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Trenta secondi fa ho scritto su un blog un commento in cui dichiaro che non bisogna aver paura di esprimere la propria opinione su temi complessi anche quando non li si padroneggia totalmente. Questo post sarà la messa in atto di tale dichiarazione. Per quanto mi riguarda, più studio e leggo più scopro la mia abissale, incolmabile ignoranza. E più mi rendo conto che non posso esigere di conoscere approfonditamente ogni aspetto dello scibile umano. Specialmente oggi (insomma, se fossi vissuta nel medioevo probabilmente avrei già esaurito la mia libreria). Ma chiunque ha delle opinioni. Io ho delle opinioni, e un mucchio di idee che mi frullano nella testa. E se non posso condividerle qui e confrontarle con quelle altrui, dove posso farlo? (fra amare parentesi: non certo a scuola).

Detto questo, stasera vorrei parlare di un tema ENORMEMENTE complesso e molteplice, ma che mi affascina come poco altro e su cui rifletto da parecchio.

La necessità di uccidere i padri.

Partiamo da Edipo. L’Edipo re è uno dei testi fondamentali dell’essere umano. Ogni tanto mi chiedo se venga prima l’uomo o l’Edipo. E’ un po’ come interrogarsi sull’uovo e sulla gallina. Fatto sta che l’Edipo sta nella nostra pancia, nella nostra testa e nel nostro sangue più di quanto crediamo. E la storia di Edipo è quella di un figlio fatalmente destinato ad uccidere il padre. Un figlio che affronta lunghe peripezie per conseguire inconsapevolmente/inconsciamente l’uccisione del padre.

Da qui deriva il paradigma umano: i figli devono uccidere i padri. Che lo vogliano o no. Che ne siano consapevoli o no.

E’ sempre stato così. Qualsiasi essere umano raggiunge l’età adulta nel momento in cui uccide metaforicamente il padre e/o la madre (i greci parlarono anche di Elettra). Ovvero escono da una condizione di dipendenza fisica e psicologica dai genitori, acquistano autonomia di vita e intellettuale. Ma soprattutto quando superano il modello educativo e culturale proposto dai genitori o dalla società dei “più vecchi”. La ribellione adolescenziale è la cosa più bella e naturale che ci sia, e non sempre si deve risolvere in modo drammatico o conflittuale. Si può anche “ribellarsi” mantenendo il rispetto verso i più anziani e verso un certo tipo di educazione, ma è inevitabile rielaborare il modello proposto secondo la propria personalità, la contingenza storica, il proprio nuovo ruolo di adulto.

Nell’ultima generazione, qualcosa si è bloccato.

Siccome ora il discorso diventa davvero terrificante, parto dalla mia esperienza, per quanto possa essere delicato. I miei genitori sono delle persone straordinarie. Non sto mettendo questo in dubbio. Ma la verità è che io non li ho mai visti come genitori, ovvero come un tipo molto particolare di autorità. Loro mi hanno sempre trattata sul loro stesso piano e io ho sempre trattato loro più come degli amici che come dei genitori. Non è poi così strano: per tanti aspetti sia mia madre sia mio padre hanno ancora la mentalità e il modo di vedere il mondo dei ragazzi. Non si sono mai abituati a un certo tipo di regole e di responsabilità “rigidi” e “categorici” che, secondo me, sono propri dell’età adulta. Il che è anche una cosa molto positiva. Ma la conseguenza è che sono sempre stata io a dovermi dare delle regole. Ad essere la mia stessa autorità. La conseguenza è che non ho nessuno a cui ribellarmi. Nessun punto di riferimento etico-antropologico rispetto al quale formare la mia personalità per imitazione o per opposizione. Lo so che detto così sembra una pappardella sociologica. In pratica è una gran brutta situazione. Tanto difficile e per certi aspetti dolorosa che ci ho “strutturato attorno un sintomo”. A voi immaginare se è alcolismo, dipendenza da droghe, autolesionismo, masturbazione ossessiva, attacchi di panico.

