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Resuscitiamo il blog. La costanza non è il mio forte. Vorrei poter dire che ho avuto molte cose da fare e a cui pensare, ma non sarebbe esattamente vero. In verità ho continuato a fare più o meno le stesse cose, solo in modo parecchio più frenetico. Sono in una strana condizione di nervosismo cronico per cui non riesco a rimanere inoperosa nemmeno per un istante. Devo sempre essere impegnata in qualcosa, meglio se fuori casa e meglio se non troppo impegnativo a livello intellettuale. Ergo il blog è rimasto a fare muffa, perché quando non ti dai il tempo per pensare e riflettere, ancor meno hai tempo e modo per scrivere. D’altro canto mi sono dedicata a un paio di racconti. In realtà non riesco a trovare la tranquillità necessaria per elaborare qualcosa di troppo profondo, ma mi sono impegnata su altri aspetti della scrittura in cui sono sempre stata carente.

Signore e signori, lo confesso. Scrivo storie da prima di riuscire a tenere in mano una penna e non ho mai fatto una revisione degna di questo nome. E ho sempre saputo che questo è il mio maggiore limite. Scrivo di getto e con grande facilità, ma poi non ho alcuna voglia di riprendere in mano la mia opera. Lo trovo noioso, faticoso e poco stimolante. Ad un certo punto però mi sono resa conto che se non avessi imparato a “limare” un poco quello che scrivevo, non avrei più fatto un minimo progresso. E allora ho trovato un metodo per costringermi a fare una revisione decente. Invento una storia semplice, divertente da scrivere, non troppo concettosa ma con qualche spunto interessante. La scrivo, di solito mi basta una serata. Guardo quanti caratteri ho sfornato, e mi impongo di dimezzarli o quasi. Fisso un limite e comincio a pulire, a limare. Così sono costretta a riflettere su ogni frase, su ogni aggettivo, su ogni parola. Ed è naturale che, oltre ad asciugare notevolmente lo stile, sono indotta a perfezionare ogni particolare. Perché questa parola e non un’altra? Perché questa costruzione sintattica? Perché questa frase è qui e non lì? Perché questa coppia di aggettivi? Perché questa punteggiatura?

Rivedo lo stesso racconto una dozzina di volte, e rifletto su ogni parola, su ogni segno. E la domanda principale alla fine è: che cosa voglio dire con questa espressione/frase/termine? Che cosa mi interessa esprimere? E solo così la revisione comincia ad essere qualcosa di divertente e stimolante. Una fase irrinunciabile della scrittura. Con questo metodo drastico ho appreso il piacere di correggere, e ho scoperto che somiglia un po’ a quello di tradurre. Quando cominci a prenderci la mano con le traduzioni dal greco e dal latino, cominci a chiederti: che cosa voleva dire l’autore con questo passo? E come posso esprimerlo al meglio? Fare la revisione di un racconto è un po’ come tradurre sé stessi, razionalizzare, interpretare, quella che in fondo è un’espressione del tutto istintiva e alogica. Quando si scrive, il cervello lavora in un modo speciale. Quando si rilegge, bisogna ragionare da lettori, o meglio da traduttori. Traduttori del proprio io. Affascinante, no?

Tutta questa tirata per introdurre una piccola notizia: prima che sperimentassi questa tecnica di correzione, scrissi un racconto che aveva come tema la presenza degli dei nel mondo degli uomini. Un soggetto molto interessante, soprattutto per una fan sfegatata di Sandman. Il racconto suddetto è stato scritto per un concorso indetto da Writer’s Dream. Dopo qualche mese di attesa, ho scoperto di essere tra i vincitori per il rotto della cuffia. Una sorpresa davvero piacevole e inaspettata. Non ho ancora capito che cosa ho vinto, ma pare che non mi sarà permesso fare alcuna revisione. 🙂

Nell’ultimo post lodavo la primavera? Ecco, per favore, datemi una martellata in testa.

La primavera mi sta uccidendo. O almeno spero che sia quella, altrimenti devo cominciare a pensare alla malaria, il che mi preoccuperebbe un filino di più. Non riesco a pensare ad altro che a dormire. Mi sveglio e ho sonno. Torno a casa e ho sonno. Studio e ho sonno. Mangio e ho sonno. E in effetti non faccio molto altro che studiare-mangiare-dormire, perché invece i miei professori si sono risvegliati dal letargo e ci stanno massacrando con una mole insostenibile di studio e verifiche. Niente di nuovo, in effetti. Scrivere zero. E nemmeno leggere, fatto più unico che raro: le mie letture sono passate da King a un saggio di filosofia interminabile e ben poco stimolante.

Come avrete ormai capito, non sono incline all’ottimismo. Anzi, stasera darò fondo al mio pessimismo radicale descrivendovi tutto ciò che di problematico vedo nella mia esistenza. Come spunto per varie riflessioni deliranti, ovvio.

