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Non capisco perché io devo sempre essere stanca, insonne e un po’ stressata. Anche in piene vacanze estive. Anzi, forse proprio a causa delle vacanze estive. Comunque stasera ho un buon motivo per sentirmi abbastanza distrutta: è stata la mia prima giornata di volontariato in un centro diurno per minori. E’ stata una giornata lunga e intensa, in cui ho conosciuto gli educatori del centro, persone straordinarie, e i suoi sei ospiti. Non ho idea di quali situazioni di disagio, povertà, abuso vivano questi ragazzi a casa, ma si sente che hanno qualcosa in meno e qualcosa in più dei loro coetanei. Penso che tutto questo mi darà parecchio da riflettere, e sicuramente condividerò quanto ho imparato su queste pagine. Sinceramente, non mi sento più buona, figa e realizzata perché faccio volontariato. Solo un po’ più consapevole di quanto io sia inadeguata e piena di limiti.

In ogni caso stasera volevo riflettere soprattutto su alcuni recenti avvenimenti. Penso che la strage In Norvegia abbia sconvolto un po’ tutti, o almeno avrebbe dovuto. Personalmente il mio primo pensiero è stato: come ha potuto farlo? Una domanda piuttosto futile e più adatta a un giallista poco originale che a un’analisi seria. però è un interrogativo che continua a tormentarmi: come può una persona compiere un atto del genere? Piano piano mi sono resa conto che rispondere è possibile solo se si ammette che un’azione tanto orrenda non è solo il frutto dell’iniziativa di un singolo ma di un preciso contesto culturale. Un contesto di disagio sotterraneo, di intolleranza sotterranea. Un contesto che si vuole nascondere ma che è stato svelato e raccontato da alcuni scrittori. Scrittori il cui merito, al di là del valore letterario in sé e per sé, è quello di essersi presi delle responsabilità nei confronti della realtà che vivono e osservano. Ne parla qui Lara Manni.

C’è chi invece vuole negare questa connessione e creare il mito di un singolo mostro psicotico. Per nascondere che cosa minaccia veramente la società europea: l’intolleranza, gli estremismi, i nuovi fascismi. Lo spiega molto meglio di me Wu Ming 1 qui. Ma la distorsione operata dai “media” in questi giorni in relazione alla strage in Norvegia non si ferma qui: non dimentichiamo che i primi ad essere stati additati come responsabili erano i terroristi jihadisti. Una soluzione talmente comoda, talmente coerente con il quadro “scontro di civiltà” e “Europa sotto assedio” tanto caro all’immaginario odierno, da essere rimasta impressa anche dopo la smentita. Io penso che nonostante ora ci sia un reo confesso maschio ariano cattolico fondamentalista da crocifiggere, molti siano rimasti segretamente e forse inconsciamente affezionati all’originale prima pagina de Il Giornale.

E a questo punto mi autocito: perché quando ho letto questa notizia, non ho potuto non pensare a un paragrafo della montagna di appunti che sto stendendo per quello che forse sarà un nuovo Ibrido. “Esiste una sinergia fra chi detiene il potere ufficiale e suscita uno scenario di terrore, e X (una “specie” di personaggio). L’autorità (ufficiale o effettiva) crea una situazione di paura (mettendo enfasi su terrorismo, immigrazione, episodi di stupro ecc) e quindi X suscita il desiderio di sicurezza. Questo desiderio è uno dei più potenti e viscerali che esistano. In preda a questo desiderio le masse sono spinte ad affidarsi all’autorità ufficiale, che promette sollievo da questa situazione. Quando ciò avviene, X allevia il desiderio, per soddisfare le aspettative del popolo. Ma questa tranquillità non può durare a lungo proprio per garantire all’autorità un controllo costante, e presto viene creata una nuova minaccia. Tutto si gioca sul sottile equilibrio fra desiderio e sua soddisfazione, in modo da mantenere sempre le masse in una situazione di dipendenza dall’autorità stessa.”

(Fra parentesi: anche tutto il girotondo per il decennale del G8 a Genova mi ha riecheggiato parecchio il meccanismo di potere abbozzato qui sopra).

Dopo questo sconclusionato e traballante estratto, vi confesso che i destini dell’ibrido sono molto incerti. A volte mi sembra che gli ultimi nodi stiano venendo al pettine, altre volte mi pare che l’intera architettura semplicemente non stia in piedi. Sicuramente ho bisogno di tempo e tranquillità per ragionare. Ecco uno dei motivi per cui giovedì vado tre giorni al mare, con una marea di appunti e un bloc notes da sfruttare al massimo mentre prendo il sole. E se son rose fioriranno.

per passare ad argomenti più lievi, il rapporto con la mia gatta migliora di giorno in giorno. E’ meravigliosa e ne è perfettamente consapevole. Finalmente non provo più ansia e apprensione per la sua cura, e la lascio ronzarmi intorno quanto vuole finché non si stanca o non diventa troppo fastidiosa. Ma il più delle volte è un incanto da osservare, una compagna sempre curiosa e stimolante. La adoro sempre di più, e apprezzo sempre di più la sua presenza. Inoltre il suo carattere flemmatico, indipendente e allo stesso tempo instancabile e sempre vigile e attento mi sembra un esempio impareggiabile di vita.

