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Non capisco perché io devo sempre essere stanca, insonne e un po’ stressata. Anche in piene vacanze estive. Anzi, forse proprio a causa delle vacanze estive. Comunque stasera ho un buon motivo per sentirmi abbastanza distrutta: è stata la mia prima giornata di volontariato in un centro diurno per minori. E’ stata una giornata lunga e intensa, in cui ho conosciuto gli educatori del centro, persone straordinarie, e i suoi sei ospiti. Non ho idea di quali situazioni di disagio, povertà, abuso vivano questi ragazzi a casa, ma si sente che hanno qualcosa in meno e qualcosa in più dei loro coetanei. Penso che tutto questo mi darà parecchio da riflettere, e sicuramente condividerò quanto ho imparato su queste pagine. Sinceramente, non mi sento più buona, figa e realizzata perché faccio volontariato. Solo un po’ più consapevole di quanto io sia inadeguata e piena di limiti.

In ogni caso stasera volevo riflettere soprattutto su alcuni recenti avvenimenti. Penso che la strage In Norvegia abbia sconvolto un po’ tutti, o almeno avrebbe dovuto. Personalmente il mio primo pensiero è stato: come ha potuto farlo? Una domanda piuttosto futile e più adatta a un giallista poco originale che a un’analisi seria. però è un interrogativo che continua a tormentarmi: come può una persona compiere un atto del genere? Piano piano mi sono resa conto che rispondere è possibile solo se si ammette che un’azione tanto orrenda non è solo il frutto dell’iniziativa di un singolo ma di un preciso contesto culturale. Un contesto di disagio sotterraneo, di intolleranza sotterranea. Un contesto che si vuole nascondere ma che è stato svelato e raccontato da alcuni scrittori. Scrittori il cui merito, al di là del valore letterario in sé e per sé, è quello di essersi presi delle responsabilità nei confronti della realtà che vivono e osservano. Ne parla qui Lara Manni.

C’è chi invece vuole negare questa connessione e creare il mito di un singolo mostro psicotico. Per nascondere che cosa minaccia veramente la società europea: l’intolleranza, gli estremismi, i nuovi fascismi. Lo spiega molto meglio di me Wu Ming 1 qui. Ma la distorsione operata dai “media” in questi giorni in relazione alla strage in Norvegia non si ferma qui: non dimentichiamo che i primi ad essere stati additati come responsabili erano i terroristi jihadisti. Una soluzione talmente comoda, talmente coerente con il quadro “scontro di civiltà” e “Europa sotto assedio” tanto caro all’immaginario odierno, da essere rimasta impressa anche dopo la smentita. Io penso che nonostante ora ci sia un reo confesso maschio ariano cattolico fondamentalista da crocifiggere, molti siano rimasti segretamente e forse inconsciamente affezionati all’originale prima pagina de Il Giornale.

E a questo punto mi autocito: perché quando ho letto questa notizia, non ho potuto non pensare a un paragrafo della montagna di appunti che sto stendendo per quello che forse sarà un nuovo Ibrido. “Esiste una sinergia fra chi detiene il potere ufficiale e suscita uno scenario di terrore, e X (una “specie” di personaggio). L’autorità (ufficiale o effettiva) crea una situazione di paura (mettendo enfasi su terrorismo, immigrazione, episodi di stupro ecc) e quindi X suscita il desiderio di sicurezza. Questo desiderio è uno dei più potenti e viscerali che esistano. In preda a questo desiderio le masse sono spinte ad affidarsi all’autorità ufficiale, che promette sollievo da questa situazione. Quando ciò avviene, X allevia il desiderio, per soddisfare le aspettative del popolo. Ma questa tranquillità non può durare a lungo proprio per garantire all’autorità un controllo costante, e presto viene creata una nuova minaccia. Tutto si gioca sul sottile equilibrio fra desiderio e sua soddisfazione, in modo da mantenere sempre le masse in una situazione di dipendenza dall’autorità stessa.”

(Fra parentesi: anche tutto il girotondo per il decennale del G8 a Genova mi ha riecheggiato parecchio il meccanismo di potere abbozzato qui sopra).

