Sono felice di comunicarvi che se sono stata così colpevolmente assente in questo periodo, NON è perché l’estate mi ha risucchiata nell’abulia, tutto il contrario. E lo dichiaro con una gioia inimmaginabile. In altre parole, sono talmente assorbita dalle cose, quasi tutte piacevoli e gratificanti, che sto facendo da lasciar scivolare il blog in secondo piano.

In primis, dò il grande annuncio che il mondo aspettava: ho cominciato la stesura di un nuovo “ibrido” (così la sottoscritta denomina i suoi aborti letterari di lunghezza medio-corposa). Dopo valanghe di appunti (non mi era mai capitato di dover pianificare in modo così approfondito) e migliaia di dubbi e discussioni fra le mie diverse personalità scriventi, ho deciso che era arrivato il momento di lanciarsi nella grande avventura della stesura vera e propria. La prova del nove: perché finché non cominci a stendere la storia episodio dopo episodio, non puoi capire se davvero funziona, se davvero sta in piedi, se può crescere e camminare sulle sue gambe. Sono in uno stato di trepidazione a metà fra l’ansia e la preoccupazione (ho ancora tantissimi dubbi, anche sostanziali, e diversi “buchi”, meno sostanziali, nella trama) e l’entusiasmo esagerato, un senso di soddisfazione e realizzazione del tutto immotivato. E’ galvanizzante. Sentivo la mancanza di questa sensazione. Mi sento pronta ad affrontare la sfida di un nuovo ibrido, e questa volta con una consapevolezza diversa, strumenti diversi, obiettivi diversi. Se sarà un naufragio, sarà un naufragio in grande stile. Per ora sono stata abbastanza prolifica, ma non sono abituata a rimanere concentrata sulla scrittura a lungo, e devo ancora acquisire dei buoni ritmi di lavoro. Se mi imbarco in questa impresa, che vedo come una specie di meravigliosa e titanica avventura, vorrei concludere tutto entro un anno, e ciò significa lavorare sodo.

Ma la scrittura non è il mio unico pensiero. Oggi finalmente mi sono iscritta alla scuola guida, e spero di ottenere questa dannata patente nel modo più rapido e indolore possibile. La patente mi serve soprattutto in prospettiva dell’anno prossimo, ovvero del post-maturità: se voglio prendermi un anno di pausa in modo intelligente, la patente è un requisito necessario in molte situazioni. Per ora, l’idea che mi entusiasma di più e che mi sembra più alla mia portata è offrirmi per il servizio volontario europeo. Un anno all’estero con vitto e alloggio gratis, e la possibilità di partecipare a progetti molto interessanti. Incrociamo le dita: ormai quando cerco di farmi strada fuori dalla scuola sono abituata alle delusioni.

Continuano anche le mie letture estive: ho finito da poco i sudatissimi Demoni di Dostoevskij. Un romanzo che mi ha colpito molto e, a differenza de L’Idiota, mi ha decisamente entusiasmato e avvinto. Dopo settecento pagine di dialoghi sovietici senza una trama sostanziale, ho deciso che si tratta di un romanzo sul male come abiezione volontaria. E naturalmente il suo simbolo è Stavrogin. Ho anche incontrato uno dei miei personaggi letterari preferiti: Stepan Trofimovic ovviamente, un intellettuale talmente inconcludente e fuori dalla realtà da rappresentare tutto ciò che l’intellettuale non dovrebbe essere. Insomma, una vera, ricca e gustosa lettura estiva. Ora mi dedico (sic) alle letture obbligatorie di italiano (sic).