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La prima cosa da cui si capisce che oggi è un nuovo giorno è che c’è un gran bel sole. Di quelli che non si vedevano da settimane. Cielo azzurrissimo, senza una nuvola, luce limpida e tersa. Mi sembra di rinascere. Nonostante abbia ancora un po’ di ore di sonno arretrato, mi sono svegliata con un’energia tutta nuova.

Non so quanto il mio buonumore sia influenzato dai risultati referendari. Molto, probabilmente. Nonostante tutto, la notizia del raggiungimento del quorum ha qualcosa di inaspettato e incredibile. Un segno forte, soprattutto dopo le amministrative, un’espressione decisa della volontà di cambiare, e di cambiare in una direzione precisa. E se rispetto alle elezioni mi riservavo qualche scetticismo, ora sento davvero che qualcosa sta cambiando. Perché al referendum non sono in gioco le stesse logiche di partito, di destra e sinistra, e anche gli slogan e i discorsi demagogici hanno un sapore diverso, meno indigesto. Sento che questo referendum esprime davvero la volontà degli italiani, un nuovo spirito degli italiani, al di là dei meccanismi maggioranza-opposizione, delle semplificazioni ideologiche, degli interessi politici.

Qualcuno ipotizza (non solo un illustre metallaro, ma anche Napolitano su l’Espresso) che il Cavaliere abbia un ultimo asso nella manica, ancora meno legale e istituzionale del solito. Vada come vada, meglio un colpo di stato che una falsa democrazia. Almeno potremo guardare in faccia il nostro nemico, smascherato.

Passando ad argomenti totalmente diversi, ma non per questo meno eccitanti, fervono i preparativi per la mia partenza alla volta del Canada, e nel turbine degli ultimi acquisti mi sono resa conto di dover fare un piano delle letture estive. Questa è un’ardua impresa in cui vi chiedo consiglio. L’estate è l’unico periodo in cui posso affrontare letture più impegnative del solito, e porre un’attenzione particolare a quello che leggo. Perciò bisogna scegliere e valutare, valutare e scegliere.

Al di là delle letture obbligatorie di inglese e italiano (che constano di ben sei libri la cui lettura sarà sangue e dolore). Volevo leggere un bel romanzone russo (pensavo ai fratelli Karamazov, ma in effetti non ho mai letto Tolstoj, e questa è una grave mancanza) e forse un colosso francese tipo I Miserabili. Se ce la faccio, leggo tutto l’Orlando Furioso. Quindi volevo finalmente fare la mia conoscenza con la letteratura tedesca (ah, devo leggere obbligatoriamente I dolori del giovane Werther. Suggerimenti più interessanti?). E poi volevo leggere un americano: un classico o un contemporaneo? Bisogna anche tenere in considerazione che almeno gli  anglofoni vorrei leggerli in lingua originale. Poi mi piacerebbe leggere qualcosa di davvero insolito.

Insomma, un’estate intensa.

Ah, non vi viene voglia di andare a Venezia?

Non c’è una volta in cui mi sieda al computer alla sera e non sia tremendamente stanca. Quindi basta lamentosi cappelli introduttivi e arriviamo direttamente al sodo. Un post doppio su due argomenti di cui mi ripromettevo di parlare alla fine di uno degli ultimi post.

Mattatoio n°5. Semplicemente, il miglior libro sulla guerra che abbia mai letto. Sulla guerra, non contro la guerra, perché questo breve romanzo di Vonnegut non ha nulla di moralistico e nulla di didascalico: è la più schietta e disarmante, per quanto non convenzionale nella forma, testimonianza sulla seconda guerra mondiale che abbia mai letto. Una testimonianza che lascia ai lettori trarre le proprie conclusioni liberamente. Mattatoio n°5 è quel tipo di libro che ti colpisce alle spalle. Pensi di star leggendo uno strambo e surreale romanzo di fantascienza, e di pagina in pagina ti rendi conto, con sorpresa e disappunto, di aver di fronte tutt’altro. Pensi che il tono dell’autore sia ironico e “postmodernista” e piano piano ti rendi conto che si tratta invece di una voce amarissima, piena di consapevolezza e attonito dolore. Quell’innocuo volumetto di spiccia fantascienza si trasforma sotto i tuoi occhi in una disincantata e terribile riflessione sulla natura umana, sul destino, ma soprattutto sulla guerra, sul suo (non)senso. Il bombardamento di Dresda è uno degli episodi più dolorosi e appunto per questo meno conosciuti della seconda guerra mondiale, e Vonnegut ne è stato testimone. Ma Mattatoio n°5 non è (solo) un memoir: balza costantemente dal particolare all’universale, dal surreale all’iperreale, con una levità e una scioltezza che nasconde non solo una macchina narrativa sorprendente, ma soprattutto un’intelaiatura ideologica, una riflessione, di profondità e veridicità sconvolgenti. Mattatoio n°5 è ingannevole come una vipera nascosta in un prato fiorito. Scorre via leggero e divertente, e intanto ti instilla veleno: con richiami interni, frasi incisive, immagini suggestive, ti racconta di quanto la guerra sia un orrore disumanizzante ma inevitabile, di quanto l’uomo sia impotente, di quanto il suo affannarsi sia vano. Così va la vita. Tutto è già scritto, ma nessuno si rassegna.