E quello che registro nella mia esperienza lo vedo riflesso per molti aspetti nel mondo esterno. E questo perché siamo figli di una generazione che ha demolito i propri padri e poi non ha costruito nulla. Annichiliti dalle proprie creazioni liberali e liberticide, hanno creato un “nuovo modello” sociale e antropologico che non ha nulla di etico e di autoritario. E per aggravare la situazione, siamo figli di una generazione parecchio più ricca di noi. Una generazione che non ha mai raggiunto l’età adulta perché, uccisi i padri, ha creato un sistema di valori del tutto distorto e malsano, che deve venire per forza rifiutato dalla nuova generazione, o almeno dalla parte di essa più “savia” (e se vogliamo precisare cosa sia la saviezza in questo caso, è la conoscenza e la capacità di trovare altri modelli al di fuori della classe dirigente odierna). Siamo in una condizione di dipendenza economica e psicologica che non ha via di uscita. Perché i nostri genitori sono i nostri amici, i nostri figli e i nostri nonni. Incapaci di invecchiare, incapaci di accettare che il loro ruolo fisiologico è finito. Incapaci di essere una vera autorità, di proporre una vera educazione. E noi non possiamo e non riusciamo a ucciderli. Di fronte ad un’interruzione nella catena generazionale, noi giovani siamo obbligati o a rimanere per sempre infanti, o a balzare miracolosamente all’età adulta. Creando un modello di valori ex-novo. E’ questo che stiamo cercando di fare, che alcuni di noi stanno cercando di fare. A livello personale ma soprattutto collettivo. Politico. Zoppicando e cadendo. Ma con lo scopo, spero ancora ineluttabile di uccidere i padri.

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Pare che siamo tutti stanchi.

Per motivi diversi e in modi diversi, ma comunque in questo momento sento di soffrire lo stesso spossamento spirituale di cui parla il qui sopra linkato. Anzi, forse io sono andata oltre. Ho superato la fase in cui niente di quello che faccio mi pare avere un senso e un’importanza. Ho superato la noia e  il disgusto che ritorna ogni volta che mi alzo al mattino, di fronte alla prospettiva di un’altra giornata. Ho superato il rifiuto per una vita che non mi appartiene e non mi rispecchia. Sto per approdare allo studio più terribile: quando si cade nell’automatismo. Quando non ci si chiede più il perché. Quando si fanno ogni giorno le stesse cose per evitare di pensare a cosa si potrebbe fare altrimenti, per evitare di fare una scelta diversa, ardita, incosciente, o forse semplicemente nuova. E questo non lo accetto: non accetto di vivere per abitudine, per non dovermi confrontare con ciò che desidero e con ciò che posso realizzare. Anche nei momenti più difficili, voglio sapere perché sono qui e sto facendo questo, fosse anche per dovere, ma voglio averlo ben presente. Anche se significa mettersi in discussione ogni giorno. E stancarsi, sì, stancarsi un sacco. Sono stanca perché mi sembra di star marciando sotto il sole nel bel mezzo di un deserto, e la meta non si vede, non si vede, non si vede. E allora devo sentirmi fiera solo per il fatto di star continuando ad avanzare, ma non posso dire di essere più vicina al mio obiettivo.

Ci vuole grinta.

E ogni tanto, un’oasi.

Un’oasi è stato per me l’ultimo film dei Coen. Era da tanto che non vedevo un film così piacevole. Nel vero senso della parola. Puro piacere. Il Grinta è un western classico e allo stesso tempo è tutt’altro. I personaggi sono ispirati ai più beceri tipi: il texas ranger integerrimo ma un po’ imbranato, il vecchio sceriffo-cacciatore di taglie, avvinazzato e al confine dell’illegalità, il fuorilegge dal cuore tenero, la ragazzina forte e ardimentosa; e allo stesso tempo non sono macchiette né caricature, ma personaggi solidi. Personaggi che nonostante tutto rimangono nel cuore, semplici ma vividi. Tutto il film è pervaso da un’atmosfera potente: la sensazione di trovarsi di fronte ad una terra vergine, puro potenziale, dove tutto deve ancora essere stabilito, dove gli uomini stanno creando una nuova società dal caos, e dove il confine fra legalità e illegalità è incredibilmente labile, una terra di frontiera, pericolosa, selvaggia, affascinante e piena di opportunità. Tutto è giocato su un filo sottile. Le situazioni sono le più classiche, ma guardate con occhi nuovi, velati di malinconia e di orgoglio per i tempi andati. Forse i tempi della corsa all’oro, ma più probabilmente gli anni d’oro degli spaghetti western, che i Coen sembrano omaggiare non  con il citazionismo, ma con il proporre un film perfettamente in linea con essi e allo stesso tempo appartenente all’oggi, come se ricollegandosi a quella tradizione senza però dimenticare gli anni intercorsi. Il finale è del tutto coerente con questa atmosfera nostalgica e gloriosa, ed è un capolavoro di raffinatezza che vi lascio il piacere di scoprire da soli. Ma la cosa più bella del Grinta è che è una storia. Una storia e basta, pura narrazione. Una storia semplice e affascinante, che emoziona e coinvolge in sé e per sé, senza sottotrame impegnate, senza artifici, senza fronzoli. Due uomini attorno ad un fuoco.

