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Ma come si fa in questo momento a non credere almeno per un attimo che le cose stiano davvero cambiando? Che si possa voltare pagina. Che la misura sia ormai colma. Che la gente non si faccia più ingannare. Che gli italiani ricerchino ormai modelli diversi. E che siano stanchi, disgustati, esasperati. Che gli stessi italiani abbiano anche voglia di costruire un futuro nuovo, di mettersi in gioco, di affrontare i problemi.

Forse perché questo articolo puzza terribilmente di semplificazione.

E questo discorso olezzi di demagogia.

Ma come si fa a non sentire aria di cambiamento? Di speranza? Nonostante tutto, le parole stanno cambiando. Dalla rabbia all’entusiasmo. Dall’eterna sconfitta a un primo sentore di vittoria.

Non stiamo imboccando la strada giusta, questo no. Ma forse abbiamo scelto un’alternativa diversa.

Non va bene che io cominci qualsiasi post scusandomi per non aver scritto negli ultimi tot giorni. Come in tante altre cose, non so rassegnarmi alla mia cronica mancanza di tempo ed energie per fare tutto quello che vorrei. Aggiungete poi che mancano due settimane alla fine della scuola, ho un esame di inglese da preparare, un viaggio oltreoceano da organizzare, e diversi altri assilli e progetti riguardanti l’estate (in ordine sparso lavoro-patente-volontariato). Mettiamola così. La maggior parte delle volte se non scrivo il blog è perché sto scrivendo un racconto. Nelle altre è perché sono troppo stanca per fare qualsiasi cosa che non sia leggere distrattamente qualche articolo altrui.

Siccome stasera sono in quel paio di giorni sabbatici fra prima e seconda stesura di un racconto e non sono poi così sfinita, vi racconterò un paio di cose. Non le più interessanti o importanti che mi siano capitate, ma quelle che in questo momento ho voglia di mettere per scritto.

Qualche giorno fa sono andata a vedere The Tree of Life. Palma d’oro a Cannes. Brad Pitt. Sì, proprio quel film. Diciamo che sono rimasta abbastanza perplessa, e confrontandomi con qualche altro spettatore mi è sembrato che la mia impressione fosse condivisa. Il film è imperniato sulla storia pseudo-verista e pseudo-psicologica-metafisica-esistenzialista di una famiglia medio-borghese dell’America di qualche decennio fa. Prato all’inglese, partite di baseball, pianoforte scordato in sala da pranzo. Quel genere di famiglia perfetta ma non troppo. Il narratore è il maggiore dei tre figli, e attraverso i suoi occhi viviamo il rapporto con il padre severo ed esigente, che desidera il bene di suo figlio in modo del tutto perverso e machista, con la madre affettuosa, ingenua, dolce, dotata di un personalissimo e infantile senso del sacro, con il fratello minore, sensibile e leale. Niente di nuovo, niente di male. Non fosse che Terrence Malick innalza questa piccola vicenda a stigma dell’umanità, intavolando un discorso esistenziale e persino teologico, teleologico ed escatologico che comprende un riassunto della nascita dell’universo in venti strazianti minuti di panoramiche cosmiche, batteri brulicanti, eruzioni vulcaniche, per arrivare persino ai dinosauri, e alcuni passaggi espressionistici tipo la madre che si libra tipo fata turchina sotto “l’albero della vita”, ancora la madre circonfusa di luce e affiancata da due vaghe figure angeliche, per non parlare delle numerose sequenze che hanno per protagonista Sean Penn, alias il narratore da adulto. Sean Penn che si aggira in un grattacielo di acciaio e vetro, Sean Penn che vagabonda in un’asettica casa ultramoderna, Sean Penn che accende una candelina, Sean Penn che arranca su una spiaggia sassosa, Sean Penn che arranca su una spiaggia sassosa e rincontra (in un gap spazio-temporale di cui mi sto ancora chiedendo il senso) se stesso da bambino, il fratello minore, il padre, la madre…

