this way è un album accattivante, che alterna diversi toni ma mantenendo un sound riconoscibilissimo, originale e aggressivo, sempre in bilico fra la raffinatezza e la volgarità. Penso sia un prodotto ben costruito, ma abbia molta più energia e anima della maggior parte del pop “commerciale”. E poi il personaggio di Lady Gaga mi piace. Sì, mi piace, non la trovo né volgare né offensiva. Si è costruita un’immagine da freak, una paladina di tutti i nerd, ed è una trovata interessante: siamo tutti così “diversi” da dover usare la nostra diversità come vessillo di un’identità comune, di una tribù di (finti) emarginati. Inoltre tutto ciò che fa è eccessivo, fuori dagli schemi, mai visto prima, nella maggior parte dei casi disturbante, al limite dell’osceno e del sacrilego. Per certi aspetti mi ricorda Marilyn Manson, e i Rammstein stessi anche. In primo luogo, tutti e tre sono dei bravi artisti (sentite le versioni acustiche, al pianoforte, delle canzoni di Lady Gaga: la ragazzina ha studiato, ed è molto più blues che pop). Ma la loro abilità tecnica viene spesso eclissata dagli eccessi della loro immagine. Sono personaggi esplicitamente fittizi, pesantemente mascherati, plastificati. Il loro aspetto e i loro atteggiamenti sono volutamente provocatori, e usano in modo strumentale simboli religiosi e di morte per turbare e emozionare. Risvegliano sentimenti forti, ma in una chiave perversa, che ricorda a chi li guarda come anche i simboli più antichi oggi abbiano bisogno di una nuova interpretazione, di una nuova sacralizzazione. Ed è questo che mi pare stiano facendo. Non so se sia buono o malvagio: è interessante.

Intanto mi ascolto Americano.

Mercoledì (se non erro) è uscito l’ultimissimo capitolo della saga cinematografica di Harry Potter. L’ultimo, basta, fine. La mitica e multimiliardaria Rowling ha dato fondo a tutte le sue energie creative, e sono convinta che le voci su sequel e prequel siano totali bluff: non c’è motivo per scrivere altro, lei è talmente ricca da non sapere dove spendere i suoi soldi, talmente famosa e celebrata da essere praticamente un mito vivente, e per quanto riguarda la storia, aggiungere un solo ulteriore tassello al mosaico realizzato sarebbe un crimine. Gli attori sono esasperati ed esauriti da otto film sul maghetto e penso che non firmerebbero un altro contratto per tutto l’oro del mondo. Insomma, dobbiamo rassegnarci, non avremo altre opere su Harry Potter e compari. Si può dire definitivamente conclusa la più famosa saga letteraria/cinematografica degli ultimi cento anni. Una saga durata dieci anni.

Dieci anni fa io avevo otto anni. L’età giusta per cominciare a leggere le avventure di un giovane mago, appena più grande di me, alle prese con tirannici genitori adottivi prima che con diabolici signori del male e diavolerie stregonesche. E ovviamente me ne sono subito appassionata, come tutti. La verità è che Harry Potter ha segnato una fase della mia vita, una fase piuttosto lunga, e mi è rimasto nel cuore. Per la mia generazione, si è realizzata una singolare e straordinaria sincronia fra la nostra crescita individuale e il progredire delle avventure del maghetto. Con ciò intendo dire che i protagonisti del romanzo crescevano passo a passo con noi, permettendoci di identificarci sempre. Ma non solo: anche la complessità della trama, le tematiche affrontate, i toni sempre più foschi e drammatici, si accrescevano man mano che i nostri gusti letterari si raffinavano. Così che, con alti e bassi, leggere un nuovo volume della saga era sempre un piacere.

E questo è un motivo perché Harry Potter “ci piace” (e mi piace) così tanto. Benché ora potrei liquidarlo come una lettura leggera e un film commerciale, sento di dovere una specie di fedeltà a tutto il mondo di HP, per tutto quello che è significato per me negli anni passati. Ed è significato molto.