Cambiando argomento: volevo ricollegarmi a questa serie di post e alle riflessioni dell’autore del blog riguardo alla coscienza storica delle nuove generazioni. Lui trae delle ottime conclusioni in questo intervento, e io non ho molto da aggiungere, se non il mio punto di vista. Una volta tanto, mi accorpo alla massa dei “giovani” e ammetto di non avere nessuna consapevolezza della nostra storia più recente. Parlo di consapevolezza, non di conoscenza. Perché qualcosa ho studiato, qualcosa ho sentito, qualcosa ho letto sugli ultimi cinquanta anni. Ma non per questo ne so qualcosa. E’ come se fossi completamente incapace di capire il passato più recente. Già districarsi nella storia più antica è un’impresa non facile, ma è come se la storia fino alla fine dell’ottocento fosse già digerita, elaborata, interpretata, pur nella sua complessità e contraddittorietà. E’ decisamente più facile farsene un’idea generale. Invece il passato più recente è semplicemente incomprensibile. Ogni volta che tento di capirne qualcosa mi trovo di fronte o a un guazzabuglio di eventi e dati collegati da labili nessi e spesso di incerta veridicità, o a interpretazioni critiche che lasciano più spazio al dubbio e alla molteplicità che a una visione complessiva e unitaria. Il motivo di questa difficoltà sta certamente nella comunicazione, nel fatto che non esiste più una collettività che trasmette il sapere in una forma già interpretata. Ma io ho anche un’altra sensazione: che noi non riusciamo a superare il nostro passato più recente: non riusciamo ad affrontarlo, e quindi a interpretarlo e capirlo, in un certo senso a chiuderlo. E’ come se fosse troppo sconvolgente e torbido. Ma soprattutto come se il presente fosse ancora troppo legato al passato, impregnato dai suoi miasmi e impantanato nelle sue acque paludose, per prenderne le distanze e capirlo.

Sento sempre di più che a causa di questo gap storico la mia identità come persona è come monca, fragile.

Deliri del venerdì sera. Sapete che non dovete prendermi sul serio, vero?

Ma come si fa in questo momento a non credere almeno per un attimo che le cose stiano davvero cambiando? Che si possa voltare pagina. Che la misura sia ormai colma. Che la gente non si faccia più ingannare. Che gli italiani ricerchino ormai modelli diversi. E che siano stanchi, disgustati, esasperati. Che gli stessi italiani abbiano anche voglia di costruire un futuro nuovo, di mettersi in gioco, di affrontare i problemi.

Forse perché questo articolo puzza terribilmente di semplificazione.

E questo discorso olezzi di demagogia.

Ma come si fa a non sentire aria di cambiamento? Di speranza? Nonostante tutto, le parole stanno cambiando. Dalla rabbia all’entusiasmo. Dall’eterna sconfitta a un primo sentore di vittoria.

Non stiamo imboccando la strada giusta, questo no. Ma forse abbiamo scelto un’alternativa diversa.

Ops, l’ho fatto di nuovo. La sera dopo aver inviato l’ultimo post, parto degenere dopo un lunghissimo silenzio dovuto al mio impegno su altri fronti scrittevoli, mi sono ritrovata a guardare The Hours. Era una di quelle serate in cui mi sentivo parecchio triste senza alcun motivo particolare, e ho pianto per il primo quarto d’ora. Dopo un altro quarto d’ora ho spento il computer e per ora non sono andata avanti con la visione. Benché, per quanto abbia potuto giudicare, è davvero un buon film. ma in quella mezz’ora era successo qualcosa. Qualcosa che non so quanto abbia a che fare con il film, probabilmente pochissimo. Mi è scattato qualcosa in testa. Mi sono resa conto che avevo una storia da scrivere. E non l’avevo inventata, non ci avevo ragionato lucidamente. Era come se la sapessi già da tempo e in quel momento mi fossi detta: io posso scriverla questa cosa. Una semi-rivelazione. Ergo, sto scrivendo come una matta. Non pianifico quasi nulla di ciò che scriverò, eppure non rimango mai ferma di fronte alla pagina bianca. E’ una strana sensazione. Non so cosa ne uscirà fuori, probabilmente nulla di buono, ma intanto mi piace parecchio.

In ogni caso, in questi giorni c’è parecchio su cui riflettere. Penso che siano accaduti più “eventi” negli ultimi dieci giorni che negli ultimi dieci mesi, fra beatificazioni, matrimoni e morti (omicidi) eclatanti. Ecco, mi soffermerei su quest’ultimo. La notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden mi ha certamente colpita, come penso tutti. Ho avuto davvero la sensazione di trovarmi di fronte ad un evento fortemente simbolico, e allo stesso tempo fortemente ambiguo.

Osama Bin Laden era il nome che infestava i telegiornali post 11 settembre, quando io ero già abbastanza consapevole da sentirmi parecchio turbata da quel paio di grattacieli che collassavano l’uno sull’altro. Osama Bin Laden era il simbolo di Al Quaeda, ergo il simbolo del terrorismo, ergo il simbolo del Male Che Minaccia La Società Occidentale. Dopo dieci anni di guerra in Afghanistan, gli Americani lo hanno scovato e ucciso, un’operazione dei servizi segreti inequivocabilmente firmata USA. Giustizia è stata fatta. Chi rompe paga. Dovremmo essere tutti contenti. Invece nessuno è contento, e io sento un disagio e un disgusto ammorbanti.