La mia prima reazione è stata: è un film presuntuoso. Un film che vorrebbe essere poetico e terribilmente profondo, che vorrebbe connettere micro e macro e cogliere il senso dell’esistenza umana e dell’universo intero, ma in realtà si rivela solo un’accozzaglia di luoghi comuni, frasi e scene trite, e ben poco di significativo. Poi ho pensato: è un film ingenuo. E’ come se il regista avesse la testa piena di fantastiche idee sul destino e sull’uomo e avesse una gran voglia di comunicartele, ma non avesse mai visto un film o letto un libro. E’ terribilmente ingenuo inquadrare la famigliola americana nel grande disegno divino inserendo a tradimento scene cosmogoniche con di sottofondo il magnificat, perché io a vedere l’eruzione dell’Etna accompagnata dal Requiem penso a Piero Angela, il che è un’associazione abbastanza fastidiosa. E’ ingenuo immaginare l’aldilà o un qualche spazio metafisico di connessione uomo-dio come una spiaggia rosata su cui camminano tutti i tuoi antenati. E forse in questo spirito naif c’è anche qualcosa di positivo, di molto genuino e anti intellettualistico. Poi però ho pensato: e è un film che prende lo spettatore per cretino. Nella mia terza interpretazione il regista si considera una specie di messia o di genio artistico che deve comunicare la sua buona novella alle grandi masse e deve farlo con un linguaggio estremamente scontato.

La conclusione non c’è. Questo film mi ha lasciata davvero perplessa.

Posso però fare un paio di considerazioni non inerenti al senso complessivo del film. Gli attori sono tutti superlativi (eccetto Sean Penn, che è confuso e insensato quanto il suo personaggio: mi chiedo sinceramente come abbiano fatto a spiegargli cosa dovesse effettivamente rappresentare). La regia è sofisticata ed efficace, con inquadrature mobili e fluide, un montaggio balbettante e malinconico, un uso straordinario della luce, che illumina tutte le scene con angolature particolari ma per nulla artificiose, contribuendo al senso di semplicità e immediatezza.

Lista della spesa dei prossimi post, che naturalmente alla fine non scriverò: parlare di Mattatoio n°5, di questa serie di post, e di come Clive Barker mi stia mettendo strane idee in testa.

Rieccomi qui, più viva che morta, o particolarmente viva, non saprei. L’ultima settimana si è consumata fra rush allucinanti di studio (dieci ore nette sui libri in compagnia di una coca cola zero e di tanta liquirizia) e un paio di giornate tanto belle e intense quanto diverse. Mercoledì a Schilpario, al “parco avventura”, dove mi sono scoperta intrepida arrampicatrice di funi e cavi sospesi, e mi sono scorticata gli avambracci sui ponti tibetani (un’esperienza lisergica, camminare su una corda sospesa a una decina di metri da terra con di fronte una collina di conifere e un ruscello che gorgoglia…). Domenica a Torino, per il Salonte del libro: come al solito troppo poco tempo e troppa confusione, ma sono riuscita comunque a fare due chiacchiere con Valberici e ad assistere a due interessantissimi incontri. Ho deciso di essere pigra e di non raccontarvi di Torino: aspetto prima di leggere gli appunti del mio “collega” e poi dire la mia. Voglio però spendere due parole sull’incontro di Licia, che sono riuscita a seguire per metà ma mi ha lasciato una piacevole sensazione. Per vari motivi, è da molto tempo (un paio d’anni forse) che non seguo più né le sue pubblicazioni né il suo blog, ma è un’autrice che ho amato molto. In primis venire a sapere che presto uscirà un suo nuovo libro non propriamente fantasy mi ha molto rallegrata, ho sempre sostenuto che Licia abbia delle possibilità che vanno molto al di là degli angustissimi confini del mondo emerso, e penso che leggerò la sua prossima opera con buone speranze. Per il resto, l’incontro è stata la replica dei numerosi a cui avevo già assistito, ma questo fatto non mi ha infastidita, anzi. E’ stato come sentirsi raccontare di nuovo le vecchie storie di quando eri bambino: sempre con la stessa freschezza, sincerità, entusiasmo. Licia mi piace proprio per il suo essere così diretta, semplicemente appassionata a ciò che fa, onesta con il lettore e con sé stessa.