Un’ultima, imbarazzante confessione: conclusasi la mia fase Rammstein, sono sprofondata senza possibilità di redenzione in una fase Lady Gaga. Che, se vogliamo ragionare per generi, non è proprio il tipo di musica che mi garba, ma siccome non lo facciamo, va bene così. Born this way è un album accattivante, che alterna diversi toni ma mantenendo un sound riconoscibilissimo, originale e aggressivo, sempre in bilico fra la raffinatezza e la volgarità. Penso sia un prodotto ben costruito, ma abbia molta più energia e anima della maggior parte del pop “commerciale”. E poi il personaggio di Lady Gaga mi piace. Sì, mi piace, non la trovo né volgare né offensiva. Si è costruita un’immagine da freak, una paladina di tutti i nerd, ed è una trovata interessante: siamo tutti così “diversi” da dover usare la nostra diversità come vessillo di un’identità comune, di una tribù di (finti) emarginati. Inoltre tutto ciò che fa è eccessivo, fuori dagli schemi, mai visto prima, nella maggior parte dei casi disturbante, al limite dell’osceno e del sacrilego. Per certi aspetti mi ricorda Marilyn Manson, e i Rammstein stessi anche. In primo luogo, tutti e tre sono dei bravi artisti (sentite le versioni acustiche, al pianoforte, delle canzoni di Lady Gaga: la ragazzina ha studiato, ed è molto più blues che pop). Ma la loro abilità tecnica viene spesso eclissata dagli eccessi della loro immagine. Sono personaggi esplicitamente fittizi, pesantemente mascherati, plastificati. Il loro aspetto e i loro atteggiamenti sono volutamente provocatori, e usano in modo strumentale simboli religiosi e di morte per turbare e emozionare. Risvegliano sentimenti forti, ma in una chiave perversa, che ricorda a chi li guarda come anche i simboli più antichi oggi abbiano bisogno di una nuova interpretazione, di una nuova sacralizzazione. Ed è questo che mi pare stiano facendo. Non so se sia buono o malvagio: è interessante.

Intanto mi ascolto Americano.

Non capisco perché io devo sempre essere stanca, insonne e un po’ stressata. Anche in piene vacanze estive. Anzi, forse proprio a causa delle vacanze estive. Comunque stasera ho un buon motivo per sentirmi abbastanza distrutta: è stata la mia prima giornata di volontariato in un centro diurno per minori. E’ stata una giornata lunga e intensa, in cui ho conosciuto gli educatori del centro, persone straordinarie, e i suoi sei ospiti. Non ho idea di quali situazioni di disagio, povertà, abuso vivano questi ragazzi a casa, ma si sente che hanno qualcosa in meno e qualcosa in più dei loro coetanei. Penso che tutto questo mi darà parecchio da riflettere, e sicuramente condividerò quanto ho imparato su queste pagine. Sinceramente, non mi sento più buona, figa e realizzata perché faccio volontariato. Solo un po’ più consapevole di quanto io sia inadeguata e piena di limiti.

In ogni caso stasera volevo riflettere soprattutto su alcuni recenti avvenimenti. Penso che la strage In Norvegia abbia sconvolto un po’ tutti, o almeno avrebbe dovuto. Personalmente il mio primo pensiero è stato: come ha potuto farlo? Una domanda piuttosto futile e più adatta a un giallista poco originale che a un’analisi seria. però è un interrogativo che continua a tormentarmi: come può una persona compiere un atto del genere? Piano piano mi sono resa conto che rispondere è possibile solo se si ammette che un’azione tanto orrenda non è solo il frutto dell’iniziativa di un singolo ma di un preciso contesto culturale. Un contesto di disagio sotterraneo, di intolleranza sotterranea. Un contesto che si vuole nascondere ma che è stato svelato e raccontato da alcuni scrittori. Scrittori il cui merito, al di là del valore letterario in sé e per sé, è quello di essersi presi delle responsabilità nei confronti della realtà che vivono e osservano. Ne parla qui Lara Manni.

C’è chi invece vuole negare questa connessione e creare il mito di un singolo mostro psicotico. Per nascondere che cosa minaccia veramente la società europea: l’intolleranza, gli estremismi, i nuovi fascismi. Lo spiega molto meglio di me Wu Ming 1 qui. Ma la distorsione operata dai “media” in questi giorni in relazione alla strage in Norvegia non si ferma qui: non dimentichiamo che i primi ad essere stati additati come responsabili erano i terroristi jihadisti. Una soluzione talmente comoda, talmente coerente con il quadro “scontro di civiltà” e “Europa sotto assedio” tanto caro all’immaginario odierno, da essere rimasta impressa anche dopo la smentita. Io penso che nonostante ora ci sia un reo confesso maschio ariano cattolico fondamentalista da crocifiggere, molti siano rimasti segretamente e forse inconsciamente affezionati all’originale prima pagina de Il Giornale.