Avevo bisogno di sentirmi raccontare una storia come questa.

Una boccata d’aria e poi si riprende la marcia. Sempre, comunque. Non voglio fermarmi. E voglio avere ben chiaro dove sto andando.

La sottoscritta ha ormai capito che quando è ammalata la cosa peggiore che può fare è chiudersi in casa e riposarsi. Mi deprimo, mi innervosisco e mi sento molto più male di quanto effettivamente sto. Però sabato l’influenza mi ha messa a dura prova, e quella mezza giornata a letto l’ho dovuta fare. Ma domenica, domenica no. Domenica ero in piazza a Milano sotto la pioggia (pioggerellina, ok, non esageriamo). Come avevo promesso, come desideravo, come aspettavo da settimane. Ed è stata la scelta giusta, anche se ora ho una tosse che non mi lascia stare. Forse era l’unica scelta possibile. Un obbligo nei confronti di me stessa in primo luogo.

Quando sono arrivata, verso le 15.30, piazza Castello era stracolma: una vista impressionante. Nel tentativo di avvicinarmi al palco sono finita imbottigliata nel punto più gremito, in cui la quantità di persone ammassate era davvero “pericoloso” e impediva a chiunque di muoversi verso il centro della piazza o verso i margini. Mi sono chiesta più di una volta perché non avessero predisposto dei corridoi per far defluire la folla, ma in effetti quando si ha a che fare con folle di tali dimensioni è davvero difficile garantire dei minimi standard di sicurezza. In ogni caso, entro un venti minuti sono riuscita ad abbarbicarmi su una specie di fioriera e dal mio piedistallo sono riuscita a godermi tutto lo spettacolo. E quale spettacolo.

Prima di tutto, la folla: una fiumana che arrivava fino a Piazza del Duomo, si arrampicava sul Monumento equestre a Garibaldi, sui cornicioni delle facciate dei palazzi e ovunque si potesse godere di una vista migliore o di un po’ d’aria. Hanno detto che eravamo in centomila, io so solo che non riuscivo a vedere la fine della folla. Una folla, per di più, incredibilmente eterogenea: donne di tutte le età, non solo giovani, non solo studentesse, ma tantissime donne di mezz’età e tante, davvero tante, anziane, sessantenni, settantenni e anche oltre, che probabilmente non erano mai scese in piazza prima. Tanti uomini, quasi ad eguagliare il numero delle femmine.

La sensazione che ho avuto è che un’unica questione sia stata percepita come grave e importante da tutte le fasce della popolazioni, senza distinzioni di età, sesso, estrazione sociale. Tutti si sono sentiti colpiti, chiamati in causa. Si è riscoperto che cos’è la politica, cos’è veramente la politica: partecipazione. Ovvero libertà (cit). Questo mi fa piacere. Così come mi fa piacere aver visto così tanti uomini: perché se una donna può sentirsi vittima di queste continue denigrazioni, un uomo deve sentirsi insultato e umiliato dal modello imposto dalla “classe dirigente”. Sono contenta che si sia dimostrato che ci sono uomini che non sono invidiosi di Berlusconi, che rivendicano un diverso tipo di relazione con il mondo femminile, che sono disgustati da una sessualità compulsiva e denigrante per la donna. E sono contenta anche di quello che ho sentito: dalle frasi proclamate dal palco a quelle sussurrate tra la folla.