Penso che la saga di Harry Potter sia una delle migliori costruzioni di intrattenimento mai realizzate. Dentro c’è tutto ciò che serve per soddisfare il “desiderio di storie” di un giovane: da una parte l’avventura e gli intrighi, che ti tengono incollato alle pagine, quindi tutta la componente magica, meravigliosa, e il fascino di un mondo favoloso costruito nei minimi dettagli, tanto da poter immaginare di camminare per quelle strade, di incontrare quei personaggi, ma d’altra parte un mondo mai troppo distante dal nostro, dominato da logiche simili, e soprattutto incentrato su una scuola, su storie di ragazzi e studenti, storie di amicizia e di amore. In Harry Potter c’è tutto quello che sogniamo, tutto quello che possiamo sognare, perché ci appartiene ma allo stesso tempo è altro da noi.

Ma sono convinta che il successo di HP non sia dovuto solo ad un sapiente dosaggio di elementi narrativi. Penso di saper distinguere un buon prodotto commerciale da un libro ce ha un quid in più. Un quid che non lo rende un capolavoro e che non fa della Rowling un’Artista, ma che lo distingue da molti altri fantasy, pseudo fantasy e simili. E i lettori questo lo sentono. Harry Potter è un libro sincero. Che ti parla di amicizia e di grandi sentimenti e lo fa in modo da renderli più importanti e meravigliosi di tutto il resto. E’ questo a cui il lettore si appassiona: alla personalità e ai sentimenti di ogni personaggio, che pur nelle loro varie declinazioni sono sempre puri e schietti. In HP c’è una limpidezza di cui sentiamo la mancanza. Ciò che cerchiamo in quelle pagine non è tanto l’emozione della magia e dell’avventura, quanto la commozione di trovare quei sentimenti, quelle verità, così coinvolgenti e semplici. E una tale empatia è possibile solo quando lo scrittore crede in ciò che fa e in ciò che dice: è sincero con il lettore.

Harry Potter è una storia tanto semplice da essere straordinaria. Ha qualcosa di universale e qualcosa di estremamente intimo. E amo sentirla raccontare, sempre e comunque.

La prima cosa da cui si capisce che oggi è un nuovo giorno è che c’è un gran bel sole. Di quelli che non si vedevano da settimane. Cielo azzurrissimo, senza una nuvola, luce limpida e tersa. Mi sembra di rinascere. Nonostante abbia ancora un po’ di ore di sonno arretrato, mi sono svegliata con un’energia tutta nuova.

Non so quanto il mio buonumore sia influenzato dai risultati referendari. Molto, probabilmente. Nonostante tutto, la notizia del raggiungimento del quorum ha qualcosa di inaspettato e incredibile. Un segno forte, soprattutto dopo le amministrative, un’espressione decisa della volontà di cambiare, e di cambiare in una direzione precisa. E se rispetto alle elezioni mi riservavo qualche scetticismo, ora sento davvero che qualcosa sta cambiando. Perché al referendum non sono in gioco le stesse logiche di partito, di destra e sinistra, e anche gli slogan e i discorsi demagogici hanno un sapore diverso, meno indigesto. Sento che questo referendum esprime davvero la volontà degli italiani, un nuovo spirito degli italiani, al di là dei meccanismi maggioranza-opposizione, delle semplificazioni ideologiche, degli interessi politici.

Qualcuno ipotizza (non solo un illustre metallaro, ma anche Napolitano su l’Espresso) che il Cavaliere abbia un ultimo asso nella manica, ancora meno legale e istituzionale del solito. Vada come vada, meglio un colpo di stato che una falsa democrazia. Almeno potremo guardare in faccia il nostro nemico, smascherato.

Passando ad argomenti totalmente diversi, ma non per questo meno eccitanti, fervono i preparativi per la mia partenza alla volta del Canada, e nel turbine degli ultimi acquisti mi sono resa conto di dover fare un piano delle letture estive. Questa è un’ardua impresa in cui vi chiedo consiglio. L’estate è l’unico periodo in cui posso affrontare letture più impegnative del solito, e porre un’attenzione particolare a quello che leggo. Perciò bisogna scegliere e valutare, valutare e scegliere.