Le parole di Obama echeggiano un machismo e un militarismo che nemmeno Bush si sarebbe permesso. Ha voluto usare parole forti, immagini forti, messaggi forti. Vendetta, giustizia, patria, salvezza. E così facendo ha smascherato la vanità del suo discorso. Un discorso che avrebbe forse funzionato nel tracollo psicologico post undici settembre. Ma non dopo dieci anni, dopo la crisi economica e la rivoluzione in medio oriente. Non in bocca ad un presidente in difficoltà. Non rivolta ad un’America che comincia a capire di non essere più il centro del mondo, di non essere più il modello economico, sociale e politico dominante, di essere in declino dal punto di vista ideologico e commerciale. Un’America che dubita di sé stessa e dubita del suo presidente. Le parole di Obama sanno di sconfitta. Si avverte l’amarezza di chi porta a casa un trofeo vacuo, che non soddisfa nessuno e non ricompensa nessuna perdita.

Le polemiche fioriscono ancora prima dei festeggiamenti. la paura per le ritorsioni. Le numerose “tesi del completto” (cadavere in mare, foto truccate, farsa totale). E su facebook, quel micidiale calderone di idee e facezie, spunta un link che vorrebbe essere divertente: “il principe si è sposato, il cattivo è morto, cos’è, la settimana di Walt Disney?” Un riso piuttosto amaro. Un segno inequivocabile di una narrazione fallita, ammorbata, che non convince nessuno. Perché tutti sanno di non aver vinto nulla, di non aver sconfitto nessuno. Di aver solo ucciso un uomo. Un uomo che ormai non rappresentava più nemmeno un’idea abbastanza potente. Lo spettro di Osama Bin Laden è sparito quando ci si è resi conto che l’occidente aveva ben altri problemi oltre al terrorismo. Ed ora non c’è più nulla da esorcizzare. Solo un bisogno di risposte più complesse, di motivazioni, di prove. E di narrazioni che siano al passo con i tempi, che diano certezze, vero e false che siano.

Nell’ultimo post lodavo la primavera? Ecco, per favore, datemi una martellata in testa.

La primavera mi sta uccidendo. O almeno spero che sia quella, altrimenti devo cominciare a pensare alla malaria, il che mi preoccuperebbe un filino di più. Non riesco a pensare ad altro che a dormire. Mi sveglio e ho sonno. Torno a casa e ho sonno. Studio e ho sonno. Mangio e ho sonno. E in effetti non faccio molto altro che studiare-mangiare-dormire, perché invece i miei professori si sono risvegliati dal letargo e ci stanno massacrando con una mole insostenibile di studio e verifiche. Niente di nuovo, in effetti. Scrivere zero. E nemmeno leggere, fatto più unico che raro: le mie letture sono passate da King a un saggio di filosofia interminabile e ben poco stimolante.

Come avrete ormai capito, non sono incline all’ottimismo. Anzi, stasera darò fondo al mio pessimismo radicale descrivendovi tutto ciò che di problematico vedo nella mia esistenza. Come spunto per varie riflessioni deliranti, ovvio.

In primo luogo, sono uno studente. Penso che, in relazione con i tempi, la scuola italiana stia vivendo il suo periodo più nero. O perlomeno la scuola pubblica. Non si tratta solo di un’assurda politica di tagli, ma anche di una disastrosa gestione delle poche risorse e di una serie di proposte (ad esempio la valutazione dei docenti, i test INVALSI, i vari provvedimenti “meritocratici”) totalmente deliranti. Non penso di essere in grado di valutare se si tratti di una scelta consapevole, una volontà di svalutare la scuola e la ricerca universitaria perché la si ritiene poco proficua o magari persino per ostacolare la formazione dei cittadini a scopo manipolatorio, oppure di semplice incapacità e negligenza. Probabilmente un po’ e un po’. Quello che vedo è che non abbiamo più né ore né spazi per alcuna attività extracurricolare (non intendo il torneo di calcetto o il ballo di fine anno, ma l’orientamento universitario e i cicli di conferenze), che i soldi bastano appena per pagare i registri, un po’ di carta igienica e il riscaldamento al minimo, e la scuola continua a chiedere contributi alle famiglie. Non si fanno più ore di recupero/approfondimento, e l’organico è al minimo. E anche quest’anno salta la messa a norma del laboratorio di chimica o, più prosaicamente, della terrazza, che non è sicura. Chi va all’università mi dice che non ha ricevuto la borsa di studio pur avendone diritto. Ma penso che la situazione peggiore sia quella di studenti disabili e insegnanti di sostegno. Almeno ho la fortuna di essere sana.

In secondo luogo, sono una studentessa. Ciò significa che ho i voti migliori ma le prospettive lavorative peggiori. E probabilmente farò una brillante carriera universitaria per finire a lavorare part time in un ufficio per poter stare con i bambini. E consideriamo pure l’ipotesi di licenziarmi. Casta, domiseda, lanifica. Fantastico.