Dopo questo sconclusionato e traballante estratto, vi confesso che i destini dell’ibrido sono molto incerti. A volte mi sembra che gli ultimi nodi stiano venendo al pettine, altre volte mi pare che l’intera architettura semplicemente non stia in piedi. Sicuramente ho bisogno di tempo e tranquillità per ragionare. Ecco uno dei motivi per cui giovedì vado tre giorni al mare, con una marea di appunti e un bloc notes da sfruttare al massimo mentre prendo il sole. E se son rose fioriranno.

per passare ad argomenti più lievi, il rapporto con la mia gatta migliora di giorno in giorno. E’ meravigliosa e ne è perfettamente consapevole. Finalmente non provo più ansia e apprensione per la sua cura, e la lascio ronzarmi intorno quanto vuole finché non si stanca o non diventa troppo fastidiosa. Ma il più delle volte è un incanto da osservare, una compagna sempre curiosa e stimolante. La adoro sempre di più, e apprezzo sempre di più la sua presenza. Inoltre il suo carattere flemmatico, indipendente e allo stesso tempo instancabile e sempre vigile e attento mi sembra un esempio impareggiabile di vita.

Non c’è una volta in cui mi sieda al computer alla sera e non sia tremendamente stanca. Quindi basta lamentosi cappelli introduttivi e arriviamo direttamente al sodo. Un post doppio su due argomenti di cui mi ripromettevo di parlare alla fine di uno degli ultimi post.

Mattatoio n°5. Semplicemente, il miglior libro sulla guerra che abbia mai letto. Sulla guerra, non contro la guerra, perché questo breve romanzo di Vonnegut non ha nulla di moralistico e nulla di didascalico: è la più schietta e disarmante, per quanto non convenzionale nella forma, testimonianza sulla seconda guerra mondiale che abbia mai letto. Una testimonianza che lascia ai lettori trarre le proprie conclusioni liberamente. Mattatoio n°5 è quel tipo di libro che ti colpisce alle spalle. Pensi di star leggendo uno strambo e surreale romanzo di fantascienza, e di pagina in pagina ti rendi conto, con sorpresa e disappunto, di aver di fronte tutt’altro. Pensi che il tono dell’autore sia ironico e “postmodernista” e piano piano ti rendi conto che si tratta invece di una voce amarissima, piena di consapevolezza e attonito dolore. Quell’innocuo volumetto di spiccia fantascienza si trasforma sotto i tuoi occhi in una disincantata e terribile riflessione sulla natura umana, sul destino, ma soprattutto sulla guerra, sul suo (non)senso. Il bombardamento di Dresda è uno degli episodi più dolorosi e appunto per questo meno conosciuti della seconda guerra mondiale, e Vonnegut ne è stato testimone. Ma Mattatoio n°5 non è (solo) un memoir: balza costantemente dal particolare all’universale, dal surreale all’iperreale, con una levità e una scioltezza che nasconde non solo una macchina narrativa sorprendente, ma soprattutto un’intelaiatura ideologica, una riflessione, di profondità e veridicità sconvolgenti. Mattatoio n°5 è ingannevole come una vipera nascosta in un prato fiorito. Scorre via leggero e divertente, e intanto ti instilla veleno: con richiami interni, frasi incisive, immagini suggestive, ti racconta di quanto la guerra sia un orrore disumanizzante ma inevitabile, di quanto l’uomo sia impotente, di quanto il suo affannarsi sia vano. Così va la vita. Tutto è già scritto, ma nessuno si rassegna.

Cambiando argomento: volevo ricollegarmi a questa serie di post e alle riflessioni dell’autore del blog riguardo alla coscienza storica delle nuove generazioni. Lui trae delle ottime conclusioni in questo intervento, e io non ho molto da aggiungere, se non il mio punto di vista. Una volta tanto, mi accorpo alla massa dei “giovani” e ammetto di non avere nessuna consapevolezza della nostra storia più recente. Parlo di consapevolezza, non di conoscenza. Perché qualcosa ho studiato, qualcosa ho sentito, qualcosa ho letto sugli ultimi cinquanta anni. Ma non per questo ne so qualcosa. E’ come se fossi completamente incapace di capire il passato più recente. Già districarsi nella storia più antica è un’impresa non facile, ma è come se la storia fino alla fine dell’ottocento fosse già digerita, elaborata, interpretata, pur nella sua complessità e contraddittorietà. E’ decisamente più facile farsene un’idea generale. Invece il passato più recente è semplicemente incomprensibile. Ogni volta che tento di capirne qualcosa mi trovo di fronte o a un guazzabuglio di eventi e dati collegati da labili nessi e spesso di incerta veridicità, o a interpretazioni critiche che lasciano più spazio al dubbio e alla molteplicità che a una visione complessiva e unitaria. Il motivo di questa difficoltà sta certamente nella comunicazione, nel fatto che non esiste più una collettività che trasmette il sapere in una forma già interpretata. Ma io ho anche un’altra sensazione: che noi non riusciamo a superare il nostro passato più recente: non riusciamo ad affrontarlo, e quindi a interpretarlo e capirlo, in un certo senso a chiuderlo. E’ come se fosse troppo sconvolgente e torbido. Ma soprattutto come se il presente fosse ancora troppo legato al passato, impregnato dai suoi miasmi e impantanato nelle sue acque paludose, per prenderne le distanze e capirlo.

