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In questi giorni sta succedendo davvero di tutto, e avrei mille cose di cui parlare.

Ad esempio degli sviluppi della vicenda “rogodilibri” (per rubare la definizione ai fantastici quattro)

Di quello che sta succedendo in Egitto (e prima in Tunisia e in Libia) cercando di ragionare sul perché e sul dopo.

Del fatto che forse ci siamo stancati. Che a dire il vero ci eravamo stancati molto tempo fa ma ce ne siamo accorti solo ora. E che io il 13 a Milano ci sarò anche solo per vedere che cosa succederà (se succederà qualcosa).

Ho così tante idee smozzicate e vorticanti su tutto questo e su altro che per ora vi parlo d’altro. Lascio sedimentare e continuo a riflettere, cercando di venire a capo di qualcosa.

E’ da venerdì che vado in giro con un cerottone sul sopracciglio sinistro dicendo a tutti di aver preso una pallonata. No, non ho preso una pallonata. No, non ho preso a cazzotti Edward Norton in uno scantinato. E non sono nemmeno caduta dalle scale.

Facciamo un passo indietro. Poco meno di un mese fa, il cinque gennaio, ho compiuto diciotto anni. Non pensavo che sarebbe stata una data in qualche modo memorabile né che avrei riflettuto troppo o preso troppo sul serio questo minimo cambiamento anagrafico. E invece mi sono resa conto che è stato per me un passaggio importante. E’ stata una giornata speciale. Ho festeggiato con un tè con gli amici, niente di più, ma c’erano le persone che mi importava avere accanto, persone che sono riuscite a farmi sentire il loro affetto, il loro sostegno, la loro stima nei miei confronti. Mi sono sentita felice, fortunata. Mi hanno regalato Blankets, l’ultimo di Murakami e un mazzo di fiori. Ecco da cosa si vede che i tuoi amici hanno capito tutto di te.

In quel giorno ho cominciato a riflettere su me stessa in un’altra prospettiva, come se all’improvviso il futuro fosse molto più vicino. Le solite domande sono diventate ancora più assillanti e concrete. Chi sono, che cosa voglio fare. Ma soprattutto, dove sto andando, cosa sto facendo, quale strada sto percorrendo. E’ uno strano periodo, a volte mi sembra incredibilmente intenso e denso di cambiamenti, altre mi pare che tutto sia immobile e che io sia sempre più lontana dal realizzare i miei obiettivi (sempre che sappia quali sono). Tanta confusione e mille difficoltà. Però ora mi sento davvero più “grande”: da un lato più vulnerabile, dall’altro più libera e aperta a innumerevoli possibilità. Mi sono detta: bisogna lasciare un segno. Una linea di demarcazione. Un rituale di iniziazione. Qualcosa che dica: ecco, da questo momento in poi sono qualcosa di diverso. Qualcosa che dica: voglio cambiare. O meglio: voglio crescere, voglio diventare veramente me stessa, realizzarmi.

Un piercing al sopracciglio può significare tutto questo? Non credo proprio. Anche se non è proprio un piercing: è un costosissimo microdermal. Ma è il mio segno. E’ quel qualcosa che mi ricorderà ogni mattina la sfida che mi aspetta là fuori. E che forse darà al mio viso un’aria un po’ meno da bambina (anche se non ci conto più di tanto: penso che siano ancora lontani i tempi in cui non verrò scambiata per una ragazzina delle medie. Però, come dice mia madre, se mi si sente parlare solitamente mi credono un’universitaria.)

Così un post potenzialmente utile si esaurisce nella più completa futilità.

il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa entrano nel campo di concentramento di Auschwitz. E’ forse in seguito a questo evento che il mondo prende compiutamente coscienza di quanto avvenuto nell’olocausto. La consapevolezza dello sterminio sistematico di sei milioni di ebrei si configura come un vero e proprio shock collettivo, un evento stigma nella memoria della comunità mondiale.