E’ ormai chiaro che sono anche una donna. E se devo essere sincera, è forse l’aspetto della mia personalità con cui convivo con più difficoltà. Grave, vero? Quando vedo fuori dalla stazione di Milano Porta Garibaldi un paio di culi al vento in formato gigante, provo disgusto e vergogna. Ma un disgusto e una vergogna tutti maschili, che niente hanno a che fare con l’indignazione. Quando si parla di Rubygate e bunga-bunga mi dico: è questo il ruolo della donna nella società odierna? E’ questo il modo che ci è rimasto per farci un nome, per avere una qualche considerazione? (E poi, ma questo è un altro discorso: è questa la classe politica che ci governa?) Ma non riesco a viverla come una questione personale. Quando vedo perfette mamme-manager con fisici impeccabili, un bebé in braccio e il laptop a tracolla, penso a quante compresse di Tavor prendano al giorno, ma non riesco a figurarmi in una situazione lontanamente simile. Quando vedo modelle di 40 chili per un metro e ottanta mi chiedo quale tipo di società mortifera e post consumista possa generare aberrazioni del genere, e intanto mi peso tutte le mattine. Poi guardo le inchieste del global gender gap e mi preoccupo. Ma come individuo, non come donna.

Oltre a tutto ciò, ho anche l’aberrante desiderio di dedicare la mia vita alla letteratura. Ancora non so come. Se traducendo, scrivendo recensioni per Io Donna, facendo editing, curando una collana editoriale, aprendo una libreria. In ogni caso, sarà dura. Sarà dura perché le librerie sono in fallimento, il mercato editoriale si sta imbarbarendo su tutti i fronti (non solo nella narrativa) e il discorso culturale-letterario sta degenerando in maniera impressionante. Ogni tanto mi chiedo se la soluzione migliore, e forse anche la più rischiosa, non sia proprio quella di creare uno spazio fisico, e non virtuale (perché sulla rete ci si svaga, non ci si impegna), per raccogliere chi ha voglia di qualità e di discussione, offrire a tutti una tazza di té, una buona dose di letture e di dibattiti. Oppure volare all’estero.

Perché sono anche italiana, conviene dirlo. E più mi guardo in giro più mi rendo conto che non c’è possibilità di lottare. Si può solo soccombere o fuggire. Con la coda fra le gambe e tanta nostalgia per un paese che non è mai stato patria ma che mi ha comunque offerto molto. Questa è l’aria che tira fra le “nuove generazioni”. Tanta sfiducia, tanta rassegnazione. Tutti vogliono andarsene, ma non sanno se ne avranno i mezzi e la possibilità. E le qualifiche adeguate. Tutti sognano la vita all’estero, con una punta di utopia, direi, ma soprattutto con tanta amarezza. Questo soprattutto mi spaventa.

Beh, la primavera porta tanta stanchezza, ma anche una certa voglia di cambiamento. Forse porterà anche quella determinazione che mi serve per non rassegnarmi.

Questo progetto mi è piaciuto sin da subito. Molto. Oggi si tende assai spesso ad osservare i fatti senza agire. Penso sia una stortura causata dall’era dell’informazione. Forse non siamo capaci di provare una vera empatia per le vittime di una tragedia a cui assistiamo dalle nostre postazioni pc/tv. Ma soprattutto non stabiliamo alcun tipo di contatto, di relazione, tra la nostra vita e la nostra realtà e quello che vediamo. E’ come se, soprattutto di fronte al dolore, l’indigestione di informazioni causasse un senso di straniamento, un’incapacità di concepire che ciò che vediamo è perfettamente e totalmente reale. E ne consegue che più le possibilità di intervenire o di dare un piccolo aiuto si moltiplicano e diventano più immediate e semplici, meno vengono sfruttate.

Inoltre penso che nel ruolo e nel mestiere dello scrittore sia insito il rischio di limitarsi ad osservare la realtà dall’esterno, senza intervenire se non con la propria opera artistica.

Così l’iniziativa di Lara Manni mi ha davvero colpita positivamente, e ancora di più mi ha impressionato e rallegrato il grande seguito che ha avuto, così come l’efficienza e la velocità con cui, lei e molti altri, hanno realizzato questo progetto. Ho avuto l’impressione che tanti avessero la volontà di fare qualcosa per aiutare il Giappone e aspettassero solo un’occasione simile. E’ stata una chiamata alle armi.

Inoltre offrire dei racconti in cambio di un aiuto umanitario è un gesto di grande bellezza e significato. Equivale a nobilitare la propria arte, e a sottolineare ancora una volta il nesso strettissimo fra narrazione e vita. Raccontare per vivere. In un momento drammatico come questo è importante come non mai stringersi attorno ad un fuoco e evocare qualcosa che ricordi che vale la pena restare uniti e andare avanti.

Ho letto un paio di racconti, davvero apprezzabili, e ho lasciato la mia monetina.

E poi mi sono detta, perché non faccio qualcosa anch’io? All’inizio avevo scartato l’ipotesi a priori: non mi sentivo in grado, il pensiero di vedere il mio nome accanto a quello di alcuni autori mi dava i brividi. Insomma, avrei fatto una gran magra figura. E poi non avevo tempo, come al solito.

Però, però, però, un’idea ha cominciato a stuzzicarmi. Un’idea per un racconto che sarebbe stato proprio adatto all’occasione. Un’idea non originale, ma che aveva il suo fascino.