Sento sempre di più che a causa di questo gap storico la mia identità come persona è come monca, fragile.

Deliri del venerdì sera. Sapete che non dovete prendermi sul serio, vero?

Nell’ultimo post lodavo la primavera? Ecco, per favore, datemi una martellata in testa.

La primavera mi sta uccidendo. O almeno spero che sia quella, altrimenti devo cominciare a pensare alla malaria, il che mi preoccuperebbe un filino di più. Non riesco a pensare ad altro che a dormire. Mi sveglio e ho sonno. Torno a casa e ho sonno. Studio e ho sonno. Mangio e ho sonno. E in effetti non faccio molto altro che studiare-mangiare-dormire, perché invece i miei professori si sono risvegliati dal letargo e ci stanno massacrando con una mole insostenibile di studio e verifiche. Niente di nuovo, in effetti. Scrivere zero. E nemmeno leggere, fatto più unico che raro: le mie letture sono passate da King a un saggio di filosofia interminabile e ben poco stimolante.

Come avrete ormai capito, non sono incline all’ottimismo. Anzi, stasera darò fondo al mio pessimismo radicale descrivendovi tutto ciò che di problematico vedo nella mia esistenza. Come spunto per varie riflessioni deliranti, ovvio.

In primo luogo, sono uno studente. Penso che, in relazione con i tempi, la scuola italiana stia vivendo il suo periodo più nero. O perlomeno la scuola pubblica. Non si tratta solo di un’assurda politica di tagli, ma anche di una disastrosa gestione delle poche risorse e di una serie di proposte (ad esempio la valutazione dei docenti, i test INVALSI, i vari provvedimenti “meritocratici”) totalmente deliranti. Non penso di essere in grado di valutare se si tratti di una scelta consapevole, una volontà di svalutare la scuola e la ricerca universitaria perché la si ritiene poco proficua o magari persino per ostacolare la formazione dei cittadini a scopo manipolatorio, oppure di semplice incapacità e negligenza. Probabilmente un po’ e un po’. Quello che vedo è che non abbiamo più né ore né spazi per alcuna attività extracurricolare (non intendo il torneo di calcetto o il ballo di fine anno, ma l’orientamento universitario e i cicli di conferenze), che i soldi bastano appena per pagare i registri, un po’ di carta igienica e il riscaldamento al minimo, e la scuola continua a chiedere contributi alle famiglie. Non si fanno più ore di recupero/approfondimento, e l’organico è al minimo. E anche quest’anno salta la messa a norma del laboratorio di chimica o, più prosaicamente, della terrazza, che non è sicura. Chi va all’università mi dice che non ha ricevuto la borsa di studio pur avendone diritto. Ma penso che la situazione peggiore sia quella di studenti disabili e insegnanti di sostegno. Almeno ho la fortuna di essere sana.

In secondo luogo, sono una studentessa. Ciò significa che ho i voti migliori ma le prospettive lavorative peggiori. E probabilmente farò una brillante carriera universitaria per finire a lavorare part time in un ufficio per poter stare con i bambini. E consideriamo pure l’ipotesi di licenziarmi. Casta, domiseda, lanifica. Fantastico.