L’olocausto non è certo l’unico caso di genocidio nella storia dell’umanità, e nemmeno il più sanguinoso: non sono solo le sue dimensioni impressionanti o la sua “vicinanza geografica” a rendere questo evento tanto terribile e denso di significato. Ciò che davvero impressiona dello sterminio ebreo è la sua sistematicità: l’idea che l’eliminazione totale di una “razza” sia stata progettata sin nei minimi particolari, come un atto burocratico, e messa in atto con perizia e puntualità ineccepibili. Ciò che impressiona è l’idea che un alto numero di persone “sapessero” quello che stava accadendo, e anzi fossero quotidiani complici di questo abominio, lavorassero e si applicassero alla realizzazione della “soluzione finale” come ad un qualsiasi altro progetto del regime. Ciò che impressiona è l’orrore di una violenza totalmente spersonalizzata, fredda, metodica, perpetrata su larghissima scala con mezzi efficienti e ben organizzati. Niente a che vedere con tutto quello che l’umanità aveva visto fino a quel momento: eccidi sanguinosi e terribili, ma resi comprensibili (non giustificabili, comprensibili) dal fatto di essere stati compiuti in un furore omicida, in un impeto passionale e non cerebrale. L’olocausto ha messo il mondo di fronte ad un nuovo tipo di violenza, ad un nuovo tipo di malvagità. Ha obbligato l’umanità a fronteggiare i suoi lati più oscuri e la sua manifestazione più terribile e, appunto, “disumana” e “disumanizzante”. Ma soprattutto l’olocausto è stato riconosciuto come il frutto di una società, di una mentalità e di un modus operandi tipicamente occidentali. E questo per il “mondo civilizzato” è fortemente shockante.

E come è stato possibile tutto ciò? Grazie a secoli di antisemitismo, naturalmente, grazie al fatto che gli ebrei fossero storicamente dei perfetti e “collaudati” capri espiatori. E la necessità di individuare un capro espiatorio induce a diverse riflessioni sui meccanismi della società umana. Ma soprattutto grazie alla propaganda. Martellante, univoca, diffusa. La propaganda è stata capace di diffondere ampiamente e in ogni strato della popolazione, anche negli intellettuali e negli scienziati (che anzi contribuirono non poco al consolidarsi delle idee razziali e razziste), un’idea che oggi ci appare assurda e abominevole: che un popolo sia intrinsecamente dannoso e vada eliminato in nome della purezza della razza ariana. Penso che sia necessario, per quanto terribile, riconoscere che, sebbene solo pochi fossero al corrente dello sterminio in corso, l’idea dell’eliminazione degli ebrei fosse comunemente accettata e giustificata. E ciò ha reso l’olocausto possibile. Questo ci dovrebbe mettere in guardia sul potere dell’informazione, della narrazione, della propaganda.

Un’altra questione su cui volevo riflettere oggi è come la vicenda dell’olocausto abbia generato e continui a generare intorno a sé un florilegio impressionante di opere, film e libri relativi ad esso, con un taglio più o meno documentaristico. Certamente c’è la volontà e la necessità, di ricordare. Certamente c’è la fascinazione per un avvenimento che, come ho detto, ha segnato profondamente l’umanità (intesa come inconscio e memoria collettiva). Ma d’altra parte, secondo la mia opinione, pochissime di queste opere riescono ad essere veramente e autenticamente drammatiche, a dispetto di un soggetto incredibilmente drammatico. L’olocausto è uno dei pochissimi eventi storici di cui preferisco ascoltare una testimonianza che leggere un romanzo. E’ come se l’uomo si riconoscesse incapace di comprendere fino in fondo, o di compatire, e quindi di creare una narrazione efficace. E’ come se l’olocausto fosse un “pensiero-limite”, troppo prossimo al concetto di male assoluto, inafferrabile come tutto ciò che è estremo.

Parlare di un tema come questo è sempre difficile. In un certo senso si avverte che qualsiasi parola è inutile. Le testimonianze raccolte sono innumerevoli, eppure si continua a raccogliere nuove memorie, come in un’ansia che tutto ciò venga dimenticato o negato. Una preoccupazione del resto giustificato. Qualunque mente sana tende a rimuovere un ricordo shockante.

Ma il valore della memoria è uno dei più alti dell’umanità.

E quindi oggi voglio ricordare.