Mi sono sentita chiamata in causa. Mi sono detta: perché non anch’io, perché non partecipare, perché non far sentire che ci sono, che mi importa, che apprezzo tutto quello che si sta facendo. Al diavolo il tempo, rosicchiando un paio d’ore di qua e di là sono riuscita a mettere insieme tre cartelle e a fare una rapida revisione. Il risultato, come al solito, non mi soddisfaceva. Ma nessuno chiedeva dei capolavori. Non dovevo declamare i miei versi dall’Empireo o rivaleggiare con geni della letteratura. Certo, il mio racconto non era al livello di altri, ma nessuno pretendeva che lo fosse. Non c’erano parametri o giudizi o premi. Solo la piccola soddisfazione di poter dire: io c’ero, e ho contribuito come ho potuto. Ecco, questo mi sembra molto bello.

Spero che l’emergenza in Giappone venga gestita al meglio, e che questo paese possa risollevarsi presto da questa terribile crisi. Alcune ferite non si possono curare del tutto. Ma si può guardare avanti e imparare dal passato: rendere belle le proprie cicatrici. Questo è il mio augurio.

P.S. E questo è il mio racconto. Mi sono presa una licenza poetica: in realtà lo tsunami del 15 agosto 1896 è accaduto la sera.

Questo è un periodo intenso sotto molti punti di vista. Più avrei bisogno di ritagliarmi del tempo per riflettere e mettere ordine, più mi ritrovo sempre con tempi troppo stretti. Sono travolta da una valanga di eventi piccoli e grandi, e comincio ad aver paura di viverli senza capirli. Così stasera mi limito a riportarvi una serie di impressioni sparse riguardo a questa settimana. Risalendo da oggi fino a lunedì.

La giornata di oggi e di venerdì mi hanno ricordato, e mai come adesso ne avevo bisogno, che basta davvero poco per essere felici. Prima di tutto: una giornata di sole. Sarò metereopatica, ma quest’inverno è durato anche troppo. Ho voglia di primavera, di sole, sole e ancora sole. E poi ritagliarsi un po’ di tempo per cose semplici e piacevoli: cucinare, leggere un libro, fare un po’ di ginnastica all’aperto. Senza dover sempre inseguire qualche scopo trascendentale. Perché mi va di fare così.

Un palco di due metri quadri e un locale forse di dieci. Tanto rock, indie rock, rock anni ’70. Tanta, tantissima energia, una passione incontenibile. Tanta voglia di divertirsi, di ballare e di cantare, su pezzi che vanno dal repertorio più classico e “divertente”, ai pezzi più dolci e sottilmente romantici, a quelli più potenti e entusiasmanti. Un’ora di ottima musica. Energia che circolava allo stato puro dai musicisti sul palco al loro piccolo ma eccitato pubblico. Uno scambio diretto di emozioni e grinta. Mi sembra incredibile che tutto questo possa succedere in un piccolo locale di Bergamo, con una band tutta bergamasca. Una band, i plastic made sofa, che però dalla nostra angusta provincia sono approdati all’Heineken Jammin Festival e agli States. E che ieri hanno regalato una vera serata di rock a qualche centinaio di ragazzi stipati al massimo tra le quattro mura del nostro piccolo centro giovanile.

Una differenza abissale rispetto alla folla oceanica che riempiva il teatro degli Arcimboldi giovedì per il concerto di Elisa. Tutti in fila nei posti numerati, una massa di impiegatucci che si fingono giovani, gente che sembrava vergognarsi persino ad applaudire. Lei è una delle voci più emozionanti che conosca. Tutto il resto sfiorava il ridicolo: regia, luci, accompagnamento musicale, arrangiamento, coristi. Appena dei mediocri esecutori, senza nessun entusiasmo e senza un briciolo di passione. Una serata piatta, e che non vale il biglietto d’ingresso. Niente a che vedere con una massa di ragazzi che si dimenano e sudano bevendo birra e drink da bicchieri di plastica. Niente a che vedere con l’entusiasmo di chi non deve dimostrare niente a nessuno ed è lì perché ama ciò che fa.

Venerdì un seminario sul mestiere di giornalista. Tra i relatori il direttore dell’Eco di Bergamo. Ci lascia con un’immagine allo stesso tempo amara e appassionata di un mestiere fuori dal tempo. Un professionista che dovrebbe trovare la verità in un mondo in cui l’informazione è troppo veloce per concedere tempo alla verifica, alla ricerca. Perché la verità ha bisogno di tempo, e il suo più grande nemico è il pregiudizio, anche quello istintivo: la prima immediata lettura di un evento non sempre è quella corretta. Un professionista che dovrebbe perseguire la verità pur sapendo che l’oggettività non esiste, che ogni informazione prevede il filtro di un punto di vista. Un professionista che dovrebbe cercare notizie ma oggi ha il compito, sempre più difficile, di selezionare le notizie, di interpretare, mettere ordine in una matassa sempre più aggrovigliata. Un professionista alle prese con la tirannia di internet e del tutto-gratis. Ma la qualità non è mai gratis. Un professionista che affronta studi lunghi e impegnativi, e poi si trova di fronte alla realtà di un sistema editoriale che non assume. Un professionista che non conosce orari e giorni festivi. Ma che è sempre a contatto con tutto ciò che accade, che vive immerso nel proprio tempo. Un uomo curioso, capace in ogni momento di sorprendersi e di farsi domande. Forse la professione più difficile e affascinante del mondo d’oggi. Votata ad un’impresa titanica, eroica: portare la verità nell’età dell’informazione.

