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Non capisco perché io devo sempre essere stanca, insonne e un po’ stressata. Anche in piene vacanze estive. Anzi, forse proprio a causa delle vacanze estive. Comunque stasera ho un buon motivo per sentirmi abbastanza distrutta: è stata la mia prima giornata di volontariato in un centro diurno per minori. E’ stata una giornata lunga e intensa, in cui ho conosciuto gli educatori del centro, persone straordinarie, e i suoi sei ospiti. Non ho idea di quali situazioni di disagio, povertà, abuso vivano questi ragazzi a casa, ma si sente che hanno qualcosa in meno e qualcosa in più dei loro coetanei. Penso che tutto questo mi darà parecchio da riflettere, e sicuramente condividerò quanto ho imparato su queste pagine. Sinceramente, non mi sento più buona, figa e realizzata perché faccio volontariato. Solo un po’ più consapevole di quanto io sia inadeguata e piena di limiti.

In ogni caso stasera volevo riflettere soprattutto su alcuni recenti avvenimenti. Penso che la strage In Norvegia abbia sconvolto un po’ tutti, o almeno avrebbe dovuto. Personalmente il mio primo pensiero è stato: come ha potuto farlo? Una domanda piuttosto futile e più adatta a un giallista poco originale che a un’analisi seria. però è un interrogativo che continua a tormentarmi: come può una persona compiere un atto del genere? Piano piano mi sono resa conto che rispondere è possibile solo se si ammette che un’azione tanto orrenda non è solo il frutto dell’iniziativa di un singolo ma di un preciso contesto culturale. Un contesto di disagio sotterraneo, di intolleranza sotterranea. Un contesto che si vuole nascondere ma che è stato svelato e raccontato da alcuni scrittori. Scrittori il cui merito, al di là del valore letterario in sé e per sé, è quello di essersi presi delle responsabilità nei confronti della realtà che vivono e osservano. Ne parla qui Lara Manni.

C’è chi invece vuole negare questa connessione e creare il mito di un singolo mostro psicotico. Per nascondere che cosa minaccia veramente la società europea: l’intolleranza, gli estremismi, i nuovi fascismi. Lo spiega molto meglio di me Wu Ming 1 qui. Ma la distorsione operata dai “media” in questi giorni in relazione alla strage in Norvegia non si ferma qui: non dimentichiamo che i primi ad essere stati additati come responsabili erano i terroristi jihadisti. Una soluzione talmente comoda, talmente coerente con il quadro “scontro di civiltà” e “Europa sotto assedio” tanto caro all’immaginario odierno, da essere rimasta impressa anche dopo la smentita. Io penso che nonostante ora ci sia un reo confesso maschio ariano cattolico fondamentalista da crocifiggere, molti siano rimasti segretamente e forse inconsciamente affezionati all’originale prima pagina de Il Giornale.

E a questo punto mi autocito: perché quando ho letto questa notizia, non ho potuto non pensare a un paragrafo della montagna di appunti che sto stendendo per quello che forse sarà un nuovo Ibrido. “Esiste una sinergia fra chi detiene il potere ufficiale e suscita uno scenario di terrore, e X (una “specie” di personaggio). L’autorità (ufficiale o effettiva) crea una situazione di paura (mettendo enfasi su terrorismo, immigrazione, episodi di stupro ecc) e quindi X suscita il desiderio di sicurezza. Questo desiderio è uno dei più potenti e viscerali che esistano. In preda a questo desiderio le masse sono spinte ad affidarsi all’autorità ufficiale, che promette sollievo da questa situazione. Quando ciò avviene, X allevia il desiderio, per soddisfare le aspettative del popolo. Ma questa tranquillità non può durare a lungo proprio per garantire all’autorità un controllo costante, e presto viene creata una nuova minaccia. Tutto si gioca sul sottile equilibrio fra desiderio e sua soddisfazione, in modo da mantenere sempre le masse in una situazione di dipendenza dall’autorità stessa.”

(Fra parentesi: anche tutto il girotondo per il decennale del G8 a Genova mi ha riecheggiato parecchio il meccanismo di potere abbozzato qui sopra).

Dopo questo sconclusionato e traballante estratto, vi confesso che i destini dell’ibrido sono molto incerti. A volte mi sembra che gli ultimi nodi stiano venendo al pettine, altre volte mi pare che l’intera architettura semplicemente non stia in piedi. Sicuramente ho bisogno di tempo e tranquillità per ragionare. Ecco uno dei motivi per cui giovedì vado tre giorni al mare, con una marea di appunti e un bloc notes da sfruttare al massimo mentre prendo il sole. E se son rose fioriranno.

per passare ad argomenti più lievi, il rapporto con la mia gatta migliora di giorno in giorno. E’ meravigliosa e ne è perfettamente consapevole. Finalmente non provo più ansia e apprensione per la sua cura, e la lascio ronzarmi intorno quanto vuole finché non si stanca o non diventa troppo fastidiosa. Ma il più delle volte è un incanto da osservare, una compagna sempre curiosa e stimolante. La adoro sempre di più, e apprezzo sempre di più la sua presenza. Inoltre il suo carattere flemmatico, indipendente e allo stesso tempo instancabile e sempre vigile e attento mi sembra un esempio impareggiabile di vita.