Ebrei 5,9 milioni
Prigionieri di guerra sovietici 2–3 milioni
Polacchi non Ebrei 1,8–2 milioni
Rom e Sinti 220.000-500.000
Disabili e Pentecostali 200.000–250.000
Massoni 80.000–200.000
Omosessuali 5.000–15.000
Testimoni di Geova 2.500–5.000
Dissidenti politici 1-1,5 milioni
Slavi 1-2,5 milioni ]


Per continuare il discorso cominciato qualche post fa. Dando un’occhiata alla rassegna stampa su Lipperatura, ho l’impressione che la vicenda della “messa all’indice” degli autori firmatari dell’appello in favore di Battisti abbia avuto una buona risonanza. Con buona intendo maggiore di quanto mi aspettassi. Temevo appunto che il tutto si risolvesse in un amarissimo commento sui tempi grami che corrono e venisse lasciata cadere. Invece tanti si sono pronunciati di fronte all’assurdità e alla gravità dell’accaduto, riconoscendo anche il fenomeno per ciò che è: un tentativo di attaccare la cultura e gli intellettuali, di imporre un filtro a ciò che il cittadino può o non può leggere, negando il principio fondamentale secondo cui tutte le opinioni devono trovare spazio in una società civile, anche e soprattutto quelle che non si condividono, un tentativo di confondere identità dell’autore e identità dell’opera, di ostracizzare e umiliare ulteriormente chi, scrittore o lettore, crede ancora nel valore di una cultura libera e consapevole. Una notizia del genere lascia intravedere scenari da totalitarismo. Sono contenta che siano stati usati termini come liste nere e roghi dei libri e si sia ricordato Fahrenheit e Orwell. Perché non sono esagerazioni. Perché basta un singolo caso in cui un singolo libro venga escluso dagli scaffali perché non è in linea con le idee di chi è al potere perché la libertà di pensiero venga meno.

Sono contenta dell’indignazione terribile che si è sentita nelle parole e nella voce di chi si è pronunciato su questa vicenda. Avevo paura che fossimo diventati incapaci di indignarci davvero, anestetizzati da una sequela interminabile di fatti desolanti e sconcertanti. E invece indignarsi è importanti. Non incazzarsi, termine inflazionato e che rimanda a un sentimento di pancia, ma sentirsi offesi personalmente, colpiti nella propria dignità.

E’ dall’indignazione che nasce la protesta. E l’indignazione di alcuni ha dato voce a quella di altri: in questo modo è emerso il caso dei libri di Saviano esclusi dalle biblioteche per volontà dell’amministrazione leghista, e l’appello alle scuole  della Donazzan ha subito avuto la risposta che merita.

Indignazione è quella che sento anche nelle righe finali di questo articolo. E ne sono felice. Perché che Berlusconi sia un bugiardo e un puttaniere ce lo stanno dicendo in tutte le salse, e il rischio è di non farci più caso. Invece bisogna avere la forza, di fronte a questo scabroso puttanaio, di indignarsi, di sentirsi offesi e di dire: basta, un uomo del genere non deve ricoprire la carica che ha, per questioni di sicurezza e di legalità prima che di moralità.

Indignarsi è importante ma non basta.

Il passo successivo è raccontare. E per questo ci vuole ancora più coraggio. Alzare la voce, farsi sentire. Rimanere all’erta, dare sempre un’occhiata a come sono gli scaffali nelle librerie e nelle biblioteche. E creare nuove narrazioni. Narrazioni che smascherino come false o diversive quelle imposte dai canali di informazione o dal potere. Narrazioni che propongano nuovi scenari, nuovi modelli, nuovi punti di vista. Per narrazione intendo un romanzo o un’intervista radio, non fa differenza. L’importante è dire quello che va detto e non si vuole venga detto. L’importante è spezzare il frame dominante. E’ una questione di giustizia. E mi piace come lo spiega Saviano nella sua lezione in occasione della laurea. Ecco, Saviano non è un amante della complessità, forse, ma sa dire le cose importanti in modo semplice. E per questo mi piace.

Non posso credere di averlo finito. E’ una settimana che dico: “domani lo finisco, domani lo finisco, domani leggo quelle maledette ultimi 30/20/15/5 pagine.” Ma Moby Dick non è un… come dire… un livre de chevet. Richiede il suo tempo, neuroni attivi e stomaco forte.

Ho letto un’edizione oscena della Newton Compton con una traduzione che faceva pietà e un apparato critico risibile. Quindi ho già un’ottima scusa per rileggerlo, e forse una parziale giustificazione a quel senso di “qui mi sta sfuggendo qualcosa” che mi attanagliava per tutta la lettura. Ma ho come l’impressione che il problema non sia tanto legato alla difficoltà del testo quanto all’enormità che c’è dentro.