Tutti gli interventi sono stati significativi, alcuni sono stati più prestigiosi (Gad Lerner), altri mi hanno commosso personalmente (Eva Cantarella ha letto un brano di Gorgia sul potere della parola: mi sono sentita nell’Atene del V a.C.) Sono contenta che si sia smontato il frame “suore contro puttane” e si sia detto che, sì, nel privato chiunque è libero di fare ciò che vuole, ma che il privato non dev’essere il criterio di selezione della classe politica italiana (e non deve rendere la massima carica dello Stato ricattabile). Che si sia detto che non bisogna combattere Berlusconi ma il berlusconismo, che non si critica il Suo comportamento ma il Suo messaggio e la Sua condotta che lede agli interessi pubblici. Che si sia ricordato che non ci servono altre “immagini oscene”, scattate ad Arcore, di Berlusconi, perché in quindici anni e passa di governo di oscenità ne abbiamo viste abbastanza: gli atteggiamenti mafiosi-machisti-sessisti-omofobi, con dovizia di esempi. Che si siano letti i dati sull’occupazione femminile, sulla retribuzione, sull’aspettativa in gravidanza, sulle pensioni. E che fossimo tutti lì per dire: questo è inaccettabile.

E’ inaccettabile che una ragazza che ha studiato abbia come unica possibilità di ascesa sociale il matrimonio con un buon partito (consiglio dato dal premier ad una giovane disoccupata). L’aria che si respirava non era di rabbia ma di indignazione. Di educata e motivata indignazione: non ho sentito frasi demagogiche o massime lacrimevoli, ma tanti dati, tanti esempi, tante testimonianze. A dimostrazione che è la realtà ad essere incredibilmente drammatica e inammissibile. Non è più questione di principio o di moralità: è questione di urgente contingenza, e lì si sentiva. Si sentiva che chi era lì si sentiva offeso direttamente e per motivi ben evidenti.

Infine, sono incredibilmente felice di aver sentito parlare di speranza. Di fiammelle tenute accese durante la tempesta. E che si sia detto: questo può essere un inizio. E, credetemi, era un ottimo inizio. Io domenica ho intravisto un’Italia diversa. Capace di vedere, capire e giudicare. Un’Italia di cui andare un po’ fiera, finalmente.

P.S. Grazie ai lettori silenziosi. Ai vecchi maestri e ai nuovi amici. Siete molto importanti per me.

Alcuni post di G.L. hanno l’incredibile capacità di suscitare una miriade di corollari e interventi che prendo da essi spunto. Mi riferisco in particolare a questo. Che è stato per me motivo di ulteriore riflessione e ispirazione. E alla fine della catena ecco il mio post odierno.

Mi è capitato diverse volte di riflettere su cosa renda uno scrittore tale, intendo per scrittore quella strana figura mitologica che riesce a dar voce a un sentimento comune ma non-esplicitato/inconscio. In un libro di Calvino (inchiniamoci profondamente) ho trovato una definizione di scrittore che condivido appieno e ritengo semplicemente deliziosa. Suonava qualcosa tipo: uno scrittore scrive libri come un albero di mele fa le mele. Mi pare che questa frase riassuma bene la mia visione ideale dello scrittore. E con questo non intendo affermare che scrivere un libro sia un processo facile, ma che sia naturale. Uno scrittore è nato per scrivere libri e non può fare altro che scrivere libri, secondo la propria indole. E’ quindi ovvio che scrittori si nasce. Senza altre clausole. Se non sei un albero di mele, mai lo sarai. Purtroppo, d’altro canto, non basta essere un albero di mele per produrre buone mele. A volte delle mele genuine ma insipide e avvizzite sono peggiori delle mele contraffatte che qualche bravo artigiano sa produrre, ma la differenza sostanziale fra i due frutti rimane: uno è vero, uno è falso.

Essere scrittori è una qualità innata. Ma una qualità innata che va coltivata con dedizione e costanza, se si vogliono ottenere risultati soddisfacenti.

Un altro aspetto che la frase calviniana mette in luce è che lo scrivere non è un’attività eccelsa, imperscrutabile e dai meccanismi oscuri e esoterici, e che lo scrittore non è un semidio degno di ogni onore e venerazione. Scrivere è un processo semplice, naturale, che rientra perfettamente nell’ordine delle cose. Scrivere è normale.