Per chi durante l’anno studia tanto quanto me, l’estate è sempre una strana bestia. All’inizio rimango sempre un po’ sconcertata da questa titanica distesa di giorni liberi: com’è possibile che riuscirò a riempirla con qualcosa di diverso del ripasso dei verbi greci? (che attualmente è esattamente all’ultimo posto delle mie priorità… Mannaggia, meglio non pensare che ci sono anche i compiti) Mi sembra sempre impossibile immaginare una vita senza scuola, e in preda all’ansia cerco di progettare centinaia di attività per tenere lontana la noia. Perché, nonostante tutto, nonostante la stanchezza e lo stress, l’ozio è il mio peggior nemico: se non faccio nulla, mi sento totalmente inutile, la mia stessa esistenza perde senso e consistenza, sprofondo nel malumore e nella depressione. E’ un mio grosso limite: forse il giorno in cui riuscirò a non fare nulla e a stare bene mi sentirò davvero realizzata. Forse.

In ogni caso, il primo mese di vacanza è trascorso in fretta in quel di Vancouver. La prima settimana a casa è stata una lotta per riadattarsi agli orari e al clima nostrani. La seconda settimana, ovvero quella che sta finendo adesso, sono cominciate le danze.

La cultura prima di tutto. Ho cominciato a leggere I Demoni di Dostoevskij. Per ora lo sto apprezzando molto, anche di più de L’Idiota, che mi aveva molto colpito. Seguire le evoluzioni di questi aristocratici e bizzarri intellettuali nella buona società sovietica è intrigante e sconcertante al tempo stesso. C’è sempre qualcosa di ostico, di difficile, di incomprensibile, nei grandi romanzi russi. E’ come se ti richiedessero di pensare con una testa e guardare con occhi radicalmente diversi dai tuoi, e quindi esigono uno sforzo notevole, a volte impossibile. In breve la mia opinione è questa: un romanzo russo all’anno basta e avanza, ma quello bisogna goderselo dalla prima all’ultima sillaba. Difficilmente le altre letture saranno tanto raffinate e monumentali.

In ogni caso, non riuscirò mai a leggere tutto quello che mi ero proposta. Ma tutto sommato l’avevo già messo in conto nel momento in cui progettavo le mie letture.

In secondo luogo sto cominciando a muovermi per fare la patente. Vorrei dare la teoria a settembre. Senza contare che attualmente anche solo l’idea di mettermi al volante mi terrorizza. Non ho mai guidato nemmeno il triciclo. Solo negli ultimi mesi ho preso l’abitudine di spostarmi in bicicletta, e ho rischiato la vita un centinaio di volte. Quindi, sarà un’impresa non da poco.

Ma la grande novità della settimana è arrivata del tutto inaspettata. Ho adottato una gattina, in un colpo di testa che non mi spiego del tutto nemmeno ora. A dire il vero, sono sempre stata affascinata dai gatti. Sono degli animali belli, fieri, indipendenti, starei delle ore ad osservarli muoversi, giocare, esplorare ogni singolo angolo del loro territorio. E inoltre mi sarebbe piaciuto avere un animale di casa. In un certo senso, sentivo il bisogno di avere un batuffolo di pelo di cui prendermi cura, pensavo che mi avrebbe potuto insegnare qualcosa di nuovo, abituare a un nuovo spirito di vita e a nuove felicità. Ma i miei genitori si sono sempre opposti all’idea di avere un gatto. La verità è che in famiglia c’è già un vecchio cagnolino, che io ho obbligato i miei genitori a prendermi quando avevo sei anni e di cui poi non mi sono occupata minimamente. Ma bisogna ammettere che ora sono cresciuta. E poi, a me i cani non sono mai piaciuti, li trovo insulsi e un po’ stupidi. In buona sintesi, ora mi ritrovo con un felino di pochi mesi in casa. Bellissima: pelo tigrato grigio di rara eleganza, due occhioni verdi, un muso intelligente. E’ molto abituata alla presenza umana, ed è intelligente e curiosa. Come immaginavo, avere un cucciolo in casa è un’avventura. Nonostante la adorassi, i primi giorni sono stati difficili: non sapevo come comportarmi, mi sentivo incapace e inadeguata, a tratti anche oppressa da questo cucciolino che sembrava non volermi lasciare in pace in nessun momento. Infatti appena arrivata cercava le coccole molto spesso ed era molto affettuosa, ma ora che si sta ambientando passa sempre più tempo a giocare come un’indemoniata e a esplorare ogni armadio e cassetto piuttosto che a succhiare il mio povero braccio. Stiamo tutte e due imparando a prenderci i nostri spazi e a non preoccuparci troppo l’una dell’altra. C’è il momento per giocare insieme o per fare due coccole, ma ho anche bisogno dei miei momenti per scrivere, studiare, o semplicemente fare le mie cose. Non devo continuamente preoccuparmi di dov’è la gattina e di cosa sta facendo, e viceversa se lei è troppo invadente (ma sta imparando a tenersi alla larga quando la ignoro) una porta chiusa funziona sempre. Insomma, la mia gattina, che ho chiamato Ivy, mi sta insegnando da una parte la gioia e la soddisfazione di prendermi cura di un cucciolo e di passare del tempo con lei, ma anche la necessità di rivendicare i miei spazi, nonché l’importanza di vivere con più leggerezza: non devo vivere ogni minima responsabilità come uno stress. Una lezione importante da un maestro inaspettato.