E a questo punto mi autocito: perché quando ho letto questa notizia, non ho potuto non pensare a un paragrafo della montagna di appunti che sto stendendo per quello che forse sarà un nuovo Ibrido. “Esiste una sinergia fra chi detiene il potere ufficiale e suscita uno scenario di terrore, e X (una “specie” di personaggio). L’autorità (ufficiale o effettiva) crea una situazione di paura (mettendo enfasi su terrorismo, immigrazione, episodi di stupro ecc) e quindi X suscita il desiderio di sicurezza. Questo desiderio è uno dei più potenti e viscerali che esistano. In preda a questo desiderio le masse sono spinte ad affidarsi all’autorità ufficiale, che promette sollievo da questa situazione. Quando ciò avviene, X allevia il desiderio, per soddisfare le aspettative del popolo. Ma questa tranquillità non può durare a lungo proprio per garantire all’autorità un controllo costante, e presto viene creata una nuova minaccia. Tutto si gioca sul sottile equilibrio fra desiderio e sua soddisfazione, in modo da mantenere sempre le masse in una situazione di dipendenza dall’autorità stessa.”

(Fra parentesi: anche tutto il girotondo per il decennale del G8 a Genova mi ha riecheggiato parecchio il meccanismo di potere abbozzato qui sopra).

Dopo questo sconclusionato e traballante estratto, vi confesso che i destini dell’ibrido sono molto incerti. A volte mi sembra che gli ultimi nodi stiano venendo al pettine, altre volte mi pare che l’intera architettura semplicemente non stia in piedi. Sicuramente ho bisogno di tempo e tranquillità per ragionare. Ecco uno dei motivi per cui giovedì vado tre giorni al mare, con una marea di appunti e un bloc notes da sfruttare al massimo mentre prendo il sole. E se son rose fioriranno.

per passare ad argomenti più lievi, il rapporto con la mia gatta migliora di giorno in giorno. E’ meravigliosa e ne è perfettamente consapevole. Finalmente non provo più ansia e apprensione per la sua cura, e la lascio ronzarmi intorno quanto vuole finché non si stanca o non diventa troppo fastidiosa. Ma il più delle volte è un incanto da osservare, una compagna sempre curiosa e stimolante. La adoro sempre di più, e apprezzo sempre di più la sua presenza. Inoltre il suo carattere flemmatico, indipendente e allo stesso tempo instancabile e sempre vigile e attento mi sembra un esempio impareggiabile di vita.

Per chi durante l’anno studia tanto quanto me, l’estate è sempre una strana bestia. All’inizio rimango sempre un po’ sconcertata da questa titanica distesa di giorni liberi: com’è possibile che riuscirò a riempirla con qualcosa di diverso del ripasso dei verbi greci? (che attualmente è esattamente all’ultimo posto delle mie priorità… Mannaggia, meglio non pensare che ci sono anche i compiti) Mi sembra sempre impossibile immaginare una vita senza scuola, e in preda all’ansia cerco di progettare centinaia di attività per tenere lontana la noia. Perché, nonostante tutto, nonostante la stanchezza e lo stress, l’ozio è il mio peggior nemico: se non faccio nulla, mi sento totalmente inutile, la mia stessa esistenza perde senso e consistenza, sprofondo nel malumore e nella depressione. E’ un mio grosso limite: forse il giorno in cui riuscirò a non fare nulla e a stare bene mi sentirò davvero realizzata. Forse.

In ogni caso, il primo mese di vacanza è trascorso in fretta in quel di Vancouver. La prima settimana a casa è stata una lotta per riadattarsi agli orari e al clima nostrani. La seconda settimana, ovvero quella che sta finendo adesso, sono cominciate le danze.

La cultura prima di tutto. Ho cominciato a leggere I Demoni di Dostoevskij. Per ora lo sto apprezzando molto, anche di più de L’Idiota, che mi aveva molto colpito. Seguire le evoluzioni di questi aristocratici e bizzarri intellettuali nella buona società sovietica è intrigante e sconcertante al tempo stesso. C’è sempre qualcosa di ostico, di difficile, di incomprensibile, nei grandi romanzi russi. E’ come se ti richiedessero di pensare con una testa e guardare con occhi radicalmente diversi dai tuoi, e quindi esigono uno sforzo notevole, a volte impossibile. In breve la mia opinione è questa: un romanzo russo all’anno basta e avanza, ma quello bisogna goderselo dalla prima all’ultima sillaba. Difficilmente le altre letture saranno tanto raffinate e monumentali.