Moby Dick è un libro terribile. Che fa tremare i polsi.

E’ terribile nelle sue immagini più potenti ed evocative (il finale, con le acque che si richiudono sulla nave e il falco trascinato negli abissi, è una pagina indimenticabile. Ed è solo la prima che mi viene in mente: i fuochi di Sant’Andrea sui pennoni della nave, la vecchia balena che affonda facendo inclinare il Pequod,  La Delizia e lo Scapolo, il corpo di Fedallah trascinato dalla Balena.) E’ terrificante nei monologhi potenti e folli dei suoi protagonisti, Stubb, Starbuck e naturalmente Achab. Ma è terribile anche e soprattutto nelle sue lunghissime digressioni enciclopediche. Perché nella minuzia con cui viene descritto il sapore della carne di balena, nel tono reverenziale con cui ci si riferisce al leviatano, nel continuo ricondurre ogni aspetto della vita per terra e per mare alla caccia alla balena, si scorge il segno più sinistro di quell’ossessione, ossessione fatta di venerazione, terrore, odio, adorazione.

Moby Dick è intessuto di riferimenti biblici e letterari che mi sono più o meno totalmente sconosciuti. Quando rifletto sul fatto che non ho mai letto la Bibbia mi sento vergognosamente ignorante, ma fatto sta che non l’ho mai letta. Eppure avverto chiaramente quel substrato di simboli e rimandi: ci sono scene, frasi, allusioni, che non capisco ma che sento, che mi fanno rabbrividire e che mi scuotono a un livello profondo. E’ un romanzo mastodontico, è totale e totalizzante, è come se ci fosse dentro tutto e il contrario di tutto. Non è solo un libro sulla follia, sul male, sull’ossessione, sul senso del sacro e del divino. Non è solo un libro sull’uomo, sulla sua natura tragica ed eroica, eppure debole e cieca. Ma è anche questo.

Se un classico è un libro che non finisce mai di raccontarti e mostrarti cose nuove, Moby Dick è il più grande classico che abbia mai letto. E’ quasi uno specchio: puoi trovare una molteplicità pressoché infinita di contenuti e temi e spunti a seconda di cosa vuoi leggere e comprendere, ma per quanto tu possa scavare in mille direzioni, il quadro finale è sempre lo stesso, maestoso e terribile: la sconfitta dell’uomo di fronte al male.

E poi il mare. Assurdamente simbolico. Ogni sua descrizione è lo specchio dell’animo e del destino dei personaggi. Un mare che avvolge una vicenda realistica in un’aura magica, senza tempo, mitica. Un mare che tutto accoglie e che tutto tace.

Moby Dick è uno di quei libri che ti porti dentro. Un pungolo e un rovello. Uno di quei testi che ti interroga continuamente, e ogni tanto ti chiama a sé. E posso anche dire di aver avuto la fortuna di averlo incontrato nel momento giusto.

La mia avventura nel mondo della danza è cominciata molti anni fa. E’ una passione che mi ha sempre accompagnata, fra alti e bassi, in diverse forme. In particolare negli ultimi due anni l’ho vissuta in modo molto intenso, ho deciso, o forse mi è capitato, di investire molto tempo ed energie fisiche e psicologiche nello studio di quella che considero la più tragica e sublime forma d’arte. Una forma d’arte che ha come strumento la materia più bassa, fragile, corruttibile, indegna, la carne e il corpo, e il più alto degli scopi: fondersi con ciò che c’è al mondo di più spirituale ed etereo, la musica, ma soprattutto, emozionare. Una sfida impari, drammatica e bellissima.

La lezione della danza è una lezione dolorosa ma preziosissima.

All’inizio mi ha insegnato ad amare l’arte per sé stessa, ad allenarmi per il piacere e la gioia che ne traevo, senza guardare a nessun fine. E questa è stata una costante di tutto il mio percorso: anche nei momenti più difficili, l’unico sentimento che mi spingeva a proseguire era l’amore per la danza stessa, quell’appagamento e quella sensazione di benessere, di pace, che solo lei sa darmi.