Al di là delle letture obbligatorie di inglese e italiano (che constano di ben sei libri la cui lettura sarà sangue e dolore). Volevo leggere un bel romanzone russo (pensavo ai fratelli Karamazov, ma in effetti non ho mai letto Tolstoj, e questa è una grave mancanza) e forse un colosso francese tipo I Miserabili. Se ce la faccio, leggo tutto l’Orlando Furioso. Quindi volevo finalmente fare la mia conoscenza con la letteratura tedesca (ah, devo leggere obbligatoriamente I dolori del giovane Werther. Suggerimenti più interessanti?). E poi volevo leggere un americano: un classico o un contemporaneo? Bisogna anche tenere in considerazione che almeno gli  anglofoni vorrei leggerli in lingua originale. Poi mi piacerebbe leggere qualcosa di davvero insolito.

Insomma, un’estate intensa.

Ah, non vi viene voglia di andare a Venezia?

Non c’è una volta in cui mi sieda al computer alla sera e non sia tremendamente stanca. Quindi basta lamentosi cappelli introduttivi e arriviamo direttamente al sodo. Un post doppio su due argomenti di cui mi ripromettevo di parlare alla fine di uno degli ultimi post.

Mattatoio n°5. Semplicemente, il miglior libro sulla guerra che abbia mai letto. Sulla guerra, non contro la guerra, perché questo breve romanzo di Vonnegut non ha nulla di moralistico e nulla di didascalico: è la più schietta e disarmante, per quanto non convenzionale nella forma, testimonianza sulla seconda guerra mondiale che abbia mai letto. Una testimonianza che lascia ai lettori trarre le proprie conclusioni liberamente. Mattatoio n°5 è quel tipo di libro che ti colpisce alle spalle. Pensi di star leggendo uno strambo e surreale romanzo di fantascienza, e di pagina in pagina ti rendi conto, con sorpresa e disappunto, di aver di fronte tutt’altro. Pensi che il tono dell’autore sia ironico e “postmodernista” e piano piano ti rendi conto che si tratta invece di una voce amarissima, piena di consapevolezza e attonito dolore. Quell’innocuo volumetto di spiccia fantascienza si trasforma sotto i tuoi occhi in una disincantata e terribile riflessione sulla natura umana, sul destino, ma soprattutto sulla guerra, sul suo (non)senso. Il bombardamento di Dresda è uno degli episodi più dolorosi e appunto per questo meno conosciuti della seconda guerra mondiale, e Vonnegut ne è stato testimone. Ma Mattatoio n°5 non è (solo) un memoir: balza costantemente dal particolare all’universale, dal surreale all’iperreale, con una levità e una scioltezza che nasconde non solo una macchina narrativa sorprendente, ma soprattutto un’intelaiatura ideologica, una riflessione, di profondità e veridicità sconvolgenti. Mattatoio n°5 è ingannevole come una vipera nascosta in un prato fiorito. Scorre via leggero e divertente, e intanto ti instilla veleno: con richiami interni, frasi incisive, immagini suggestive, ti racconta di quanto la guerra sia un orrore disumanizzante ma inevitabile, di quanto l’uomo sia impotente, di quanto il suo affannarsi sia vano. Così va la vita. Tutto è già scritto, ma nessuno si rassegna.

Cambiando argomento: volevo ricollegarmi a questa serie di post e alle riflessioni dell’autore del blog riguardo alla coscienza storica delle nuove generazioni. Lui trae delle ottime conclusioni in questo intervento, e io non ho molto da aggiungere, se non il mio punto di vista. Una volta tanto, mi accorpo alla massa dei “giovani” e ammetto di non avere nessuna consapevolezza della nostra storia più recente. Parlo di consapevolezza, non di conoscenza. Perché qualcosa ho studiato, qualcosa ho sentito, qualcosa ho letto sugli ultimi cinquanta anni. Ma non per questo ne so qualcosa. E’ come se fossi completamente incapace di capire il passato più recente. Già districarsi nella storia più antica è un’impresa non facile, ma è come se la storia fino alla fine dell’ottocento fosse già digerita, elaborata, interpretata, pur nella sua complessità e contraddittorietà. E’ decisamente più facile farsene un’idea generale. Invece il passato più recente è semplicemente incomprensibile. Ogni volta che tento di capirne qualcosa mi trovo di fronte o a un guazzabuglio di eventi e dati collegati da labili nessi e spesso di incerta veridicità, o a interpretazioni critiche che lasciano più spazio al dubbio e alla molteplicità che a una visione complessiva e unitaria. Il motivo di questa difficoltà sta certamente nella comunicazione, nel fatto che non esiste più una collettività che trasmette il sapere in una forma già interpretata. Ma io ho anche un’altra sensazione: che noi non riusciamo a superare il nostro passato più recente: non riusciamo ad affrontarlo, e quindi a interpretarlo e capirlo, in un certo senso a chiuderlo. E’ come se fosse troppo sconvolgente e torbido. Ma soprattutto come se il presente fosse ancora troppo legato al passato, impregnato dai suoi miasmi e impantanato nelle sue acque paludose, per prenderne le distanze e capirlo.