In ogni caso, non riuscirò mai a leggere tutto quello che mi ero proposta. Ma tutto sommato l’avevo già messo in conto nel momento in cui progettavo le mie letture.

In secondo luogo sto cominciando a muovermi per fare la patente. Vorrei dare la teoria a settembre. Senza contare che attualmente anche solo l’idea di mettermi al volante mi terrorizza. Non ho mai guidato nemmeno il triciclo. Solo negli ultimi mesi ho preso l’abitudine di spostarmi in bicicletta, e ho rischiato la vita un centinaio di volte. Quindi, sarà un’impresa non da poco.

Ma la grande novità della settimana è arrivata del tutto inaspettata. Ho adottato una gattina, in un colpo di testa che non mi spiego del tutto nemmeno ora. A dire il vero, sono sempre stata affascinata dai gatti. Sono degli animali belli, fieri, indipendenti, starei delle ore ad osservarli muoversi, giocare, esplorare ogni singolo angolo del loro territorio. E inoltre mi sarebbe piaciuto avere un animale di casa. In un certo senso, sentivo il bisogno di avere un batuffolo di pelo di cui prendermi cura, pensavo che mi avrebbe potuto insegnare qualcosa di nuovo, abituare a un nuovo spirito di vita e a nuove felicità. Ma i miei genitori si sono sempre opposti all’idea di avere un gatto. La verità è che in famiglia c’è già un vecchio cagnolino, che io ho obbligato i miei genitori a prendermi quando avevo sei anni e di cui poi non mi sono occupata minimamente. Ma bisogna ammettere che ora sono cresciuta. E poi, a me i cani non sono mai piaciuti, li trovo insulsi e un po’ stupidi. In buona sintesi, ora mi ritrovo con un felino di pochi mesi in casa. Bellissima: pelo tigrato grigio di rara eleganza, due occhioni verdi, un muso intelligente. E’ molto abituata alla presenza umana, ed è intelligente e curiosa. Come immaginavo, avere un cucciolo in casa è un’avventura. Nonostante la adorassi, i primi giorni sono stati difficili: non sapevo come comportarmi, mi sentivo incapace e inadeguata, a tratti anche oppressa da questo cucciolino che sembrava non volermi lasciare in pace in nessun momento. Infatti appena arrivata cercava le coccole molto spesso ed era molto affettuosa, ma ora che si sta ambientando passa sempre più tempo a giocare come un’indemoniata e a esplorare ogni armadio e cassetto piuttosto che a succhiare il mio povero braccio. Stiamo tutte e due imparando a prenderci i nostri spazi e a non preoccuparci troppo l’una dell’altra. C’è il momento per giocare insieme o per fare due coccole, ma ho anche bisogno dei miei momenti per scrivere, studiare, o semplicemente fare le mie cose. Non devo continuamente preoccuparmi di dov’è la gattina e di cosa sta facendo, e viceversa se lei è troppo invadente (ma sta imparando a tenersi alla larga quando la ignoro) una porta chiusa funziona sempre. Insomma, la mia gattina, che ho chiamato Ivy, mi sta insegnando da una parte la gioia e la soddisfazione di prendermi cura di un cucciolo e di passare del tempo con lei, ma anche la necessità di rivendicare i miei spazi, nonché l’importanza di vivere con più leggerezza: non devo vivere ogni minima responsabilità come uno stress. Una lezione importante da un maestro inaspettato.

In questo turbine di energia felina, sto continuando a scrivere appunti per una storia che mi ronza nella testa da un po’. Imbastire il racconto è una fatica colossale, richiede molte energie e molta perizia, ma quando i nodi cominciano a venire al pettine e gli ingranaggi a girare la soddisfazione è grande. E si comincia a desiderare di battere sui tasti parole meno aride, cominciare a narrare.

Così tengo lontana la noia. C’è sempre qualcosa da fare, la sera arriva veloce, e la stanchezza è sempre tanta ma gradita. Un’estate intensa e piena di piccole nuove esperienze, di piccole nuove occasioni per crescere. A proposito: settimana prossima comincerò a fare volontariato. Sono eccitata e terrorizzata, ma di questo vi racconterò a tempo debito.