In ogni caso stasera volevo principalmente parlarvi del libro che ho finito di leggere proprio in viaggio da Torino: Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro. Uno dei moltissimi romanzi che negli ultimi tempi leggo per non sovraccaricare il mio cervello. Non riesco a sostenere letture davvero impegnative, e questo mi amareggia molto. In ogni caso, cerco di leggere qualcosa di comunque interessante, e date le mie esigenze Non lasciarmi era perfetto. Un romanzo piacevole, che si legge in fretta. Soprattutto la prima parte, il flusso di ricordi di Kathy sulla sua infanzia, si legge tutto d’un fiato: un mosaico di episodi sempre soffusi di poesia e levità, ma anche di un senso di mistero che ti spinge a proseguire. La storia è semplice, quasi inconsistente, e ruota attorno alle vite di tre amici, cresciuti in un idilliaco college nella campagna inglese, Hailsham, ma in realtà nient’altro che cloni destinati a donare i propri organi una volta adulti. La verità e l’identità degli studenti di Hailsham serpeggia in ogni pagina senza venir scopertamente spiegata fino alla fine, e in ogni caso una volta chiuso il libro rimangono molti punti interrogativi e molte questioni irrisolte o poco convincenti. Ma in realtà i meccanismi tecnici della creazione dei cloni, della loro crescita e della loro morte non contano affatto nell’economia del romanzo, che non fa altro che sfruttare una crudele metafora per riflettere sull’esistenza umana. E in questo senso, il messaggio di Non Lasciarmi è davvero amaro. Nasciamo all’unico scopo di morire, tutta la nostra esistenza ha come unico fine, termine fisso, certezza, la morte. Non abbiamo un’identità al di fuori di noi stessi, radici precise, un passato in cui rispecchiarci, una storia in cui collocare la nostra esistenza. Il nostro tempo è troppo breve, e niente può salvarci. Né la cultura, né l’arte, né l’amore. Sono tutte illusioni. Non c’è alcuna possibile salvezza. Ma nonostante tutto, è necessario vivere, essere educati al bello, avere la possibilità di essere felici, di coltivare le proprie amicizie, di amare. E’ necessario per permetterci di morire in modo decoroso. Nella totale insensatezza del nostro essere, troviamo una dignità solo nella bellezza, nell’arte, nei rapporti umani. Ma l’unica verità è la morte.

La scena finale del libro vede la direttrice di Hailsham spiegare la verità a Tommy e Kathy: il loro destino è donare i propri organi, e né il loro amore né le qualità artistiche di Tommy potranno permettere un rinvio. Loro sono stati creati solo per il beneficio della medicina. Di fronte all’ingenua incredulità, delusione, amarezza, dei due cloni, il lettore se la ride sotto i baffi: ma non l’avevate ancora capito? Era chiaro! Poi il sorriso muore sulle labbra quando ti rendi conto, rabbrividendo, che tu sei Tommy, tu sei Kathy, di fronte alla cruda realtà della morte e all’insensatezza della vita umana. Sei un bambino che vede infrangersi i suoi sogni, crollare i suoi miti. E alla fine ci si può solo stringere forte l’uno all’altro e tentare di non venir travolti.

Ah, ci hanno fatto un film. Ah, quella che sentite nel trailer è Exogenesis dei Muse.

This is the last chance to forgive ourselves.