In questo turbine di energia felina, sto continuando a scrivere appunti per una storia che mi ronza nella testa da un po’. Imbastire il racconto è una fatica colossale, richiede molte energie e molta perizia, ma quando i nodi cominciano a venire al pettine e gli ingranaggi a girare la soddisfazione è grande. E si comincia a desiderare di battere sui tasti parole meno aride, cominciare a narrare.

Così tengo lontana la noia. C’è sempre qualcosa da fare, la sera arriva veloce, e la stanchezza è sempre tanta ma gradita. Un’estate intensa e piena di piccole nuove esperienze, di piccole nuove occasioni per crescere. A proposito: settimana prossima comincerò a fare volontariato. Sono eccitata e terrorizzata, ma di questo vi racconterò a tempo debito.

Mercoledì (se non erro) è uscito l’ultimissimo capitolo della saga cinematografica di Harry Potter. L’ultimo, basta, fine. La mitica e multimiliardaria Rowling ha dato fondo a tutte le sue energie creative, e sono convinta che le voci su sequel e prequel siano totali bluff: non c’è motivo per scrivere altro, lei è talmente ricca da non sapere dove spendere i suoi soldi, talmente famosa e celebrata da essere praticamente un mito vivente, e per quanto riguarda la storia, aggiungere un solo ulteriore tassello al mosaico realizzato sarebbe un crimine. Gli attori sono esasperati ed esauriti da otto film sul maghetto e penso che non firmerebbero un altro contratto per tutto l’oro del mondo. Insomma, dobbiamo rassegnarci, non avremo altre opere su Harry Potter e compari. Si può dire definitivamente conclusa la più famosa saga letteraria/cinematografica degli ultimi cento anni. Una saga durata dieci anni.

Dieci anni fa io avevo otto anni. L’età giusta per cominciare a leggere le avventure di un giovane mago, appena più grande di me, alle prese con tirannici genitori adottivi prima che con diabolici signori del male e diavolerie stregonesche. E ovviamente me ne sono subito appassionata, come tutti. La verità è che Harry Potter ha segnato una fase della mia vita, una fase piuttosto lunga, e mi è rimasto nel cuore. Per la mia generazione, si è realizzata una singolare e straordinaria sincronia fra la nostra crescita individuale e il progredire delle avventure del maghetto. Con ciò intendo dire che i protagonisti del romanzo crescevano passo a passo con noi, permettendoci di identificarci sempre. Ma non solo: anche la complessità della trama, le tematiche affrontate, i toni sempre più foschi e drammatici, si accrescevano man mano che i nostri gusti letterari si raffinavano. Così che, con alti e bassi, leggere un nuovo volume della saga era sempre un piacere.

E questo è un motivo perché Harry Potter “ci piace” (e mi piace) così tanto. Benché ora potrei liquidarlo come una lettura leggera e un film commerciale, sento di dovere una specie di fedeltà a tutto il mondo di HP, per tutto quello che è significato per me negli anni passati. Ed è significato molto.

Penso che la saga di Harry Potter sia una delle migliori costruzioni di intrattenimento mai realizzate. Dentro c’è tutto ciò che serve per soddisfare il “desiderio di storie” di un giovane: da una parte l’avventura e gli intrighi, che ti tengono incollato alle pagine, quindi tutta la componente magica, meravigliosa, e il fascino di un mondo favoloso costruito nei minimi dettagli, tanto da poter immaginare di camminare per quelle strade, di incontrare quei personaggi, ma d’altra parte un mondo mai troppo distante dal nostro, dominato da logiche simili, e soprattutto incentrato su una scuola, su storie di ragazzi e studenti, storie di amicizia e di amore. In Harry Potter c’è tutto quello che sogniamo, tutto quello che possiamo sognare, perché ci appartiene ma allo stesso tempo è altro da noi.