E questo ci porta a un ultimo punto: l’attività poetica (nel senso dell’attività di comporre narrazioni) è fondamentale per la comunità umana. Ovunque ci siano due esseri umani e un fuoco, c’è qualcuno che racconta una storia. E questo perché le narrazioni sono necessarie all’uomo. Sono necessarie da una parte per eternare una civiltà e un sistema di valori, per attribuire a un gruppo sociale un’identità coesa, d’altra parte per interpretare il mondo e orientarsi in esso. Giambattista Vico, riferendosi ai poemi omerici, parla di “universali fantastici”, ovvero di immagini poetiche in grado di rappresentare caratteri tipici del mondo o della vita e soprattutto di chiarificare le verità dell’esistenza. Io aggiungerei che la poesia non si limita a dipingere la realtà e a fare luce su alcuni suoi angoli oscuri, ma crea la realtà stessa, la plasma, la rende comprensibile e intelleggibile, ma non secondo un canone di realtà, bensì secondo un particolare punto di vista. Lo scrittore ha il potere di guardare la realtà da un’angolazione speciale e imporre questo suo punto di vista a chi lo ascolta/legge attraverso la narrazione. Non sto parlando di propaganda o di lavaggio del cervello: sto parlando di immaginari e di visioni del mondo.

Lo scrittore è allo stesso tempo colui che ti restituisce la vista e ti dona occhi nuovi.

Ma non è un dio e non è un profeta. E’ un albero di mele.

Odio non avere tempo neanche per leggere. E’ proprio una di quelle cose capace di abbattere il mio morale a livelli infimi o di farmi infuriare in modo incredibile. Comunque reagisca, quando mi rendo conto di non riuscire a leggere più di un paio di pagine la sera tardi, distrutta e con gli occhi che si chiudono, realizzo di aver toccato il fondo. Ecco, ora sono in questa situazione. Una strana congiuntura cosmica complotta contro di me e una serie di impegni e incombenze invadono ogni centimetro di spazio vitale. Urge una vacanza.

Ma nel frattempo, colei che mi rinfranca nei momenti di stanchezza profonda e mi riconcilia con me stessa prima di prendere sonno è Banana Yoshimoto. Nessuno è più adatto a questo compito. Nello specifico sto leggendo Il corpo sa tutto, e non ci sarebbe lettura migliore: una serie di racconti brevissimi e fulminanti. Ha una scrittura minimale e, per come posso interpretarla io, molto giapponese. Non me ne intendo molto di cultura orientale, ma quando leggo qualche romanzo nipponico, noto sempre una certa indulgenza nella descrizione di stati d’animo malinconici, sottili, in ambiguo equilibrio fra gioia e tristezza. Ne Il corpo sa tutto questa peculiarità è ancora più evidente. Tutti i racconti sono incentrati sulla descrizione lieve e sensuale di sentimenti intimi, segreti. E ancora più particolare è il modo in cui la descrizione del mondo esterno, del paesaggio, di una particolare luce, clima, luogo, rispecchia alla perfezione lo stato d’animo del protagonista, in una totale fusione fra sentimento interiore e realtà esterna. Molto dolce, molto sottile, molto giapponese. Si può dire che tutti i racconti ruotino attorno al tema comune dell’istinto, di un sentimento irrazionale e a volte un po’ inquietante che è stato sublimato e viene a galla poco a poco, in modo velato.

Il titolo riassume perfettamente tutto questo: il corpo sa tutto. E’ una questione su cui ho riflettuto parecchio. Psiche e soma. Non perdonerò mai i greci per aver separato queste due entità. Gli orientali non l’hanno mai fatto, e sanno che se sai ascoltare il tuo corpo, esso ti guida in ogni tuo gesto. Il corpo svela i tuoi desideri, i tuoi bisogni, la tua personalità, le tue paure, le tue difficoltà. E’ una mappa criptica e misteriosa, ma perfetta. Se fossimo in grado di ascoltarci davvero, di ascoltarci nel profondo, se fossimo davvero in comunicazione con la nostra vera dimensione fisica, che non è in contrapposizione ma in comunione con la nostra mente, staremmo tutti molto meglio. Questo lo dico da ballerina, ma anche da adolescente. Mi sono convinta che la maggior parte delle psicosi, ansie, problemi emotivi o comportamentali di molti membri della civiltà occidentale del XXI secolo sia dovuta ad una scarsa consapevolezza del proprio corpo nel binomio psiche-soma. Intendo dire che la cultura dominante è quella del corpo perfetto, così come del cibo ingozzato compulsivamente, delle droghe, dei muscoli pompati con la palestra o con le anfetamine, delle quattro ore di sonno a notte e della cocaina, delle diete ininterrotte, della chirurgia plastica. Sono tutti comportamenti, al di là di qualsiasi giudizio moralistico, che distaccano la nostra dimensione psichica dal nostro corpo. Paradossalmente più si cura il proprio corpo e più si enfatizza la sua importanza, più si diventa incapaci di comprendere i suoi segni. Si vuole fare del proprio corpo il manifesto di un’identità ideale, ma in questo modo si crea un muro che lo separa dalla nostra identità reale. E questo fa sì che non si sia più in grado di ascoltare, di capire. Il corpo sa tutto. Bisogna ritornare sempre lì quando non si sa cosa fare. E’ sempre una buona guida, e un maestro severo.

