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Questo progetto mi è piaciuto sin da subito. Molto. Oggi si tende assai spesso ad osservare i fatti senza agire. Penso sia una stortura causata dall’era dell’informazione. Forse non siamo capaci di provare una vera empatia per le vittime di una tragedia a cui assistiamo dalle nostre postazioni pc/tv. Ma soprattutto non stabiliamo alcun tipo di contatto, di relazione, tra la nostra vita e la nostra realtà e quello che vediamo. E’ come se, soprattutto di fronte al dolore, l’indigestione di informazioni causasse un senso di straniamento, un’incapacità di concepire che ciò che vediamo è perfettamente e totalmente reale. E ne consegue che più le possibilità di intervenire o di dare un piccolo aiuto si moltiplicano e diventano più immediate e semplici, meno vengono sfruttate.

Inoltre penso che nel ruolo e nel mestiere dello scrittore sia insito il rischio di limitarsi ad osservare la realtà dall’esterno, senza intervenire se non con la propria opera artistica.

Così l’iniziativa di Lara Manni mi ha davvero colpita positivamente, e ancora di più mi ha impressionato e rallegrato il grande seguito che ha avuto, così come l’efficienza e la velocità con cui, lei e molti altri, hanno realizzato questo progetto. Ho avuto l’impressione che tanti avessero la volontà di fare qualcosa per aiutare il Giappone e aspettassero solo un’occasione simile. E’ stata una chiamata alle armi.

Inoltre offrire dei racconti in cambio di un aiuto umanitario è un gesto di grande bellezza e significato. Equivale a nobilitare la propria arte, e a sottolineare ancora una volta il nesso strettissimo fra narrazione e vita. Raccontare per vivere. In un momento drammatico come questo è importante come non mai stringersi attorno ad un fuoco e evocare qualcosa che ricordi che vale la pena restare uniti e andare avanti.

Ho letto un paio di racconti, davvero apprezzabili, e ho lasciato la mia monetina.

E poi mi sono detta, perché non faccio qualcosa anch’io? All’inizio avevo scartato l’ipotesi a priori: non mi sentivo in grado, il pensiero di vedere il mio nome accanto a quello di alcuni autori mi dava i brividi. Insomma, avrei fatto una gran magra figura. E poi non avevo tempo, come al solito.

Però, però, però, un’idea ha cominciato a stuzzicarmi. Un’idea per un racconto che sarebbe stato proprio adatto all’occasione. Un’idea non originale, ma che aveva il suo fascino.

Mi sono sentita chiamata in causa. Mi sono detta: perché non anch’io, perché non partecipare, perché non far sentire che ci sono, che mi importa, che apprezzo tutto quello che si sta facendo. Al diavolo il tempo, rosicchiando un paio d’ore di qua e di là sono riuscita a mettere insieme tre cartelle e a fare una rapida revisione. Il risultato, come al solito, non mi soddisfaceva. Ma nessuno chiedeva dei capolavori. Non dovevo declamare i miei versi dall’Empireo o rivaleggiare con geni della letteratura. Certo, il mio racconto non era al livello di altri, ma nessuno pretendeva che lo fosse. Non c’erano parametri o giudizi o premi. Solo la piccola soddisfazione di poter dire: io c’ero, e ho contribuito come ho potuto. Ecco, questo mi sembra molto bello.

Spero che l’emergenza in Giappone venga gestita al meglio, e che questo paese possa risollevarsi presto da questa terribile crisi. Alcune ferite non si possono curare del tutto. Ma si può guardare avanti e imparare dal passato: rendere belle le proprie cicatrici. Questo è il mio augurio.

P.S. E questo è il mio racconto. Mi sono presa una licenza poetica: in realtà lo tsunami del 15 agosto 1896 è accaduto la sera.

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Questo è un periodo intenso sotto molti punti di vista. Più avrei bisogno di ritagliarmi del tempo per riflettere e mettere ordine, più mi ritrovo sempre con tempi troppo stretti. Sono travolta da una valanga di eventi piccoli e grandi, e comincio ad aver paura di viverli senza capirli. Così stasera mi limito a riportarvi una serie di impressioni sparse riguardo a questa settimana. Risalendo da oggi fino a lunedì.