E’ ormai chiaro che sono anche una donna. E se devo essere sincera, è forse l’aspetto della mia personalità con cui convivo con più difficoltà. Grave, vero? Quando vedo fuori dalla stazione di Milano Porta Garibaldi un paio di culi al vento in formato gigante, provo disgusto e vergogna. Ma un disgusto e una vergogna tutti maschili, che niente hanno a che fare con l’indignazione. Quando si parla di Rubygate e bunga-bunga mi dico: è questo il ruolo della donna nella società odierna? E’ questo il modo che ci è rimasto per farci un nome, per avere una qualche considerazione? (E poi, ma questo è un altro discorso: è questa la classe politica che ci governa?) Ma non riesco a viverla come una questione personale. Quando vedo perfette mamme-manager con fisici impeccabili, un bebé in braccio e il laptop a tracolla, penso a quante compresse di Tavor prendano al giorno, ma non riesco a figurarmi in una situazione lontanamente simile. Quando vedo modelle di 40 chili per un metro e ottanta mi chiedo quale tipo di società mortifera e post consumista possa generare aberrazioni del genere, e intanto mi peso tutte le mattine. Poi guardo le inchieste del global gender gap e mi preoccupo. Ma come individuo, non come donna.

Oltre a tutto ciò, ho anche l’aberrante desiderio di dedicare la mia vita alla letteratura. Ancora non so come. Se traducendo, scrivendo recensioni per Io Donna, facendo editing, curando una collana editoriale, aprendo una libreria. In ogni caso, sarà dura. Sarà dura perché le librerie sono in fallimento, il mercato editoriale si sta imbarbarendo su tutti i fronti (non solo nella narrativa) e il discorso culturale-letterario sta degenerando in maniera impressionante. Ogni tanto mi chiedo se la soluzione migliore, e forse anche la più rischiosa, non sia proprio quella di creare uno spazio fisico, e non virtuale (perché sulla rete ci si svaga, non ci si impegna), per raccogliere chi ha voglia di qualità e di discussione, offrire a tutti una tazza di té, una buona dose di letture e di dibattiti. Oppure volare all’estero.

Perché sono anche italiana, conviene dirlo. E più mi guardo in giro più mi rendo conto che non c’è possibilità di lottare. Si può solo soccombere o fuggire. Con la coda fra le gambe e tanta nostalgia per un paese che non è mai stato patria ma che mi ha comunque offerto molto. Questa è l’aria che tira fra le “nuove generazioni”. Tanta sfiducia, tanta rassegnazione. Tutti vogliono andarsene, ma non sanno se ne avranno i mezzi e la possibilità. E le qualifiche adeguate. Tutti sognano la vita all’estero, con una punta di utopia, direi, ma soprattutto con tanta amarezza. Questo soprattutto mi spaventa.

Beh, la primavera porta tanta stanchezza, ma anche una certa voglia di cambiamento. Forse porterà anche quella determinazione che mi serve per non rassegnarmi.

Questo è un periodo intenso sotto molti punti di vista. Più avrei bisogno di ritagliarmi del tempo per riflettere e mettere ordine, più mi ritrovo sempre con tempi troppo stretti. Sono travolta da una valanga di eventi piccoli e grandi, e comincio ad aver paura di viverli senza capirli. Così stasera mi limito a riportarvi una serie di impressioni sparse riguardo a questa settimana. Risalendo da oggi fino a lunedì.

La giornata di oggi e di venerdì mi hanno ricordato, e mai come adesso ne avevo bisogno, che basta davvero poco per essere felici. Prima di tutto: una giornata di sole. Sarò metereopatica, ma quest’inverno è durato anche troppo. Ho voglia di primavera, di sole, sole e ancora sole. E poi ritagliarsi un po’ di tempo per cose semplici e piacevoli: cucinare, leggere un libro, fare un po’ di ginnastica all’aperto. Senza dover sempre inseguire qualche scopo trascendentale. Perché mi va di fare così.

Un palco di due metri quadri e un locale forse di dieci. Tanto rock, indie rock, rock anni ’70. Tanta, tantissima energia, una passione incontenibile. Tanta voglia di divertirsi, di ballare e di cantare, su pezzi che vanno dal repertorio più classico e “divertente”, ai pezzi più dolci e sottilmente romantici, a quelli più potenti e entusiasmanti. Un’ora di ottima musica. Energia che circolava allo stato puro dai musicisti sul palco al loro piccolo ma eccitato pubblico. Uno scambio diretto di emozioni e grinta. Mi sembra incredibile che tutto questo possa succedere in un piccolo locale di Bergamo, con una band tutta bergamasca. Una band, i plastic made sofa, che però dalla nostra angusta provincia sono approdati all’Heineken Jammin Festival e agli States. E che ieri hanno regalato una vera serata di rock a qualche centinaio di ragazzi stipati al massimo tra le quattro mura del nostro piccolo centro giovanile.