P.S. Ecco un progetto in cui ripongo tantissima fiducia e speranza.

Già sapevo che stasera non sarei riuscita a scrivere qualcosa di intellettualmente elaborato, perché è ormai da giorni che i miei neuroni sono a livello di reattività minima e inoltre ho una quantità di cose da fare-pensare-organizzare mai più finita. Tuttavia pensavo di parlarvi un po’ delle mie ultime letture, ovvero di Blankets e di alcuni racconti di autori nipponici (di cui comunque mi riprometto di parlare presto). Alla fine stasera è successo un mezzo finimondo e mi sono resa conto che non mi rimangono né i neuroni né i nervi per scrivere qualcosa di minimamente sensato.

Quindi ripiego sul post più becero e inutile possibile. La radio. In realtà non è una scelta così infima, dal momento che negli ultimi tempi ho ascoltato diversi album davvero interessanti.

Nota introduttiva: sono un’ignorante totale in campo musicale. La mia unica luce nel buio più completo sono i consigli, sempre abbondanti, sorprendenti e azzeccati, dei miei amici musicisti e musicofili. Io ascolto ubbidiente quello che loro mi “prescrivono” e il mio giudizio si basa unicamente sulla piacevolezza e sul sentimento soggettivo che la musica stessa suscita.

Premesso questo. Non riesco a smettere di ascoltare Lungs dei Florence + The Machine. Una musica piacevole, che mescola sound e stili molto diversi, avvalendosi di un timbro vocale davvero interessante. Un album molto variegato e che non annoia mai. Di quelli da spararsi nelle orecchie la mattina per avere un po’ di carica. Vi lascio con Cosmic Love, che è forse la più tamarra, ma proprio per questo la più adorata dalla sottoscritta.

Mi sono letteralmente innamorata del Greatest Hits di Bjork. Ho un vecchio conto in sospeso con questo elfo islandese, da quando mio padre mi regalò un suo album per il mio decimo compleanno o giù di lì e io ne rimasi totalmente terrorizzata. In effetti la musica di Bjork è… complessa. Sottilmente inquietante, sempre vagamente disarmonica, discordante. Ha qualcosa di dionisiaco e qualcosa di diabolico, con tutti i significati culturali che questi due aggettivi portano. La sua voce è straordinaria, e mi sembra che esprima bene un certo tipo di sentimento che mi appartiene molto in questo periodo: una specie di malinconico abbandono a un totale caos dei sensi e della mente. Tocca delle corde interiori molto delicate. Vi posto Hyperballad, che è pura estasi immaginifica.

Volevo parlarvi anche di Agnes Obel e dell’ultimo album degli Arcade Fire, ma sono troppo stanca anche per fare la radio.

P.S. Ho deciso che non riuscirò mai a fare un post compiuto sulla questione egiziana-e-non-solo, troppo complesso. Tuttavia voglio lasciarvi con qualche osservazione. Prima di tutto vi rimando all’analisi di questo metallaro. E in secondo luogo: ma qualcuno si interroga seriamente su quale sia il futuro di questa rivolta? Intendo dire, spodestato lo sceicco filoamericano, qual è il futuro politico del paese? Per quanto ho potuto capire la prospettiva più realistica è un governo basato sull’islam radicale. Ecco, come ci pare la prospettiva di un Maghreb-medio oriente di estremismo religioso?

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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