La giornata di oggi e di venerdì mi hanno ricordato, e mai come adesso ne avevo bisogno, che basta davvero poco per essere felici. Prima di tutto: una giornata di sole. Sarò metereopatica, ma quest’inverno è durato anche troppo. Ho voglia di primavera, di sole, sole e ancora sole. E poi ritagliarsi un po’ di tempo per cose semplici e piacevoli: cucinare, leggere un libro, fare un po’ di ginnastica all’aperto. Senza dover sempre inseguire qualche scopo trascendentale. Perché mi va di fare così.

Un palco di due metri quadri e un locale forse di dieci. Tanto rock, indie rock, rock anni ’70. Tanta, tantissima energia, una passione incontenibile. Tanta voglia di divertirsi, di ballare e di cantare, su pezzi che vanno dal repertorio più classico e “divertente”, ai pezzi più dolci e sottilmente romantici, a quelli più potenti e entusiasmanti. Un’ora di ottima musica. Energia che circolava allo stato puro dai musicisti sul palco al loro piccolo ma eccitato pubblico. Uno scambio diretto di emozioni e grinta. Mi sembra incredibile che tutto questo possa succedere in un piccolo locale di Bergamo, con una band tutta bergamasca. Una band, i plastic made sofa, che però dalla nostra angusta provincia sono approdati all’Heineken Jammin Festival e agli States. E che ieri hanno regalato una vera serata di rock a qualche centinaio di ragazzi stipati al massimo tra le quattro mura del nostro piccolo centro giovanile.

Una differenza abissale rispetto alla folla oceanica che riempiva il teatro degli Arcimboldi giovedì per il concerto di Elisa. Tutti in fila nei posti numerati, una massa di impiegatucci che si fingono giovani, gente che sembrava vergognarsi persino ad applaudire. Lei è una delle voci più emozionanti che conosca. Tutto il resto sfiorava il ridicolo: regia, luci, accompagnamento musicale, arrangiamento, coristi. Appena dei mediocri esecutori, senza nessun entusiasmo e senza un briciolo di passione. Una serata piatta, e che non vale il biglietto d’ingresso. Niente a che vedere con una massa di ragazzi che si dimenano e sudano bevendo birra e drink da bicchieri di plastica. Niente a che vedere con l’entusiasmo di chi non deve dimostrare niente a nessuno ed è lì perché ama ciò che fa.

Venerdì un seminario sul mestiere di giornalista. Tra i relatori il direttore dell’Eco di Bergamo. Ci lascia con un’immagine allo stesso tempo amara e appassionata di un mestiere fuori dal tempo. Un professionista che dovrebbe trovare la verità in un mondo in cui l’informazione è troppo veloce per concedere tempo alla verifica, alla ricerca. Perché la verità ha bisogno di tempo, e il suo più grande nemico è il pregiudizio, anche quello istintivo: la prima immediata lettura di un evento non sempre è quella corretta. Un professionista che dovrebbe perseguire la verità pur sapendo che l’oggettività non esiste, che ogni informazione prevede il filtro di un punto di vista. Un professionista che dovrebbe cercare notizie ma oggi ha il compito, sempre più difficile, di selezionare le notizie, di interpretare, mettere ordine in una matassa sempre più aggrovigliata. Un professionista alle prese con la tirannia di internet e del tutto-gratis. Ma la qualità non è mai gratis. Un professionista che affronta studi lunghi e impegnativi, e poi si trova di fronte alla realtà di un sistema editoriale che non assume. Un professionista che non conosce orari e giorni festivi. Ma che è sempre a contatto con tutto ciò che accade, che vive immerso nel proprio tempo. Un uomo curioso, capace in ogni momento di sorprendersi e di farsi domande. Forse la professione più difficile e affascinante del mondo d’oggi. Votata ad un’impresa titanica, eroica: portare la verità nell’età dell’informazione.

Giovedì i 150 anni dell’Unità d’Italia. I festeggiamenti seguiti distrattamente. Mi chiedo se la contestazione a Berlusconi sia il segno che la misura è finalmente colma. Mi chiedo se l’atteggiamento infastidito e irrispettoso della Lega abbia indignato qualcuno in più del solito. E intanto studio che, nei diversi moti rivoluzionari dell’ottocento, nessun patriota italiano è mai riuscito ad ottenere il consenso delle masse contadine, cattoliche, abituate al dominio monarchico e feudale. L’unità d’Italia era un discorso che riguardava le città, quella popolazione urbana che, se non parlava, conosceva la lingua franca di Boccaccio e Petrarca. Quando e come quei contadini sono diventati cittadini italiani?