In primo luogo, sono uno studente. Penso che, in relazione con i tempi, la scuola italiana stia vivendo il suo periodo più nero. O perlomeno la scuola pubblica. Non si tratta solo di un’assurda politica di tagli, ma anche di una disastrosa gestione delle poche risorse e di una serie di proposte (ad esempio la valutazione dei docenti, i test INVALSI, i vari provvedimenti “meritocratici”) totalmente deliranti. Non penso di essere in grado di valutare se si tratti di una scelta consapevole, una volontà di svalutare la scuola e la ricerca universitaria perché la si ritiene poco proficua o magari persino per ostacolare la formazione dei cittadini a scopo manipolatorio, oppure di semplice incapacità e negligenza. Probabilmente un po’ e un po’. Quello che vedo è che non abbiamo più né ore né spazi per alcuna attività extracurricolare (non intendo il torneo di calcetto o il ballo di fine anno, ma l’orientamento universitario e i cicli di conferenze), che i soldi bastano appena per pagare i registri, un po’ di carta igienica e il riscaldamento al minimo, e la scuola continua a chiedere contributi alle famiglie. Non si fanno più ore di recupero/approfondimento, e l’organico è al minimo. E anche quest’anno salta la messa a norma del laboratorio di chimica o, più prosaicamente, della terrazza, che non è sicura. Chi va all’università mi dice che non ha ricevuto la borsa di studio pur avendone diritto. Ma penso che la situazione peggiore sia quella di studenti disabili e insegnanti di sostegno. Almeno ho la fortuna di essere sana.

In secondo luogo, sono una studentessa. Ciò significa che ho i voti migliori ma le prospettive lavorative peggiori. E probabilmente farò una brillante carriera universitaria per finire a lavorare part time in un ufficio per poter stare con i bambini. E consideriamo pure l’ipotesi di licenziarmi. Casta, domiseda, lanifica. Fantastico.

E’ ormai chiaro che sono anche una donna. E se devo essere sincera, è forse l’aspetto della mia personalità con cui convivo con più difficoltà. Grave, vero? Quando vedo fuori dalla stazione di Milano Porta Garibaldi un paio di culi al vento in formato gigante, provo disgusto e vergogna. Ma un disgusto e una vergogna tutti maschili, che niente hanno a che fare con l’indignazione. Quando si parla di Rubygate e bunga-bunga mi dico: è questo il ruolo della donna nella società odierna? E’ questo il modo che ci è rimasto per farci un nome, per avere una qualche considerazione? (E poi, ma questo è un altro discorso: è questa la classe politica che ci governa?) Ma non riesco a viverla come una questione personale. Quando vedo perfette mamme-manager con fisici impeccabili, un bebé in braccio e il laptop a tracolla, penso a quante compresse di Tavor prendano al giorno, ma non riesco a figurarmi in una situazione lontanamente simile. Quando vedo modelle di 40 chili per un metro e ottanta mi chiedo quale tipo di società mortifera e post consumista possa generare aberrazioni del genere, e intanto mi peso tutte le mattine. Poi guardo le inchieste del global gender gap e mi preoccupo. Ma come individuo, non come donna.

Oltre a tutto ciò, ho anche l’aberrante desiderio di dedicare la mia vita alla letteratura. Ancora non so come. Se traducendo, scrivendo recensioni per Io Donna, facendo editing, curando una collana editoriale, aprendo una libreria. In ogni caso, sarà dura. Sarà dura perché le librerie sono in fallimento, il mercato editoriale si sta imbarbarendo su tutti i fronti (non solo nella narrativa) e il discorso culturale-letterario sta degenerando in maniera impressionante. Ogni tanto mi chiedo se la soluzione migliore, e forse anche la più rischiosa, non sia proprio quella di creare uno spazio fisico, e non virtuale (perché sulla rete ci si svaga, non ci si impegna), per raccogliere chi ha voglia di qualità e di discussione, offrire a tutti una tazza di té, una buona dose di letture e di dibattiti. Oppure volare all’estero.

Perché sono anche italiana, conviene dirlo. E più mi guardo in giro più mi rendo conto che non c’è possibilità di lottare. Si può solo soccombere o fuggire. Con la coda fra le gambe e tanta nostalgia per un paese che non è mai stato patria ma che mi ha comunque offerto molto. Questa è l’aria che tira fra le “nuove generazioni”. Tanta sfiducia, tanta rassegnazione. Tutti vogliono andarsene, ma non sanno se ne avranno i mezzi e la possibilità. E le qualifiche adeguate. Tutti sognano la vita all’estero, con una punta di utopia, direi, ma soprattutto con tanta amarezza. Questo soprattutto mi spaventa.

Beh, la primavera porta tanta stanchezza, ma anche una certa voglia di cambiamento. Forse porterà anche quella determinazione che mi serve per non rassegnarmi.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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