Sento sempre di più che a causa di questo gap storico la mia identità come persona è come monca, fragile.

Deliri del venerdì sera. Sapete che non dovete prendermi sul serio, vero?

Rieccomi qui, più viva che morta, o particolarmente viva, non saprei. L’ultima settimana si è consumata fra rush allucinanti di studio (dieci ore nette sui libri in compagnia di una coca cola zero e di tanta liquirizia) e un paio di giornate tanto belle e intense quanto diverse. Mercoledì a Schilpario, al “parco avventura”, dove mi sono scoperta intrepida arrampicatrice di funi e cavi sospesi, e mi sono scorticata gli avambracci sui ponti tibetani (un’esperienza lisergica, camminare su una corda sospesa a una decina di metri da terra con di fronte una collina di conifere e un ruscello che gorgoglia…). Domenica a Torino, per il Salonte del libro: come al solito troppo poco tempo e troppa confusione, ma sono riuscita comunque a fare due chiacchiere con Valberici e ad assistere a due interessantissimi incontri. Ho deciso di essere pigra e di non raccontarvi di Torino: aspetto prima di leggere gli appunti del mio “collega” e poi dire la mia. Voglio però spendere due parole sull’incontro di Licia, che sono riuscita a seguire per metà ma mi ha lasciato una piacevole sensazione. Per vari motivi, è da molto tempo (un paio d’anni forse) che non seguo più né le sue pubblicazioni né il suo blog, ma è un’autrice che ho amato molto. In primis venire a sapere che presto uscirà un suo nuovo libro non propriamente fantasy mi ha molto rallegrata, ho sempre sostenuto che Licia abbia delle possibilità che vanno molto al di là degli angustissimi confini del mondo emerso, e penso che leggerò la sua prossima opera con buone speranze. Per il resto, l’incontro è stata la replica dei numerosi a cui avevo già assistito, ma questo fatto non mi ha infastidita, anzi. E’ stato come sentirsi raccontare di nuovo le vecchie storie di quando eri bambino: sempre con la stessa freschezza, sincerità, entusiasmo. Licia mi piace proprio per il suo essere così diretta, semplicemente appassionata a ciò che fa, onesta con il lettore e con sé stessa.

In ogni caso stasera volevo principalmente parlarvi del libro che ho finito di leggere proprio in viaggio da Torino: Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro. Uno dei moltissimi romanzi che negli ultimi tempi leggo per non sovraccaricare il mio cervello. Non riesco a sostenere letture davvero impegnative, e questo mi amareggia molto. In ogni caso, cerco di leggere qualcosa di comunque interessante, e date le mie esigenze Non lasciarmi era perfetto. Un romanzo piacevole, che si legge in fretta. Soprattutto la prima parte, il flusso di ricordi di Kathy sulla sua infanzia, si legge tutto d’un fiato: un mosaico di episodi sempre soffusi di poesia e levità, ma anche di un senso di mistero che ti spinge a proseguire. La storia è semplice, quasi inconsistente, e ruota attorno alle vite di tre amici, cresciuti in un idilliaco college nella campagna inglese, Hailsham, ma in realtà nient’altro che cloni destinati a donare i propri organi una volta adulti. La verità e l’identità degli studenti di Hailsham serpeggia in ogni pagina senza venir scopertamente spiegata fino alla fine, e in ogni caso una volta chiuso il libro rimangono molti punti interrogativi e molte questioni irrisolte o poco convincenti. Ma in realtà i meccanismi tecnici della creazione dei cloni, della loro crescita e della loro morte non contano affatto nell’economia del romanzo, che non fa altro che sfruttare una crudele metafora per riflettere sull’esistenza umana. E in questo senso, il messaggio di Non Lasciarmi è davvero amaro. Nasciamo all’unico scopo di morire, tutta la nostra esistenza ha come unico fine, termine fisso, certezza, la morte. Non abbiamo un’identità al di fuori di noi stessi, radici precise, un passato in cui rispecchiarci, una storia in cui collocare la nostra esistenza. Il nostro tempo è troppo breve, e niente può salvarci. Né la cultura, né l’arte, né l’amore. Sono tutte illusioni. Non c’è alcuna possibile salvezza. Ma nonostante tutto, è necessario vivere, essere educati al bello, avere la possibilità di essere felici, di coltivare le proprie amicizie, di amare. E’ necessario per permetterci di morire in modo decoroso. Nella totale insensatezza del nostro essere, troviamo una dignità solo nella bellezza, nell’arte, nei rapporti umani. Ma l’unica verità è la morte.