Lunedì la Gelmini da Fazio. Un intervento insultante e insulso, come al solito. Mi sono sentita presa in giro. Intanto rimaniamo con una scuola in una situazione tragica, e con la sensazione sempre più netta e amara che questo paese non abbia niente da darci. Ma di questo vi parlerò meglio più avanti.

Un ultimo accenno da approfondire: Discesa all’inferno di Doris Lessing. Ne parlerò presto. Intanto, un imperativo: leggetelo.

P.S. Questa iniziativa mi riempie di ottimismo e speranza. Un gesto piccolo ma importante.

Esordisco come al solito dicendo che l’autrice di questo blog non ha particolari conoscenze di geopolitica o questioni energetiche, ma è solo una ragazza che cerca di tenersi minimamente informata e ogni tanto si trova a riflettere su quello che legge.

La notizia del terremoto in Giappone mi ha profondamente scossa, più di molte altre tragedie o cataclismi. Prima di tutto per la sua enorme portata. 6ooo persone fra morti e dispersi, sono cifre che fanno rabbrividire, e di fronte alle quali si può solo tacere, portare rispetto, pregare. Ma anche perché il Giappone è una nazione moderna, evoluta dal punto di vista tecnologico e amministrativo. Una nazione vincente, efficiente, competitiva sul mercato mondiale e avanzata nella ricerca scientifica. Una nazione che mi ha sempre ispirato un sentimento di orgoglio, fierezza, senso del dovere. Una nazione che all’improvviso si è trovata in ginocchio, sopraffatta da una tragedia imprevedibile e terribile, nonostante le loro misure antisismiche siano ben diverse e ben più collaudate di quelle, per fare un esempio, italiane (o aquilane). Insomma, questa tragedia è stato uno shock per tutto il mondo occidentale, perché ha messo a nudo la fragilità di un colosso, ha ricordato ancora una volta che spesso l’uomo è impotente di fronte alle catastrofi naturali. Vedo qualcosa di sinistramente fatale in una tragedia così grande in un paese così forte. Un memento a non essere così arroganti e così sicuri della propria forza.

Certamente mi auguro che l’emergenza venga gestita con la massima efficienza e lungimiranza e che il Giappone goda della solidarietà di tutta la comunità internazionale. Ma i morti rimangono, e il loro numero è terribile e incancellabile.

A causa di questo shock l’Europa intera si sta interrogando nuovamente sul nucleare, e nonostante tutto non posso che esserne felice. Avrei fatto volentieri a meno di uno shock del genere, ma siccome non posso cambiare gli eventi, spero almeno che facciano riflettere. Riflettere sul fatto che il nucleare, anche quando non avvengono incidenti macroscopici, provoca più problemi che vantaggi. Lo smaltimento delle scorie è una questione tuttora non del tutto risolta, e l’uranio non è una risorsa illimitata. Ricorrere al nucleare come fonte energetica è una scelta che sul lungo periodo porta a grossi problemi, a un accumulo delle scorie e a una continua crescita dei costi di manutenzione o smantellamento. In breve è una scelta poco lungimirante e ora come non mai arretrata, poco vantaggiosa. L’ipotesi italiana di attivare centrali nucleari è ora come non mai retrograda, rischiosa, anacronistica, e spero che tutti se ne rendano presto conto. La comunità europea sta riconoscendo la necessità di abbandonare una forma di produzione energetica così dannosa per l’ambiente e la salute, così problematica, e convertirsi alle “energie rinnovabili”. Ma con la consapevolezza che nonostante tutto l’energia pulita difficilmente potrà soddisfare il fabbisogno energetico attuale.

La soluzione mi sembra una sola, e inevitabile. E una volta che, come mi auguro, l’europa si indirizzerà all’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili, apparirà evidente e spontanea. Ridurre il consumo energetico. Puntare al risparmio. Uscire dal circolo autodistruttivo per cui più si consuma meglio si sta.

Mi sembra l’unico futuro possibile, per il Giappone e per noi.

Ieri sera sono tornata da Valencia. Una breve vacanza di carnevale con i miei genitori. Poco entusiasmo alla partenza e ancora meno al ritorno. Forse sono troppo stanca, forse non sono riuscita a prendere gli eventi per il verso giusto, ma questo piccolo viaggio mi ha lasciato un ricordo un poco amaro. Eppure in apparenza è andato tutto per il meglio, senza disagi o imprevisti o brutte situazioni. E perciò, mentre medito sul perché questa vacanza non mi abbia soddisfatta, vi lascio con i momenti migliori delle giornate appena trascorse.