Una differenza abissale rispetto alla folla oceanica che riempiva il teatro degli Arcimboldi giovedì per il concerto di Elisa. Tutti in fila nei posti numerati, una massa di impiegatucci che si fingono giovani, gente che sembrava vergognarsi persino ad applaudire. Lei è una delle voci più emozionanti che conosca. Tutto il resto sfiorava il ridicolo: regia, luci, accompagnamento musicale, arrangiamento, coristi. Appena dei mediocri esecutori, senza nessun entusiasmo e senza un briciolo di passione. Una serata piatta, e che non vale il biglietto d’ingresso. Niente a che vedere con una massa di ragazzi che si dimenano e sudano bevendo birra e drink da bicchieri di plastica. Niente a che vedere con l’entusiasmo di chi non deve dimostrare niente a nessuno ed è lì perché ama ciò che fa.

Venerdì un seminario sul mestiere di giornalista. Tra i relatori il direttore dell’Eco di Bergamo. Ci lascia con un’immagine allo stesso tempo amara e appassionata di un mestiere fuori dal tempo. Un professionista che dovrebbe trovare la verità in un mondo in cui l’informazione è troppo veloce per concedere tempo alla verifica, alla ricerca. Perché la verità ha bisogno di tempo, e il suo più grande nemico è il pregiudizio, anche quello istintivo: la prima immediata lettura di un evento non sempre è quella corretta. Un professionista che dovrebbe perseguire la verità pur sapendo che l’oggettività non esiste, che ogni informazione prevede il filtro di un punto di vista. Un professionista che dovrebbe cercare notizie ma oggi ha il compito, sempre più difficile, di selezionare le notizie, di interpretare, mettere ordine in una matassa sempre più aggrovigliata. Un professionista alle prese con la tirannia di internet e del tutto-gratis. Ma la qualità non è mai gratis. Un professionista che affronta studi lunghi e impegnativi, e poi si trova di fronte alla realtà di un sistema editoriale che non assume. Un professionista che non conosce orari e giorni festivi. Ma che è sempre a contatto con tutto ciò che accade, che vive immerso nel proprio tempo. Un uomo curioso, capace in ogni momento di sorprendersi e di farsi domande. Forse la professione più difficile e affascinante del mondo d’oggi. Votata ad un’impresa titanica, eroica: portare la verità nell’età dell’informazione.

Giovedì i 150 anni dell’Unità d’Italia. I festeggiamenti seguiti distrattamente. Mi chiedo se la contestazione a Berlusconi sia il segno che la misura è finalmente colma. Mi chiedo se l’atteggiamento infastidito e irrispettoso della Lega abbia indignato qualcuno in più del solito. E intanto studio che, nei diversi moti rivoluzionari dell’ottocento, nessun patriota italiano è mai riuscito ad ottenere il consenso delle masse contadine, cattoliche, abituate al dominio monarchico e feudale. L’unità d’Italia era un discorso che riguardava le città, quella popolazione urbana che, se non parlava, conosceva la lingua franca di Boccaccio e Petrarca. Quando e come quei contadini sono diventati cittadini italiani?

Lunedì la Gelmini da Fazio. Un intervento insultante e insulso, come al solito. Mi sono sentita presa in giro. Intanto rimaniamo con una scuola in una situazione tragica, e con la sensazione sempre più netta e amara che questo paese non abbia niente da darci. Ma di questo vi parlerò meglio più avanti.

Un ultimo accenno da approfondire: Discesa all’inferno di Doris Lessing. Ne parlerò presto. Intanto, un imperativo: leggetelo.

P.S. Questa iniziativa mi riempie di ottimismo e speranza. Un gesto piccolo ma importante.