Poi mi ha insegnato cosa significa dedizione completa: vivere ogni cosa e pensare ad ogni cosa e organizzare la propria vita intorno ad un unico fulcro. E non chiedere niente in cambio. Mi ha insegnato l’importanza delle piccole soddisfazioni quotidiane. Mi ha insegnato che anche quando la fatica, fisica o psicologica, sembra troppo grande bisogna avere la forza e anche l’incoscienza di andare avanti, e da qualche parte troverai le energie. Mi ha insegnato che non esistono sfide troppo grandi, solo menti troppo piccole.

E poi mi ha insegnato che ci sono limiti che non vanno mai superati, e che quando si corre sl filo del rasoio bisogna imparare ad ascoltarsi nel profondo. Ma forse questa lezione l’ho appresa troppo tardi. Solo qualche attimo troppo tardi. Poche settimane e sembrava che tutto dovesse finire all’improvviso e nel peggiore dei modi. Ma poi mi ha insegnato che quando hai un sogno e l’hai coltivato a lungo, devi tenertelo stretto. E allora ho lottato, e lottato, e lottato.

Quando sono salita sul palcoscenico, a giugno, sapevo che sarebbe stata l’unica volta. Nessuna replica. Poche ore per coronare un percorso lungo, impegnativo, doloroso, bellissimo. E’ stato uno dei momenti più emozionanti e struggenti della mia vita, e lo ricordo con grande gioia e nessun rimpianto.

Poi sembrava che tutto fosse finito.

Ma la danza aveva ancora una cosa da insegnarmi. La più importante.

Che non sempre bisogna essere i migliori. Che non sempre è necessario dare il massimo, sfruttare le proprie doti al limite, essere il meglio che si può essere. A volte si può accettare di non essere sulla cima, dove il panorama è mozzafiato ma il rischio di cadere alto.

E infine mi ha insegnato ad accettare dei compromessi. A fare delle scelte. A riflettere su chi davvero voglio essere. In realtà, su questo ancora ci sto lavorando. E intanto spero di non aver sbagliato.

Sono passata da tre ore al giorno a tre ore a settimana di danza. Però continuo a farla, anche se in un primo momento avevo deciso diversamente. Perché fa parte di me nel profondo e non posso farne a meno. E per la prima volta non mi importa di essere al meglio, ma solo di stare bene. E quando, due volte a settimana, vado a danza, sono felice, semplicemente serena.

E quando si affaccia un rimpianto, lo scaccio.

E ora vado a danzare.

In realtà non avevo intenzione di scrivere alcunché stasera. Ma a volte succedono cose che ti obbligano a cambiare i tuoi progetti. Chi mi conosce un po’ sa quanto detesti modificare i miei piani di un singolo millimetro. E quindi potrà capire meglio quanto questa notizia mi abbia colpita e turbata.

Riassunto in due righe: l’assessore alla cultura della provincia di Venezia ha intimato alle biblioteche di togliere dagli scaffali e di non promuovere in alcun modo i libri degli autori che nel 2006 sottoscrissero un appello per la scarcerazione di Cesare Battisti. Naturalmente un assessore non ha il potere di imporre una misura del genere, ma, anche se pare impossibile, può avanzare viscidi ricatti sul tono del “chiunque può fare ciò che desidera… ma se ne assuma le responsabilità”, magari con il sostegno della COISP, sindacato di polizia.

Non intendo commentare le circostanze specifiche di questo caso: se mi dite Cesare Battisti il mio cervello pesca informazioni nebulose su qualcuno accusato di omicidio che aveva qualcosa a che fare con le Br (ecco a voi la mia ignoranza galoppante). Ma posso notare che la totale assurdità del pretesto stesso è potenzialmente pericolosissima. L’idea che le opere di un autore che nel 2006 ha indirettamente e timidamente appoggiato un uomo che oggi il governo vuole estradare a tutti i costi debbano essere “messe al bando” è talmente delirante che rischia di venir liquidata con un’amarissima risata. E si rischia che questo ricatto governativo venga accettato. E che si crei un precedente. La cosa che temo di più è appunto questa: l’eventualità che misure di questo tipo vengano accettate passivamente proprio perché appaiono paradossali.

Davanti ad assurdità del genere è persino difficile indignarsi. Ma bisogna farlo.

Qui non si tratta tanto di ledere la libertà di informazione o di stampa. Si tratta piuttosto di cercare di affermare un’idea pericolosa: che le posizioni ideologiche e il comportamento di un autore possano essere lesive per la diffusione e la fruizione della sua opera. Che gli scrittori possano essere selezionati e divisi tra graditi e indesiderabili in base alle loro idee.