La scena finale del libro vede la direttrice di Hailsham spiegare la verità a Tommy e Kathy: il loro destino è donare i propri organi, e né il loro amore né le qualità artistiche di Tommy potranno permettere un rinvio. Loro sono stati creati solo per il beneficio della medicina. Di fronte all’ingenua incredulità, delusione, amarezza, dei due cloni, il lettore se la ride sotto i baffi: ma non l’avevate ancora capito? Era chiaro! Poi il sorriso muore sulle labbra quando ti rendi conto, rabbrividendo, che tu sei Tommy, tu sei Kathy, di fronte alla cruda realtà della morte e all’insensatezza della vita umana. Sei un bambino che vede infrangersi i suoi sogni, crollare i suoi miti. E alla fine ci si può solo stringere forte l’uno all’altro e tentare di non venir travolti.

Ah, ci hanno fatto un film. Ah, quella che sentite nel trailer è Exogenesis dei Muse.

This is the last chance to forgive ourselves.

Alcuni post di G.L. hanno l’incredibile capacità di suscitare una miriade di corollari e interventi che prendo da essi spunto. Mi riferisco in particolare a questo. Che è stato per me motivo di ulteriore riflessione e ispirazione. E alla fine della catena ecco il mio post odierno.

Mi è capitato diverse volte di riflettere su cosa renda uno scrittore tale, intendo per scrittore quella strana figura mitologica che riesce a dar voce a un sentimento comune ma non-esplicitato/inconscio. In un libro di Calvino (inchiniamoci profondamente) ho trovato una definizione di scrittore che condivido appieno e ritengo semplicemente deliziosa. Suonava qualcosa tipo: uno scrittore scrive libri come un albero di mele fa le mele. Mi pare che questa frase riassuma bene la mia visione ideale dello scrittore. E con questo non intendo affermare che scrivere un libro sia un processo facile, ma che sia naturale. Uno scrittore è nato per scrivere libri e non può fare altro che scrivere libri, secondo la propria indole. E’ quindi ovvio che scrittori si nasce. Senza altre clausole. Se non sei un albero di mele, mai lo sarai. Purtroppo, d’altro canto, non basta essere un albero di mele per produrre buone mele. A volte delle mele genuine ma insipide e avvizzite sono peggiori delle mele contraffatte che qualche bravo artigiano sa produrre, ma la differenza sostanziale fra i due frutti rimane: uno è vero, uno è falso.

Essere scrittori è una qualità innata. Ma una qualità innata che va coltivata con dedizione e costanza, se si vogliono ottenere risultati soddisfacenti.

Un altro aspetto che la frase calviniana mette in luce è che lo scrivere non è un’attività eccelsa, imperscrutabile e dai meccanismi oscuri e esoterici, e che lo scrittore non è un semidio degno di ogni onore e venerazione. Scrivere è un processo semplice, naturale, che rientra perfettamente nell’ordine delle cose. Scrivere è normale.