Prima di tutto: Valencia: il cielo azzurro di una città mediterranea e la pulizia e il nitore delle città del nord. Assurdi palazzi art-nouveau, in un esagerato tripudio di modernismo. Strade ampie e dritte, come a Barcellona, e nessuno che si ferma al semaforo rosso (né pedoni né automobili).

Il giardino botanico, un luogo incantato, silenzioso e lontano da tutto, in cui l’incredibile varietà della natura si esprime in tutta la sua meraviglia, e si può trovare ombra e pace su una panchina per leggere un buon libro. Ma anche il parco del Turia, un serpente verde che taglia a metà l’intera città, come una foresta cresciuta per magia nell’antico letto di un fiume prosciugato.

Il mare, naturalmente, il mare. La cui visione basta a riconciliarmi con l’universo.

La Ciudad de las artes y de la ciecias, un complesso di strutture avveniristiche e improbabili, che cambiano forma e identità a seconda dell’angolazione da cui le si osserva. Grossi giocattoli che emergono da un filo d’acqua limpida. L’elmo di un soldato fantascientifico, l’occhio insonnolito di un animale acquatico, lo scheletro bianco e spolpato di un enorme insetto, la cuspide luminescente di una torre atlantidea. Uno spettacolo curioso e straniante.

L’acquario dell’Oceanographic, che ho visitato con l’entusiasmo di una bambina. Due trichechi enormi e dai corpi informi, mastodontici e privi di peso, che fluttuano, si accarezzano, lottano, giocano, con movimenti fluidi e lenti. I cavallucci marini, esseri incredibili a metà fra l’animale e il fossile, il drago e il pesce. I mille colori dei pesci tropicali, infinite sfumature cangianti. Il corpo bianco e fantasmatico di un Beluga che si aggira in una grande vasca che pare piena di nebbia.

Le donne vestite con gli abiti tipici del carnevale valenciano, las fallas: enormi gonne colorate, pettinature incredibilmente complesse, impreziosite da fermagli e gioielli. Sorrisi luminosi e un entusiasmo che scaccia le poche nubi.

Le innumerevoli piazze, vivaci e ariose, dove fa sempre piacere prendere un caffè.

La meraviglia gotica della Lonja, l’antico mercato, con colonne tortili, gargoyle dalle forme fantasiose, capitelli immaginifici. E allo stesso tempo il grigio della pietra e la pulizia delle linee architettoniche che rendono la struttura leggiadra e di un’austerità del tutto estranea al resto della città, sovraccarica e barocca.

Un ristorante vegetariano, circolo culturale e galleria d’arte dove una ragazza dal sorriso vispo e incredibilmente gentile mi ha raccontato della vivacità culturale dei giovani della città e mi ha servito un delizioso cous cous di verdure.

Una libreria antiquaria affascinante e misteriosa, un reperto di un’epoca scomparsa dove i negozi sembravano musei più che luoghi di commercio. Una versione illustrata dell’Iliade, antichissime enciclopedie, strani reggilibri e un gatto accoccolato in vetrina.

E un’ultima nota: per la prima volta a Valencia non solo ho dormito le canoniche otto ore, ma sono anche riuscita a ricordare, al risveglio, i sogni fatti. Mi mancavano, i sogni. Spero non mi abbandonino più così a lungo.

E’ una settimana, se non di più, che non dormo. Prego che qualcuno mi prescriva un sonnifero davvero efficace entro breve. Ho un lavoro scrittorio molto noioso ma molto incombente da finire. Ultima cosa: nelle ultime settimane sono andata al cinema molto più spesso del solito (anche perché quando i miei neuroni si spengono del tutto causa mancanza di sonno spesso l’unica cosa che riesco a fare è guardarmi un film). Unite i puntini e capirete perché il post di oggi consisterà in poco impegnate e impegnative osservazioni sugli ultimi film che ho visto.

Andiamo a ritroso.