E la conseguenza di questo ricatto è anche un altro: si afferma il principio che il libro non è 1. sacro e intoccabile 2. del tutto indipendente dall’identità del proprio autore, prodotto artistico autonomo dal proprio creatore e patrimonio collettivo.

Si introduce la prassi di filtrare le informazioni, la cultura, le opere artistiche, secondo criteri arbitrari.

Avrei trovato meno sconvolgente un appello ai lettori a non comprare le opere dei suddetti autori. Ma è molto peggio. Prima di tutto lo scopo non è danneggiare economicamente lo scrittore ma impedire la diffusione della sua opera. Significa che qualcuno, in questo caso un esponente del governo per di più, si permette di scegliere ciò che io posso o non posso leggere. Con tutto ciò che ne consegue. E questo mi urta parecchio.

Mia madre è bibliotecaria. Le ho fatto leggere questa notizia appena sono venuta a sapere dei fatti in questione. Dopo essersi ripromessa di far girare una mail informativa e di avvisare il suo referente sindacale, ha commentato: “di sicuro non lo farò sapere al mio assessore. Non vorrei darle una nuova idea.”

L’assessore in questione è della lega e da quando è in carica non si riesce a realizzare un’iniziativa culturale degna di questo nome. Solo sagre delle caldarroste e Suor Nausicaa alla festa del paese.

Assessore alla cultura? Perché mi viene in mente l’orwelliano ministero dell’Amore?

P.S. Dimenticavo: nel post precedente mi sono dimenticata di ringraziare Viola per avermi concesso di intitolare il blog “violattitudine”, ovvero con un adorabile neologismo che lei per prima ha usato nelle tag del suo blog. Questo per dire che non ho inventato io il termine e che la mia fantasia è pari a zero.

E’ sempre bello iniziare con una citazione: ti toglie dall’imbarazzo di trovare parole tue per compiere un compito gravoso come dare il via a qualcosa.

Il mio ultimo blog è naufragato domenica 8 novembre 2009. Da allora la mia presenza in rete è stata nel complesso piuttosto silenziosa. Vale a dire, pochi commenti e pochi interventi. Ma in questi ultimi mesi come non mai il web è diventato per me un importante luogo di informazione ed approfondimento. Non sono sicura che sia un bene, ma fatto sta che ogni giorno leggo, ascolto e guardo un buon numero di articoli di giornale, documenti, testimonianze, invettive, prodotti artistici, semiartistici, subartistici e così via. Nella marea di informazioni e subinformazioni che ho cominciato ad assumere, ho subito sentito l’esigenza di fissare alcune idee, concetti, spunti, di appuntare alcune notizie e sviluppare una riflessione, tentare di fare collegamenti, sintesi, analisi. Cercare di trarre qualcosa fuori dal caos.

Una necessità e un tentativo di comprendere che non riguardano solo il mondo fuori da me, mostruosamente complesso e molteplice, ma anche e soprattutto me stessa. Pochi giorni fa ho compiuto diciotto anni. Tante cose stanno cambiando. Alcune troppo velocemente, altre troppo lentamente. Un processo di trasformazione sempre e comunque doloroso, in cui spesso mi vedo sperduta e disorientata. Mai come adesso ho bisogno di introspezione, di capire quali siano i miei desideri, i miei bisogni, le mie aspirazioni, i miei obiettivi. Di strutturare una mia identità. E mai come adesso ho paura di farlo.

Mi sento nel bel mezzo di un viaggio straordinario: terribile e meraviglioso. Un viaggio tra due infiniti: la mia persona e il mondo.

E mi sono resa conto di aver voglia di raccontarlo questo viaggio, giorno per giorno, passo per passo, e di condividerlo. Cercando un confronto, uno scambio di idee.

Su questo blog spero troverà spazio davvero tutto: quotidianità, pensieri spicci e link veloci, recensioni di libri, musica e quant’altro, analisi più lunghe e approfondite, suggestioni, domande, riflessioni, spunti. Uno zibaldone, appunto. Un contenitore di tutto ciò che costituisce la mia vita, nella speranza di comprenderne, se non il senso, almeno la forma.

E mi piacerebbe, magari in un’altra pagina, condividere anche i miei racconti.

Ah, non ve l’avevo detto:

Scrivo

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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