E questo ci porta a un ultimo punto: l’attività poetica (nel senso dell’attività di comporre narrazioni) è fondamentale per la comunità umana. Ovunque ci siano due esseri umani e un fuoco, c’è qualcuno che racconta una storia. E questo perché le narrazioni sono necessarie all’uomo. Sono necessarie da una parte per eternare una civiltà e un sistema di valori, per attribuire a un gruppo sociale un’identità coesa, d’altra parte per interpretare il mondo e orientarsi in esso. Giambattista Vico, riferendosi ai poemi omerici, parla di “universali fantastici”, ovvero di immagini poetiche in grado di rappresentare caratteri tipici del mondo o della vita e soprattutto di chiarificare le verità dell’esistenza. Io aggiungerei che la poesia non si limita a dipingere la realtà e a fare luce su alcuni suoi angoli oscuri, ma crea la realtà stessa, la plasma, la rende comprensibile e intelleggibile, ma non secondo un canone di realtà, bensì secondo un particolare punto di vista. Lo scrittore ha il potere di guardare la realtà da un’angolazione speciale e imporre questo suo punto di vista a chi lo ascolta/legge attraverso la narrazione. Non sto parlando di propaganda o di lavaggio del cervello: sto parlando di immaginari e di visioni del mondo.

Lo scrittore è allo stesso tempo colui che ti restituisce la vista e ti dona occhi nuovi.

Ma non è un dio e non è un profeta. E’ un albero di mele.

Odio non avere tempo neanche per leggere. E’ proprio una di quelle cose capace di abbattere il mio morale a livelli infimi o di farmi infuriare in modo incredibile. Comunque reagisca, quando mi rendo conto di non riuscire a leggere più di un paio di pagine la sera tardi, distrutta e con gli occhi che si chiudono, realizzo di aver toccato il fondo. Ecco, ora sono in questa situazione. Una strana congiuntura cosmica complotta contro di me e una serie di impegni e incombenze invadono ogni centimetro di spazio vitale. Urge una vacanza.

Ma nel frattempo, colei che mi rinfranca nei momenti di stanchezza profonda e mi riconcilia con me stessa prima di prendere sonno è Banana Yoshimoto. Nessuno è più adatto a questo compito. Nello specifico sto leggendo Il corpo sa tutto, e non ci sarebbe lettura migliore: una serie di racconti brevissimi e fulminanti. Ha una scrittura minimale e, per come posso interpretarla io, molto giapponese. Non me ne intendo molto di cultura orientale, ma quando leggo qualche romanzo nipponico, noto sempre una certa indulgenza nella descrizione di stati d’animo malinconici, sottili, in ambiguo equilibrio fra gioia e tristezza. Ne Il corpo sa tutto questa peculiarità è ancora più evidente. Tutti i racconti sono incentrati sulla descrizione lieve e sensuale di sentimenti intimi, segreti. E ancora più particolare è il modo in cui la descrizione del mondo esterno, del paesaggio, di una particolare luce, clima, luogo, rispecchia alla perfezione lo stato d’animo del protagonista, in una totale fusione fra sentimento interiore e realtà esterna. Molto dolce, molto sottile, molto giapponese. Si può dire che tutti i racconti ruotino attorno al tema comune dell’istinto, di un sentimento irrazionale e a volte un po’ inquietante che è stato sublimato e viene a galla poco a poco, in modo velato.

Il titolo riassume perfettamente tutto questo: il corpo sa tutto. E’ una questione su cui ho riflettuto parecchio. Psiche e soma. Non perdonerò mai i greci per aver separato queste due entità. Gli orientali non l’hanno mai fatto, e sanno che se sai ascoltare il tuo corpo, esso ti guida in ogni tuo gesto. Il corpo svela i tuoi desideri, i tuoi bisogni, la tua personalità, le tue paure, le tue difficoltà. E’ una mappa criptica e misteriosa, ma perfetta. Se fossimo in grado di ascoltarci davvero, di ascoltarci nel profondo, se fossimo davvero in comunicazione con la nostra vera dimensione fisica, che non è in contrapposizione ma in comunione con la nostra mente, staremmo tutti molto meglio. Questo lo dico da ballerina, ma anche da adolescente. Mi sono convinta che la maggior parte delle psicosi, ansie, problemi emotivi o comportamentali di molti membri della civiltà occidentale del XXI secolo sia dovuta ad una scarsa consapevolezza del proprio corpo nel binomio psiche-soma. Intendo dire che la cultura dominante è quella del corpo perfetto, così come del cibo ingozzato compulsivamente, delle droghe, dei muscoli pompati con la palestra o con le anfetamine, delle quattro ore di sonno a notte e della cocaina, delle diete ininterrotte, della chirurgia plastica. Sono tutti comportamenti, al di là di qualsiasi giudizio moralistico, che distaccano la nostra dimensione psichica dal nostro corpo. Paradossalmente più si cura il proprio corpo e più si enfatizza la sua importanza, più si diventa incapaci di comprendere i suoi segni. Si vuole fare del proprio corpo il manifesto di un’identità ideale, ma in questo modo si crea un muro che lo separa dalla nostra identità reale. E questo fa sì che non si sia più in grado di ascoltare, di capire. Il corpo sa tutto. Bisogna ritornare sempre lì quando non si sa cosa fare. E’ sempre una buona guida, e un maestro severo.