Trenta secondi fa ho scritto su un blog un commento in cui dichiaro che non bisogna aver paura di esprimere la propria opinione su temi complessi anche quando non li si padroneggia totalmente. Questo post sarà la messa in atto di tale dichiarazione. Per quanto mi riguarda, più studio e leggo più scopro la mia abissale, incolmabile ignoranza. E più mi rendo conto che non posso esigere di conoscere approfonditamente ogni aspetto dello scibile umano. Specialmente oggi (insomma, se fossi vissuta nel medioevo probabilmente avrei già esaurito la mia libreria). Ma chiunque ha delle opinioni. Io ho delle opinioni, e un mucchio di idee che mi frullano nella testa. E se non posso condividerle qui e confrontarle con quelle altrui, dove posso farlo? (fra amare parentesi: non certo a scuola).

Detto questo, stasera vorrei parlare di un tema ENORMEMENTE complesso e molteplice, ma che mi affascina come poco altro e su cui rifletto da parecchio.

La necessità di uccidere i padri.

Partiamo da Edipo. L’Edipo re è uno dei testi fondamentali dell’essere umano. Ogni tanto mi chiedo se venga prima l’uomo o l’Edipo. E’ un po’ come interrogarsi sull’uovo e sulla gallina. Fatto sta che l’Edipo sta nella nostra pancia, nella nostra testa e nel nostro sangue più di quanto crediamo. E la storia di Edipo è quella di un figlio fatalmente destinato ad uccidere il padre. Un figlio che affronta lunghe peripezie per conseguire inconsapevolmente/inconsciamente l’uccisione del padre.

Da qui deriva il paradigma umano: i figli devono uccidere i padri. Che lo vogliano o no. Che ne siano consapevoli o no.

E’ sempre stato così. Qualsiasi essere umano raggiunge l’età adulta nel momento in cui uccide metaforicamente il padre e/o la madre (i greci parlarono anche di Elettra). Ovvero escono da una condizione di dipendenza fisica e psicologica dai genitori, acquistano autonomia di vita e intellettuale. Ma soprattutto quando superano il modello educativo e culturale proposto dai genitori o dalla società dei “più vecchi”. La ribellione adolescenziale è la cosa più bella e naturale che ci sia, e non sempre si deve risolvere in modo drammatico o conflittuale. Si può anche “ribellarsi” mantenendo il rispetto verso i più anziani e verso un certo tipo di educazione, ma è inevitabile rielaborare il modello proposto secondo la propria personalità, la contingenza storica, il proprio nuovo ruolo di adulto.

Nell’ultima generazione, qualcosa si è bloccato.

Siccome ora il discorso diventa davvero terrificante, parto dalla mia esperienza, per quanto possa essere delicato. I miei genitori sono delle persone straordinarie. Non sto mettendo questo in dubbio. Ma la verità è che io non li ho mai visti come genitori, ovvero come un tipo molto particolare di autorità. Loro mi hanno sempre trattata sul loro stesso piano e io ho sempre trattato loro più come degli amici che come dei genitori. Non è poi così strano: per tanti aspetti sia mia madre sia mio padre hanno ancora la mentalità e il modo di vedere il mondo dei ragazzi. Non si sono mai abituati a un certo tipo di regole e di responsabilità “rigidi” e “categorici” che, secondo me, sono propri dell’età adulta. Il che è anche una cosa molto positiva. Ma la conseguenza è che sono sempre stata io a dovermi dare delle regole. Ad essere la mia stessa autorità. La conseguenza è che non ho nessuno a cui ribellarmi. Nessun punto di riferimento etico-antropologico rispetto al quale formare la mia personalità per imitazione o per opposizione. Lo so che detto così sembra una pappardella sociologica. In pratica è una gran brutta situazione. Tanto difficile e per certi aspetti dolorosa che ci ho “strutturato attorno un sintomo”. A voi immaginare se è alcolismo, dipendenza da droghe, autolesionismo, masturbazione ossessiva, attacchi di panico.