Ieri sera ho visto il Cigno Nero. Ha dato il colpo finale alla mia insonnia. E’ un film che aspettavo da un annetto circa, quando ho scovato in internet la sinossi. L’idea mi intrigava enormemente. Un tema non certo originale, ma senza dubbio affascinante, e per di più trasposto in un mondo, quello del balletto classico, che conosco piuttosto bene e di cui sono perdutamente innamorata. L’idea di usare il filo conduttore del Lago dei Cigni per esplorare il tema della doppia personalità, dell’anima nera che si cela in qualsiasi persona, è folgorante. E non solo perché un film sulla danza fa sempre la sua bella figura, esteticamente parlando, ma soprattutto perché il mondo del balletto è esattamente quella dimensione in cui devi sublimare ogni tipo di pulsione in gesto artistico: la sensualità, la malizia, ma anche l’innamoramento, l’innocenza, sono sentimenti che trovano spazio solo sul palcoscenico, ma lì devono avere la loro esaltazione. Ne consegue che le ballerine sono strane creature, costrette a reprimere ogni sofferenza o emozione, a ricercare la perfezione formale, e allo stesso tempo ad esprimere solo con il proprio corpo sentimenti fortissimi. Le ballerine sono schizofreniche per definizione. Poi il regista mi piace, Natalie Portman mi piace, avevo delle aspettative molto alte. O almeno: ero convinta che la carne al fuoco fosse di ottima qualità. Forse troppo ottima. Il Cigno Nero è un bel film, ma sicuramente non un film straordinario. Natalie Portman esprime con anche troppo pathos la follia e il tormento della nostra Nina, ma in fin dei conti la sua interpretazione conclusiva del cigno nero è superba, e controbilancia alcune pecche. La regia avvolge ogni scena in una patina onirica e indefinita molto efficace, ma ogni tanto indulge ad alcune soluzioni tipicamente horror (il sonoro da infarto in particolare, ma anche la scena della vasca da bagno) che rendono il tutto un po’ meno pregevole. In ogni caso, ti tiene con il fiato sospeso dalla prima all’ultima inquadratura, senza mai far cadere la tensione (che è veramente alta) a fronte di una trama molto esigua. Forse mi aspettavo qualcosa di un po’ meno noir e un po’ più sottile e originale nell’esplorare il tormento interiore di questa ballerina divisa tra la perfetta e algida Odette e la perfida e sensuale Odile. Però ogni regista capace di farmi trasalire d’orrore di fronte ad una scena in cui la protagonista si taglia le unghie ha tutta la mia stima. Una nota pregevole è anche il rapporto con la madre, complesso, sottile e mai banale. Sfuggente e subdolo invece il coreografo, interpretato da un opaco Vincent Cassel. Nota finale da intenditrice: le scene di balletto sono tecnicamente eccellenti, una delizia per gli occhi. Voglio i nomi delle controfigure.

Qualche settimana fa invece mi sono goduta il Discorso del Re, meritato successone agli Oscar. Non avete mai visto un monarca del genere: balbuziente, irascibile, insicuro, con grossi complessi di inferiorità e insospettabili traumi infantili. E non avete neanche mai visto un Colin Firth così, che abbandona la sua perfetta dizione da teatro shakespeariano per una balbuzie mai caricaturale ed eccessiva. Il film racconta del complicato rapporto fra un duca con difetti di pronuncia e la radiofonia, e di come un originale logopedista si inserisca in questo tragico binomio, grazie alla mediazione della volitiva e compostamente affettuosa Lady Lyon. Impeccabile Helena Bonham Carter. Sprizzante scintille Geoffrey Rush: freudiano logopedista di origini australiane e con la passione per il teatro e la recitazione. Il suo anticonvenzionale medico senza licenza aiuterà il futuro re ad acquisire nuova sicurezza e stima di sé, e diventerà per lui l’aiuto più importante: un amico. Sullo sfondo, un’Inghilterra piovosa e tetra alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, una rappresentazione tagliente della nobiltà inglese, ora dissoluta e arrogante, ora inflessibile, legata ad antichi protocolli e ad una vuota etichetta. Sullo sfondo il profilarsi minaccioso del conflitto mondiale, e del Fuhrer, con il suo ineguagliabile e vigoroso eloquio. La violenza verbale di Hitler stride al confronto con il tono pacato, fiducioso e grave di un re Giorgio V finalmente riconciliato con le sue corde vocali. Un film delizioso, acuto, delicato. Una regia senza pecche, pulita e mai indulgente alla piacevolezza. Un gran bel film.

Del Grinta vi ho già parlato, e se dovessero chiedermi a bruciapelo quale di questi tre film mi è piaciuto di più, senza complicati giudizi estetici e cinematografici, risponderei: Il Grinta.

Ah, ho avuto anche la sfortuna di andare a vedere Amore ed altri rimedi. Non cedete alla tentazione di assistere a mezz’ora di nudi di Jake Gyllenhaal che si scopa Anne Hathaway in tutti i modi possibili. Non vale il prezzo del biglietto. E il resto è sconcertante, melenso, noioso.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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