P.S. Ecco un progetto in cui ripongo tantissima fiducia e speranza.

Non posso credere di averlo finito. E’ una settimana che dico: “domani lo finisco, domani lo finisco, domani leggo quelle maledette ultimi 30/20/15/5 pagine.” Ma Moby Dick non è un… come dire… un livre de chevet. Richiede il suo tempo, neuroni attivi e stomaco forte.

Ho letto un’edizione oscena della Newton Compton con una traduzione che faceva pietà e un apparato critico risibile. Quindi ho già un’ottima scusa per rileggerlo, e forse una parziale giustificazione a quel senso di “qui mi sta sfuggendo qualcosa” che mi attanagliava per tutta la lettura. Ma ho come l’impressione che il problema non sia tanto legato alla difficoltà del testo quanto all’enormità che c’è dentro.

Moby Dick è un libro terribile. Che fa tremare i polsi.

E’ terribile nelle sue immagini più potenti ed evocative (il finale, con le acque che si richiudono sulla nave e il falco trascinato negli abissi, è una pagina indimenticabile. Ed è solo la prima che mi viene in mente: i fuochi di Sant’Andrea sui pennoni della nave, la vecchia balena che affonda facendo inclinare il Pequod,  La Delizia e lo Scapolo, il corpo di Fedallah trascinato dalla Balena.) E’ terrificante nei monologhi potenti e folli dei suoi protagonisti, Stubb, Starbuck e naturalmente Achab. Ma è terribile anche e soprattutto nelle sue lunghissime digressioni enciclopediche. Perché nella minuzia con cui viene descritto il sapore della carne di balena, nel tono reverenziale con cui ci si riferisce al leviatano, nel continuo ricondurre ogni aspetto della vita per terra e per mare alla caccia alla balena, si scorge il segno più sinistro di quell’ossessione, ossessione fatta di venerazione, terrore, odio, adorazione.

Moby Dick è intessuto di riferimenti biblici e letterari che mi sono più o meno totalmente sconosciuti. Quando rifletto sul fatto che non ho mai letto la Bibbia mi sento vergognosamente ignorante, ma fatto sta che non l’ho mai letta. Eppure avverto chiaramente quel substrato di simboli e rimandi: ci sono scene, frasi, allusioni, che non capisco ma che sento, che mi fanno rabbrividire e che mi scuotono a un livello profondo. E’ un romanzo mastodontico, è totale e totalizzante, è come se ci fosse dentro tutto e il contrario di tutto. Non è solo un libro sulla follia, sul male, sull’ossessione, sul senso del sacro e del divino. Non è solo un libro sull’uomo, sulla sua natura tragica ed eroica, eppure debole e cieca. Ma è anche questo.

Se un classico è un libro che non finisce mai di raccontarti e mostrarti cose nuove, Moby Dick è il più grande classico che abbia mai letto. E’ quasi uno specchio: puoi trovare una molteplicità pressoché infinita di contenuti e temi e spunti a seconda di cosa vuoi leggere e comprendere, ma per quanto tu possa scavare in mille direzioni, il quadro finale è sempre lo stesso, maestoso e terribile: la sconfitta dell’uomo di fronte al male.

E poi il mare. Assurdamente simbolico. Ogni sua descrizione è lo specchio dell’animo e del destino dei personaggi. Un mare che avvolge una vicenda realistica in un’aura magica, senza tempo, mitica. Un mare che tutto accoglie e che tutto tace.

Moby Dick è uno di quei libri che ti porti dentro. Un pungolo e un rovello. Uno di quei testi che ti interroga continuamente, e ogni tanto ti chiama a sé. E posso anche dire di aver avuto la fortuna di averlo incontrato nel momento giusto.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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