Ops, l’ho fatto di nuovo. La sera dopo aver inviato l’ultimo post, parto degenere dopo un lunghissimo silenzio dovuto al mio impegno su altri fronti scrittevoli, mi sono ritrovata a guardare The Hours. Era una di quelle serate in cui mi sentivo parecchio triste senza alcun motivo particolare, e ho pianto per il primo quarto d’ora. Dopo un altro quarto d’ora ho spento il computer e per ora non sono andata avanti con la visione. Benché, per quanto abbia potuto giudicare, è davvero un buon film. ma in quella mezz’ora era successo qualcosa. Qualcosa che non so quanto abbia a che fare con il film, probabilmente pochissimo. Mi è scattato qualcosa in testa. Mi sono resa conto che avevo una storia da scrivere. E non l’avevo inventata, non ci avevo ragionato lucidamente. Era come se la sapessi già da tempo e in quel momento mi fossi detta: io posso scriverla questa cosa. Una semi-rivelazione. Ergo, sto scrivendo come una matta. Non pianifico quasi nulla di ciò che scriverò, eppure non rimango mai ferma di fronte alla pagina bianca. E’ una strana sensazione. Non so cosa ne uscirà fuori, probabilmente nulla di buono, ma intanto mi piace parecchio.

In ogni caso, in questi giorni c’è parecchio su cui riflettere. Penso che siano accaduti più “eventi” negli ultimi dieci giorni che negli ultimi dieci mesi, fra beatificazioni, matrimoni e morti (omicidi) eclatanti. Ecco, mi soffermerei su quest’ultimo. La notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden mi ha certamente colpita, come penso tutti. Ho avuto davvero la sensazione di trovarmi di fronte ad un evento fortemente simbolico, e allo stesso tempo fortemente ambiguo.

Osama Bin Laden era il nome che infestava i telegiornali post 11 settembre, quando io ero già abbastanza consapevole da sentirmi parecchio turbata da quel paio di grattacieli che collassavano l’uno sull’altro. Osama Bin Laden era il simbolo di Al Quaeda, ergo il simbolo del terrorismo, ergo il simbolo del Male Che Minaccia La Società Occidentale. Dopo dieci anni di guerra in Afghanistan, gli Americani lo hanno scovato e ucciso, un’operazione dei servizi segreti inequivocabilmente firmata USA. Giustizia è stata fatta. Chi rompe paga. Dovremmo essere tutti contenti. Invece nessuno è contento, e io sento un disagio e un disgusto ammorbanti.

Le parole di Obama echeggiano un machismo e un militarismo che nemmeno Bush si sarebbe permesso. Ha voluto usare parole forti, immagini forti, messaggi forti. Vendetta, giustizia, patria, salvezza. E così facendo ha smascherato la vanità del suo discorso. Un discorso che avrebbe forse funzionato nel tracollo psicologico post undici settembre. Ma non dopo dieci anni, dopo la crisi economica e la rivoluzione in medio oriente. Non in bocca ad un presidente in difficoltà. Non rivolta ad un’America che comincia a capire di non essere più il centro del mondo, di non essere più il modello economico, sociale e politico dominante, di essere in declino dal punto di vista ideologico e commerciale. Un’America che dubita di sé stessa e dubita del suo presidente. Le parole di Obama sanno di sconfitta. Si avverte l’amarezza di chi porta a casa un trofeo vacuo, che non soddisfa nessuno e non ricompensa nessuna perdita.

Le polemiche fioriscono ancora prima dei festeggiamenti. la paura per le ritorsioni. Le numerose “tesi del completto” (cadavere in mare, foto truccate, farsa totale). E su facebook, quel micidiale calderone di idee e facezie, spunta un link che vorrebbe essere divertente: “il principe si è sposato, il cattivo è morto, cos’è, la settimana di Walt Disney?” Un riso piuttosto amaro. Un segno inequivocabile di una narrazione fallita, ammorbata, che non convince nessuno. Perché tutti sanno di non aver vinto nulla, di non aver sconfitto nessuno. Di aver solo ucciso un uomo. Un uomo che ormai non rappresentava più nemmeno un’idea abbastanza potente. Lo spettro di Osama Bin Laden è sparito quando ci si è resi conto che l’occidente aveva ben altri problemi oltre al terrorismo. Ed ora non c’è più nulla da esorcizzare. Solo un bisogno di risposte più complesse, di motivazioni, di prove. E di narrazioni che siano al passo con i tempi, che diano certezze, vero e false che siano.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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