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Pare che domani parto. La meta è Vancouver, sulla costa occidentale del Canada. Praticamente dall’altra parte del mondo. Quasi tredici ore di viaggio, più due ore e mezza di scalo a Londra. A dire il vero la cosa che mi preoccupa di più è il fatto di partire alle 17 e arrivare alle 18, dopo nove ore e mezza.

Primo volo transoceanico. Primo viaggio extraeuropeo. E per giunta senza genitori/parenti/amici, a parte quelli che mi farò laggiù. Una bella sfida da molti punti di vista. Un viaggio fortemente voluto e desiderato, il miglior regalo per i diciotto anni che mi si potesse fare. Un momento importante per dimostrare a me stessa di sapermela cavare, di essere abbastanza autonoma e matura da andare avanti sulle mie gambe. Ma soprattutto un’occasione irripetibile di esplorare una nuova città e un nuovo mondo da una prospettiva tutta mia.

La cosa che già mi preoccupa parecchio è proprio il viaggio. E non possono non venirmi in mente le traversate dell’oceano dei migranti italiani fra ottocento e primo novecento. Forse un parallelo azzardato, ma la mia trepidazione è tale da farmi sentire incredibilmente vicina a quei contadini del sud che partivano con pochi averi su battelli malmessi e sovraffollati, alla ricerca di un posto migliore, pieni di speranza e incertezza. Anche per me si tratta della scoperta di un nuovo mondo, e, almeno spero, di molte nuove possibilità e nuovi orizzonti, ma si tratta anche di un balzo nel vuoto, organizzato sì con cura, ma comunque pieno di incognite.

In questi giorni sto leggendo, guarda caso, La vista da Castle Rock, di Alice Munro, autrice canadese. Sentivo di dover respirare un po’ dello spirito del posto attraverso le pagine di un suo scrittore. E devo dire di aver scelto piuttosto bene: La vista da Castle Rock racconta proprio della storia della famiglia della Munro, di origini scozzesi, e del loro viaggio oltreoceano. Mi sembra di viaggiare su binari paralleli insieme a questa famiglia di poveri contadini europei, con poche risorse ma fieri e coraggiosi.

Cercherò di farvi avere mie notizie. E spero di potervi raccontare bellissime cose.

P.S. Sono ancora alla ricerca di buone letture, soprattutto per quel che riguarda la letteratura inglese.

La prima cosa da cui si capisce che oggi è un nuovo giorno è che c’è un gran bel sole. Di quelli che non si vedevano da settimane. Cielo azzurrissimo, senza una nuvola, luce limpida e tersa. Mi sembra di rinascere. Nonostante abbia ancora un po’ di ore di sonno arretrato, mi sono svegliata con un’energia tutta nuova.

Non so quanto il mio buonumore sia influenzato dai risultati referendari. Molto, probabilmente. Nonostante tutto, la notizia del raggiungimento del quorum ha qualcosa di inaspettato e incredibile. Un segno forte, soprattutto dopo le amministrative, un’espressione decisa della volontà di cambiare, e di cambiare in una direzione precisa. E se rispetto alle elezioni mi riservavo qualche scetticismo, ora sento davvero che qualcosa sta cambiando. Perché al referendum non sono in gioco le stesse logiche di partito, di destra e sinistra, e anche gli slogan e i discorsi demagogici hanno un sapore diverso, meno indigesto. Sento che questo referendum esprime davvero la volontà degli italiani, un nuovo spirito degli italiani, al di là dei meccanismi maggioranza-opposizione, delle semplificazioni ideologiche, degli interessi politici.

Qualcuno ipotizza (non solo un illustre metallaro, ma anche Napolitano su l’Espresso) che il Cavaliere abbia un ultimo asso nella manica, ancora meno legale e istituzionale del solito. Vada come vada, meglio un colpo di stato che una falsa democrazia. Almeno potremo guardare in faccia il nostro nemico, smascherato.

Passando ad argomenti totalmente diversi, ma non per questo meno eccitanti, fervono i preparativi per la mia partenza alla volta del Canada, e nel turbine degli ultimi acquisti mi sono resa conto di dover fare un piano delle letture estive. Questa è un’ardua impresa in cui vi chiedo consiglio. L’estate è l’unico periodo in cui posso affrontare letture più impegnative del solito, e porre un’attenzione particolare a quello che leggo. Perciò bisogna scegliere e valutare, valutare e scegliere.

Al di là delle letture obbligatorie di inglese e italiano (che constano di ben sei libri la cui lettura sarà sangue e dolore). Volevo leggere un bel romanzone russo (pensavo ai fratelli Karamazov, ma in effetti non ho mai letto Tolstoj, e questa è una grave mancanza) e forse un colosso francese tipo I Miserabili. Se ce la faccio, leggo tutto l’Orlando Furioso. Quindi volevo finalmente fare la mia conoscenza con la letteratura tedesca (ah, devo leggere obbligatoriamente I dolori del giovane Werther. Suggerimenti più interessanti?). E poi volevo leggere un americano: un classico o un contemporaneo? Bisogna anche tenere in considerazione che almeno gli  anglofoni vorrei leggerli in lingua originale. Poi mi piacerebbe leggere qualcosa di davvero insolito.

Insomma, un’estate intensa.

Ah, non vi viene voglia di andare a Venezia?