Giovedì i 150 anni dell’Unità d’Italia. I festeggiamenti seguiti distrattamente. Mi chiedo se la contestazione a Berlusconi sia il segno che la misura è finalmente colma. Mi chiedo se l’atteggiamento infastidito e irrispettoso della Lega abbia indignato qualcuno in più del solito. E intanto studio che, nei diversi moti rivoluzionari dell’ottocento, nessun patriota italiano è mai riuscito ad ottenere il consenso delle masse contadine, cattoliche, abituate al dominio monarchico e feudale. L’unità d’Italia era un discorso che riguardava le città, quella popolazione urbana che, se non parlava, conosceva la lingua franca di Boccaccio e Petrarca. Quando e come quei contadini sono diventati cittadini italiani?

Lunedì la Gelmini da Fazio. Un intervento insultante e insulso, come al solito. Mi sono sentita presa in giro. Intanto rimaniamo con una scuola in una situazione tragica, e con la sensazione sempre più netta e amara che questo paese non abbia niente da darci. Ma di questo vi parlerò meglio più avanti.

Un ultimo accenno da approfondire: Discesa all’inferno di Doris Lessing. Ne parlerò presto. Intanto, un imperativo: leggetelo.

P.S. Questa iniziativa mi riempie di ottimismo e speranza. Un gesto piccolo ma importante.

Esordisco come al solito dicendo che l’autrice di questo blog non ha particolari conoscenze di geopolitica o questioni energetiche, ma è solo una ragazza che cerca di tenersi minimamente informata e ogni tanto si trova a riflettere su quello che legge.

La notizia del terremoto in Giappone mi ha profondamente scossa, più di molte altre tragedie o cataclismi. Prima di tutto per la sua enorme portata. 6ooo persone fra morti e dispersi, sono cifre che fanno rabbrividire, e di fronte alle quali si può solo tacere, portare rispetto, pregare. Ma anche perché il Giappone è una nazione moderna, evoluta dal punto di vista tecnologico e amministrativo. Una nazione vincente, efficiente, competitiva sul mercato mondiale e avanzata nella ricerca scientifica. Una nazione che mi ha sempre ispirato un sentimento di orgoglio, fierezza, senso del dovere. Una nazione che all’improvviso si è trovata in ginocchio, sopraffatta da una tragedia imprevedibile e terribile, nonostante le loro misure antisismiche siano ben diverse e ben più collaudate di quelle, per fare un esempio, italiane (o aquilane). Insomma, questa tragedia è stato uno shock per tutto il mondo occidentale, perché ha messo a nudo la fragilità di un colosso, ha ricordato ancora una volta che spesso l’uomo è impotente di fronte alle catastrofi naturali. Vedo qualcosa di sinistramente fatale in una tragedia così grande in un paese così forte. Un memento a non essere così arroganti e così sicuri della propria forza.

Certamente mi auguro che l’emergenza venga gestita con la massima efficienza e lungimiranza e che il Giappone goda della solidarietà di tutta la comunità internazionale. Ma i morti rimangono, e il loro numero è terribile e incancellabile.

A causa di questo shock l’Europa intera si sta interrogando nuovamente sul nucleare, e nonostante tutto non posso che esserne felice. Avrei fatto volentieri a meno di uno shock del genere, ma siccome non posso cambiare gli eventi, spero almeno che facciano riflettere. Riflettere sul fatto che il nucleare, anche quando non avvengono incidenti macroscopici, provoca più problemi che vantaggi. Lo smaltimento delle scorie è una questione tuttora non del tutto risolta, e l’uranio non è una risorsa illimitata. Ricorrere al nucleare come fonte energetica è una scelta che sul lungo periodo porta a grossi problemi, a un accumulo delle scorie e a una continua crescita dei costi di manutenzione o smantellamento. In breve è una scelta poco lungimirante e ora come non mai arretrata, poco vantaggiosa. L’ipotesi italiana di attivare centrali nucleari è ora come non mai retrograda, rischiosa, anacronistica, e spero che tutti se ne rendano presto conto. La comunità europea sta riconoscendo la necessità di abbandonare una forma di produzione energetica così dannosa per l’ambiente e la salute, così problematica, e convertirsi alle “energie rinnovabili”. Ma con la consapevolezza che nonostante tutto l’energia pulita difficilmente potrà soddisfare il fabbisogno energetico attuale.

La soluzione mi sembra una sola, e inevitabile. E una volta che, come mi auguro, l’europa si indirizzerà all’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili, apparirà evidente e spontanea. Ridurre il consumo energetico. Puntare al risparmio. Uscire dal circolo autodistruttivo per cui più si consuma meglio si sta.

Mi sembra l’unico futuro possibile, per il Giappone e per noi.