E quello che registro nella mia esperienza lo vedo riflesso per molti aspetti nel mondo esterno. E questo perché siamo figli di una generazione che ha demolito i propri padri e poi non ha costruito nulla. Annichiliti dalle proprie creazioni liberali e liberticide, hanno creato un “nuovo modello” sociale e antropologico che non ha nulla di etico e di autoritario. E per aggravare la situazione, siamo figli di una generazione parecchio più ricca di noi. Una generazione che non ha mai raggiunto l’età adulta perché, uccisi i padri, ha creato un sistema di valori del tutto distorto e malsano, che deve venire per forza rifiutato dalla nuova generazione, o almeno dalla parte di essa più “savia” (e se vogliamo precisare cosa sia la saviezza in questo caso, è la conoscenza e la capacità di trovare altri modelli al di fuori della classe dirigente odierna). Siamo in una condizione di dipendenza economica e psicologica che non ha via di uscita. Perché i nostri genitori sono i nostri amici, i nostri figli e i nostri nonni. Incapaci di invecchiare, incapaci di accettare che il loro ruolo fisiologico è finito. Incapaci di essere una vera autorità, di proporre una vera educazione. E noi non possiamo e non riusciamo a ucciderli. Di fronte ad un’interruzione nella catena generazionale, noi giovani siamo obbligati o a rimanere per sempre infanti, o a balzare miracolosamente all’età adulta. Creando un modello di valori ex-novo. E’ questo che stiamo cercando di fare, che alcuni di noi stanno cercando di fare. A livello personale ma soprattutto collettivo. Politico. Zoppicando e cadendo. Ma con lo scopo, spero ancora ineluttabile di uccidere i padri.

Alcuni post di G.L. hanno l’incredibile capacità di suscitare una miriade di corollari e interventi che prendo da essi spunto. Mi riferisco in particolare a questo. Che è stato per me motivo di ulteriore riflessione e ispirazione. E alla fine della catena ecco il mio post odierno.

Mi è capitato diverse volte di riflettere su cosa renda uno scrittore tale, intendo per scrittore quella strana figura mitologica che riesce a dar voce a un sentimento comune ma non-esplicitato/inconscio. In un libro di Calvino (inchiniamoci profondamente) ho trovato una definizione di scrittore che condivido appieno e ritengo semplicemente deliziosa. Suonava qualcosa tipo: uno scrittore scrive libri come un albero di mele fa le mele. Mi pare che questa frase riassuma bene la mia visione ideale dello scrittore. E con questo non intendo affermare che scrivere un libro sia un processo facile, ma che sia naturale. Uno scrittore è nato per scrivere libri e non può fare altro che scrivere libri, secondo la propria indole. E’ quindi ovvio che scrittori si nasce. Senza altre clausole. Se non sei un albero di mele, mai lo sarai. Purtroppo, d’altro canto, non basta essere un albero di mele per produrre buone mele. A volte delle mele genuine ma insipide e avvizzite sono peggiori delle mele contraffatte che qualche bravo artigiano sa produrre, ma la differenza sostanziale fra i due frutti rimane: uno è vero, uno è falso.

Essere scrittori è una qualità innata. Ma una qualità innata che va coltivata con dedizione e costanza, se si vogliono ottenere risultati soddisfacenti.

Un altro aspetto che la frase calviniana mette in luce è che lo scrivere non è un’attività eccelsa, imperscrutabile e dai meccanismi oscuri e esoterici, e che lo scrittore non è un semidio degno di ogni onore e venerazione. Scrivere è un processo semplice, naturale, che rientra perfettamente nell’ordine delle cose. Scrivere è normale.

E questo ci porta a un ultimo punto: l’attività poetica (nel senso dell’attività di comporre narrazioni) è fondamentale per la comunità umana. Ovunque ci siano due esseri umani e un fuoco, c’è qualcuno che racconta una storia. E questo perché le narrazioni sono necessarie all’uomo. Sono necessarie da una parte per eternare una civiltà e un sistema di valori, per attribuire a un gruppo sociale un’identità coesa, d’altra parte per interpretare il mondo e orientarsi in esso. Giambattista Vico, riferendosi ai poemi omerici, parla di “universali fantastici”, ovvero di immagini poetiche in grado di rappresentare caratteri tipici del mondo o della vita e soprattutto di chiarificare le verità dell’esistenza. Io aggiungerei che la poesia non si limita a dipingere la realtà e a fare luce su alcuni suoi angoli oscuri, ma crea la realtà stessa, la plasma, la rende comprensibile e intelleggibile, ma non secondo un canone di realtà, bensì secondo un particolare punto di vista. Lo scrittore ha il potere di guardare la realtà da un’angolazione speciale e imporre questo suo punto di vista a chi lo ascolta/legge attraverso la narrazione. Non sto parlando di propaganda o di lavaggio del cervello: sto parlando di immaginari e di visioni del mondo.

Lo scrittore è allo stesso tempo colui che ti restituisce la vista e ti dona occhi nuovi.

Ma non è un dio e non è un profeta. E’ un albero di mele.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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