Per chi durante l’anno studia tanto quanto me, l’estate è sempre una strana bestia. All’inizio rimango sempre un po’ sconcertata da questa titanica distesa di giorni liberi: com’è possibile che riuscirò a riempirla con qualcosa di diverso del ripasso dei verbi greci? (che attualmente è esattamente all’ultimo posto delle mie priorità… Mannaggia, meglio non pensare che ci sono anche i compiti) Mi sembra sempre impossibile immaginare una vita senza scuola, e in preda all’ansia cerco di progettare centinaia di attività per tenere lontana la noia. Perché, nonostante tutto, nonostante la stanchezza e lo stress, l’ozio è il mio peggior nemico: se non faccio nulla, mi sento totalmente inutile, la mia stessa esistenza perde senso e consistenza, sprofondo nel malumore e nella depressione. E’ un mio grosso limite: forse il giorno in cui riuscirò a non fare nulla e a stare bene mi sentirò davvero realizzata. Forse.

In ogni caso, il primo mese di vacanza è trascorso in fretta in quel di Vancouver. La prima settimana a casa è stata una lotta per riadattarsi agli orari e al clima nostrani. La seconda settimana, ovvero quella che sta finendo adesso, sono cominciate le danze.

La cultura prima di tutto. Ho cominciato a leggere I Demoni di Dostoevskij. Per ora lo sto apprezzando molto, anche di più de L’Idiota, che mi aveva molto colpito. Seguire le evoluzioni di questi aristocratici e bizzarri intellettuali nella buona società sovietica è intrigante e sconcertante al tempo stesso. C’è sempre qualcosa di ostico, di difficile, di incomprensibile, nei grandi romanzi russi. E’ come se ti richiedessero di pensare con una testa e guardare con occhi radicalmente diversi dai tuoi, e quindi esigono uno sforzo notevole, a volte impossibile. In breve la mia opinione è questa: un romanzo russo all’anno basta e avanza, ma quello bisogna goderselo dalla prima all’ultima sillaba. Difficilmente le altre letture saranno tanto raffinate e monumentali.

In ogni caso, non riuscirò mai a leggere tutto quello che mi ero proposta. Ma tutto sommato l’avevo già messo in conto nel momento in cui progettavo le mie letture.

In secondo luogo sto cominciando a muovermi per fare la patente. Vorrei dare la teoria a settembre. Senza contare che attualmente anche solo l’idea di mettermi al volante mi terrorizza. Non ho mai guidato nemmeno il triciclo. Solo negli ultimi mesi ho preso l’abitudine di spostarmi in bicicletta, e ho rischiato la vita un centinaio di volte. Quindi, sarà un’impresa non da poco.

Ma la grande novità della settimana è arrivata del tutto inaspettata. Ho adottato una gattina, in un colpo di testa che non mi spiego del tutto nemmeno ora. A dire il vero, sono sempre stata affascinata dai gatti. Sono degli animali belli, fieri, indipendenti, starei delle ore ad osservarli muoversi, giocare, esplorare ogni singolo angolo del loro territorio. E inoltre mi sarebbe piaciuto avere un animale di casa. In un certo senso, sentivo il bisogno di avere un batuffolo di pelo di cui prendermi cura, pensavo che mi avrebbe potuto insegnare qualcosa di nuovo, abituare a un nuovo spirito di vita e a nuove felicità. Ma i miei genitori si sono sempre opposti all’idea di avere un gatto. La verità è che in famiglia c’è già un vecchio cagnolino, che io ho obbligato i miei genitori a prendermi quando avevo sei anni e di cui poi non mi sono occupata minimamente. Ma bisogna ammettere che ora sono cresciuta. E poi, a me i cani non sono mai piaciuti, li trovo insulsi e un po’ stupidi. In buona sintesi, ora mi ritrovo con un felino di pochi mesi in casa. Bellissima: pelo tigrato grigio di rara eleganza, due occhioni verdi, un muso intelligente. E’ molto abituata alla presenza umana, ed è intelligente e curiosa. Come immaginavo, avere un cucciolo in casa è un’avventura. Nonostante la adorassi, i primi giorni sono stati difficili: non sapevo come comportarmi, mi sentivo incapace e inadeguata, a tratti anche oppressa da questo cucciolino che sembrava non volermi lasciare in pace in nessun momento. Infatti appena arrivata cercava le coccole molto spesso ed era molto affettuosa, ma ora che si sta ambientando passa sempre più tempo a giocare come un’indemoniata e a esplorare ogni armadio e cassetto piuttosto che a succhiare il mio povero braccio. Stiamo tutte e due imparando a prenderci i nostri spazi e a non preoccuparci troppo l’una dell’altra. C’è il momento per giocare insieme o per fare due coccole, ma ho anche bisogno dei miei momenti per scrivere, studiare, o semplicemente fare le mie cose. Non devo continuamente preoccuparmi di dov’è la gattina e di cosa sta facendo, e viceversa se lei è troppo invadente (ma sta imparando a tenersi alla larga quando la ignoro) una porta chiusa funziona sempre. Insomma, la mia gattina, che ho chiamato Ivy, mi sta insegnando da una parte la gioia e la soddisfazione di prendermi cura di un cucciolo e di passare del tempo con lei, ma anche la necessità di rivendicare i miei spazi, nonché l’importanza di vivere con più leggerezza: non devo vivere ogni minima responsabilità come uno stress. Una lezione importante da un maestro inaspettato.

In questo turbine di energia felina, sto continuando a scrivere appunti per una storia che mi ronza nella testa da un po’. Imbastire il racconto è una fatica colossale, richiede molte energie e molta perizia, ma quando i nodi cominciano a venire al pettine e gli ingranaggi a girare la soddisfazione è grande. E si comincia a desiderare di battere sui tasti parole meno aride, cominciare a narrare.

Così tengo lontana la noia. C’è sempre qualcosa da fare, la sera arriva veloce, e la stanchezza è sempre tanta ma gradita. Un’estate intensa e piena di piccole nuove esperienze, di piccole nuove occasioni per crescere. A proposito: settimana prossima comincerò a fare volontariato. Sono eccitata e terrorizzata, ma di questo vi racconterò a tempo debito.

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