La sottoscritta ha ormai capito che quando è ammalata la cosa peggiore che può fare è chiudersi in casa e riposarsi. Mi deprimo, mi innervosisco e mi sento molto più male di quanto effettivamente sto. Però sabato l’influenza mi ha messa a dura prova, e quella mezza giornata a letto l’ho dovuta fare. Ma domenica, domenica no. Domenica ero in piazza a Milano sotto la pioggia (pioggerellina, ok, non esageriamo). Come avevo promesso, come desideravo, come aspettavo da settimane. Ed è stata la scelta giusta, anche se ora ho una tosse che non mi lascia stare. Forse era l’unica scelta possibile. Un obbligo nei confronti di me stessa in primo luogo.

Quando sono arrivata, verso le 15.30, piazza Castello era stracolma: una vista impressionante. Nel tentativo di avvicinarmi al palco sono finita imbottigliata nel punto più gremito, in cui la quantità di persone ammassate era davvero “pericoloso” e impediva a chiunque di muoversi verso il centro della piazza o verso i margini. Mi sono chiesta più di una volta perché non avessero predisposto dei corridoi per far defluire la folla, ma in effetti quando si ha a che fare con folle di tali dimensioni è davvero difficile garantire dei minimi standard di sicurezza. In ogni caso, entro un venti minuti sono riuscita ad abbarbicarmi su una specie di fioriera e dal mio piedistallo sono riuscita a godermi tutto lo spettacolo. E quale spettacolo.

Prima di tutto, la folla: una fiumana che arrivava fino a Piazza del Duomo, si arrampicava sul Monumento equestre a Garibaldi, sui cornicioni delle facciate dei palazzi e ovunque si potesse godere di una vista migliore o di un po’ d’aria. Hanno detto che eravamo in centomila, io so solo che non riuscivo a vedere la fine della folla. Una folla, per di più, incredibilmente eterogenea: donne di tutte le età, non solo giovani, non solo studentesse, ma tantissime donne di mezz’età e tante, davvero tante, anziane, sessantenni, settantenni e anche oltre, che probabilmente non erano mai scese in piazza prima. Tanti uomini, quasi ad eguagliare il numero delle femmine.

La sensazione che ho avuto è che un’unica questione sia stata percepita come grave e importante da tutte le fasce della popolazioni, senza distinzioni di età, sesso, estrazione sociale. Tutti si sono sentiti colpiti, chiamati in causa. Si è riscoperto che cos’è la politica, cos’è veramente la politica: partecipazione. Ovvero libertà (cit). Questo mi fa piacere. Così come mi fa piacere aver visto così tanti uomini: perché se una donna può sentirsi vittima di queste continue denigrazioni, un uomo deve sentirsi insultato e umiliato dal modello imposto dalla “classe dirigente”. Sono contenta che si sia dimostrato che ci sono uomini che non sono invidiosi di Berlusconi, che rivendicano un diverso tipo di relazione con il mondo femminile, che sono disgustati da una sessualità compulsiva e denigrante per la donna. E sono contenta anche di quello che ho sentito: dalle frasi proclamate dal palco a quelle sussurrate tra la folla.

Tutti gli interventi sono stati significativi, alcuni sono stati più prestigiosi (Gad Lerner), altri mi hanno commosso personalmente (Eva Cantarella ha letto un brano di Gorgia sul potere della parola: mi sono sentita nell’Atene del V a.C.) Sono contenta che si sia smontato il frame “suore contro puttane” e si sia detto che, sì, nel privato chiunque è libero di fare ciò che vuole, ma che il privato non dev’essere il criterio di selezione della classe politica italiana (e non deve rendere la massima carica dello Stato ricattabile). Che si sia detto che non bisogna combattere Berlusconi ma il berlusconismo, che non si critica il Suo comportamento ma il Suo messaggio e la Sua condotta che lede agli interessi pubblici. Che si sia ricordato che non ci servono altre “immagini oscene”, scattate ad Arcore, di Berlusconi, perché in quindici anni e passa di governo di oscenità ne abbiamo viste abbastanza: gli atteggiamenti mafiosi-machisti-sessisti-omofobi, con dovizia di esempi. Che si siano letti i dati sull’occupazione femminile, sulla retribuzione, sull’aspettativa in gravidanza, sulle pensioni. E che fossimo tutti lì per dire: questo è inaccettabile.

E’ inaccettabile che una ragazza che ha studiato abbia come unica possibilità di ascesa sociale il matrimonio con un buon partito (consiglio dato dal premier ad una giovane disoccupata). L’aria che si respirava non era di rabbia ma di indignazione. Di educata e motivata indignazione: non ho sentito frasi demagogiche o massime lacrimevoli, ma tanti dati, tanti esempi, tante testimonianze. A dimostrazione che è la realtà ad essere incredibilmente drammatica e inammissibile. Non è più questione di principio o di moralità: è questione di urgente contingenza, e lì si sentiva. Si sentiva che chi era lì si sentiva offeso direttamente e per motivi ben evidenti.

Infine, sono incredibilmente felice di aver sentito parlare di speranza. Di fiammelle tenute accese durante la tempesta. E che si sia detto: questo può essere un inizio. E, credetemi, era un ottimo inizio. Io domenica ho intravisto un’Italia diversa. Capace di vedere, capire e giudicare. Un’Italia di cui andare un po’ fiera, finalmente.

P.S. Grazie ai lettori silenziosi. Ai vecchi maestri e ai nuovi amici. Siete molto importanti per me.

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Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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