Ma sono convinta che il successo di HP non sia dovuto solo ad un sapiente dosaggio di elementi narrativi. Penso di saper distinguere un buon prodotto commerciale da un libro ce ha un quid in più. Un quid che non lo rende un capolavoro e che non fa della Rowling un’Artista, ma che lo distingue da molti altri fantasy, pseudo fantasy e simili. E i lettori questo lo sentono. Harry Potter è un libro sincero. Che ti parla di amicizia e di grandi sentimenti e lo fa in modo da renderli più importanti e meravigliosi di tutto il resto. E’ questo a cui il lettore si appassiona: alla personalità e ai sentimenti di ogni personaggio, che pur nelle loro varie declinazioni sono sempre puri e schietti. In HP c’è una limpidezza di cui sentiamo la mancanza. Ciò che cerchiamo in quelle pagine non è tanto l’emozione della magia e dell’avventura, quanto la commozione di trovare quei sentimenti, quelle verità, così coinvolgenti e semplici. E una tale empatia è possibile solo quando lo scrittore crede in ciò che fa e in ciò che dice: è sincero con il lettore.

Harry Potter è una storia tanto semplice da essere straordinaria. Ha qualcosa di universale e qualcosa di estremamente intimo. E amo sentirla raccontare, sempre e comunque.

In realtà sono tornata domenica sera. Undici ore di volo, due ore di scalo, nove ore di fuso orario. E martedì mattina ero su un treno diretto a Bologna per sentire la presentazione di un noto autore di romanzi per young adults (se volete saperne qualcosa di più, andate qui, qui e qui). Raccontarvi tutto dell’ultimo mese, compresi gli ultimi giorni, sarebbe impossibile. Raccontare Vancouver in poche righe sarebbe un delitto e un inganno. Spero di riuscire a dirvi qualcosa di questa esperienza pian piano. Vancouver è una città aspra e dolce al tempo stesso, difficile da capire (soprattutto per un’europea: l’impatto con il mondo e la cultura d’oltreoceano è stato duro per me: lo spirito dei luoghi e della gente è totalmente diverso), ricca di asperità, di grattacieli algidi, di quartieri con facciate scrostate, odorosi di curry o di pesce essiccato, di rioni che conservano ancora lo spirito dei primi insediamenti coloniali, e altrettanto ricca di oasi naturali, spiagge affacciate sull’oceano, foreste semi selvagge popolate da procioni e scoiattoli, mille giardini estremamente curati. La metà della popolazione è di origine orientale (cinesi, giapponesi e coreani), la presenza di indiani è fortissima. I “bianchi” o comunque gli europei o discendenti degli europei, sono in netta minoranza. Ma in fondo là la propria origine non conta così tanto. Tutti sono canadesi. Mille storie e tradizioni si mescolano e sovrappongono, e ne risulta un insieme stordente, e a volte un netto appiattimento culturale. Ogni tanto il ricordo dei nativi perseguita questa società multiculturale in cui i primi canadesi sembrano essere gli unici stranieri.

Ho visitato più parchi che in tutta la mia vita. Ho girovagato fra negozi vintage e eco-friendly. Ho provato la cucina di almeno cento paesi. Ho ascoltato i Rammstein quando dovevo stare sveglia a tutti i costi e Dvorak quando volevo rilassarmi in mezzo alla natura. Ho letto Mrs Dalloway per poter vedere The Hours, e ora rileggerò Mrs Dalloway perché mi ha raccontato di più di me stessa che qualsiasi altro libro. Ho incontrato tantissimi brasiliani e pochi canadesi (ma poi: chi sono i canadesi?). Ho conosciuto persone straordinarie, ma forse non sono riuscita a trarre il meglio da questi incontri. Ho condiviso la camera con una mia coetanea tedesca che mi è stata amica e maestra di vita, e che non dimenticherò facilmente.

Sono stata messa alla prova e ho imparato qualcosa di me stessa. Qualcosa che mi ha sorpresa, forse amareggiata, ma che ora è un punto di partenza per capire ancora più a fondo chi sono e cosa voglio. Mi sono scoperta più immatura di quanto pensassi, ma sono anche cresciuta. E ora sono più consapevole, forse persino più forte. E mi sento pronta alla sfida, sempre più difficile, di diventare una persona completa.

L’incontro di martedì e le lunghe chiacchierate annesse e connesse mi hanno dato diversi spunti di riflessione, oltre ovviamente ad essere stata un’occasione piacevolissima di passare alcune ore con delle persone straordinarie che ormai considero mie amiche.

Ora mi aspettano due mesi tutti per me. Sento che li saprò sfruttare al meglio. Sto buttando giù appunti. Per qualcosa. Spero che sia La Mia Cosa.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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