E’ finita.

Niente più lunedì mattina tetri e lugubri. Niente più sveglia alle sei e mezza. Niente più panico per interrogazioni e verifiche. Niente più stress di fronte a una quantità disumana di studio. Niente più ore e ore snervanti ad ascoltare le lezioni di una persona che detesti. Niente più sangue amaro per le continue vessazioni e mancanze di rispetto. Niente più preoccupazioni per programmi lasciati a metà e argomenti affrontati sommariamente. Niente più file alle macchinette del caffé. Niente più maratone di studio in compagnia di una lattina di coca cola zero. Niente più pomeriggi in biblioteca con il naso sui libri. Niente più ore di sonno arretrato e stanchezza che si trascinano per settimane e settimane. Niente più sabato sera a letto presto perché non si ha la forza per uscire di casa.

Per tre mesi.

Cos’è questo enorme senso di vuoto?

Non c’è una volta in cui mi sieda al computer alla sera e non sia tremendamente stanca. Quindi basta lamentosi cappelli introduttivi e arriviamo direttamente al sodo. Un post doppio su due argomenti di cui mi ripromettevo di parlare alla fine di uno degli ultimi post.

Mattatoio n°5. Semplicemente, il miglior libro sulla guerra che abbia mai letto. Sulla guerra, non contro la guerra, perché questo breve romanzo di Vonnegut non ha nulla di moralistico e nulla di didascalico: è la più schietta e disarmante, per quanto non convenzionale nella forma, testimonianza sulla seconda guerra mondiale che abbia mai letto. Una testimonianza che lascia ai lettori trarre le proprie conclusioni liberamente. Mattatoio n°5 è quel tipo di libro che ti colpisce alle spalle. Pensi di star leggendo uno strambo e surreale romanzo di fantascienza, e di pagina in pagina ti rendi conto, con sorpresa e disappunto, di aver di fronte tutt’altro. Pensi che il tono dell’autore sia ironico e “postmodernista” e piano piano ti rendi conto che si tratta invece di una voce amarissima, piena di consapevolezza e attonito dolore. Quell’innocuo volumetto di spiccia fantascienza si trasforma sotto i tuoi occhi in una disincantata e terribile riflessione sulla natura umana, sul destino, ma soprattutto sulla guerra, sul suo (non)senso. Il bombardamento di Dresda è uno degli episodi più dolorosi e appunto per questo meno conosciuti della seconda guerra mondiale, e Vonnegut ne è stato testimone. Ma Mattatoio n°5 non è (solo) un memoir: balza costantemente dal particolare all’universale, dal surreale all’iperreale, con una levità e una scioltezza che nasconde non solo una macchina narrativa sorprendente, ma soprattutto un’intelaiatura ideologica, una riflessione, di profondità e veridicità sconvolgenti. Mattatoio n°5 è ingannevole come una vipera nascosta in un prato fiorito. Scorre via leggero e divertente, e intanto ti instilla veleno: con richiami interni, frasi incisive, immagini suggestive, ti racconta di quanto la guerra sia un orrore disumanizzante ma inevitabile, di quanto l’uomo sia impotente, di quanto il suo affannarsi sia vano. Così va la vita. Tutto è già scritto, ma nessuno si rassegna.

Cambiando argomento: volevo ricollegarmi a questa serie di post e alle riflessioni dell’autore del blog riguardo alla coscienza storica delle nuove generazioni. Lui trae delle ottime conclusioni in questo intervento, e io non ho molto da aggiungere, se non il mio punto di vista. Una volta tanto, mi accorpo alla massa dei “giovani” e ammetto di non avere nessuna consapevolezza della nostra storia più recente. Parlo di consapevolezza, non di conoscenza. Perché qualcosa ho studiato, qualcosa ho sentito, qualcosa ho letto sugli ultimi cinquanta anni. Ma non per questo ne so qualcosa. E’ come se fossi completamente incapace di capire il passato più recente. Già districarsi nella storia più antica è un’impresa non facile, ma è come se la storia fino alla fine dell’ottocento fosse già digerita, elaborata, interpretata, pur nella sua complessità e contraddittorietà. E’ decisamente più facile farsene un’idea generale. Invece il passato più recente è semplicemente incomprensibile. Ogni volta che tento di capirne qualcosa mi trovo di fronte o a un guazzabuglio di eventi e dati collegati da labili nessi e spesso di incerta veridicità, o a interpretazioni critiche che lasciano più spazio al dubbio e alla molteplicità che a una visione complessiva e unitaria. Il motivo di questa difficoltà sta certamente nella comunicazione, nel fatto che non esiste più una collettività che trasmette il sapere in una forma già interpretata. Ma io ho anche un’altra sensazione: che noi non riusciamo a superare il nostro passato più recente: non riusciamo ad affrontarlo, e quindi a interpretarlo e capirlo, in un certo senso a chiuderlo. E’ come se fosse troppo sconvolgente e torbido. Ma soprattutto come se il presente fosse ancora troppo legato al passato, impregnato dai suoi miasmi e impantanato nelle sue acque paludose, per prenderne le distanze e capirlo.

Sento sempre di più che a causa di questo gap storico la mia identità come persona è come monca, fragile.

Deliri del venerdì sera. Sapete che non dovete prendermi sul serio, vero?

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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