Mercoledì (se non erro) è uscito l’ultimissimo capitolo della saga cinematografica di Harry Potter. L’ultimo, basta, fine. La mitica e multimiliardaria Rowling ha dato fondo a tutte le sue energie creative, e sono convinta che le voci su sequel e prequel siano totali bluff: non c’è motivo per scrivere altro, lei è talmente ricca da non sapere dove spendere i suoi soldi, talmente famosa e celebrata da essere praticamente un mito vivente, e per quanto riguarda la storia, aggiungere un solo ulteriore tassello al mosaico realizzato sarebbe un crimine. Gli attori sono esasperati ed esauriti da otto film sul maghetto e penso che non firmerebbero un altro contratto per tutto l’oro del mondo. Insomma, dobbiamo rassegnarci, non avremo altre opere su Harry Potter e compari. Si può dire definitivamente conclusa la più famosa saga letteraria/cinematografica degli ultimi cento anni. Una saga durata dieci anni.

Dieci anni fa io avevo otto anni. L’età giusta per cominciare a leggere le avventure di un giovane mago, appena più grande di me, alle prese con tirannici genitori adottivi prima che con diabolici signori del male e diavolerie stregonesche. E ovviamente me ne sono subito appassionata, come tutti. La verità è che Harry Potter ha segnato una fase della mia vita, una fase piuttosto lunga, e mi è rimasto nel cuore. Per la mia generazione, si è realizzata una singolare e straordinaria sincronia fra la nostra crescita individuale e il progredire delle avventure del maghetto. Con ciò intendo dire che i protagonisti del romanzo crescevano passo a passo con noi, permettendoci di identificarci sempre. Ma non solo: anche la complessità della trama, le tematiche affrontate, i toni sempre più foschi e drammatici, si accrescevano man mano che i nostri gusti letterari si raffinavano. Così che, con alti e bassi, leggere un nuovo volume della saga era sempre un piacere.

E questo è un motivo perché Harry Potter “ci piace” (e mi piace) così tanto. Benché ora potrei liquidarlo come una lettura leggera e un film commerciale, sento di dovere una specie di fedeltà a tutto il mondo di HP, per tutto quello che è significato per me negli anni passati. Ed è significato molto.

Penso che la saga di Harry Potter sia una delle migliori costruzioni di intrattenimento mai realizzate. Dentro c’è tutto ciò che serve per soddisfare il “desiderio di storie” di un giovane: da una parte l’avventura e gli intrighi, che ti tengono incollato alle pagine, quindi tutta la componente magica, meravigliosa, e il fascino di un mondo favoloso costruito nei minimi dettagli, tanto da poter immaginare di camminare per quelle strade, di incontrare quei personaggi, ma d’altra parte un mondo mai troppo distante dal nostro, dominato da logiche simili, e soprattutto incentrato su una scuola, su storie di ragazzi e studenti, storie di amicizia e di amore. In Harry Potter c’è tutto quello che sogniamo, tutto quello che possiamo sognare, perché ci appartiene ma allo stesso tempo è altro da noi.

Ma sono convinta che il successo di HP non sia dovuto solo ad un sapiente dosaggio di elementi narrativi. Penso di saper distinguere un buon prodotto commerciale da un libro ce ha un quid in più. Un quid che non lo rende un capolavoro e che non fa della Rowling un’Artista, ma che lo distingue da molti altri fantasy, pseudo fantasy e simili. E i lettori questo lo sentono. Harry Potter è un libro sincero. Che ti parla di amicizia e di grandi sentimenti e lo fa in modo da renderli più importanti e meravigliosi di tutto il resto. E’ questo a cui il lettore si appassiona: alla personalità e ai sentimenti di ogni personaggio, che pur nelle loro varie declinazioni sono sempre puri e schietti. In HP c’è una limpidezza di cui sentiamo la mancanza. Ciò che cerchiamo in quelle pagine non è tanto l’emozione della magia e dell’avventura, quanto la commozione di trovare quei sentimenti, quelle verità, così coinvolgenti e semplici. E una tale empatia è possibile solo quando lo scrittore crede in ciò che fa e in ciò che dice: è sincero con il lettore.

Harry Potter è una storia tanto semplice da essere straordinaria. Ha qualcosa di universale e qualcosa di estremamente intimo. E amo sentirla raccontare, sempre e comunque.

In realtà sono tornata domenica sera. Undici ore di volo, due ore di scalo, nove ore di fuso orario. E martedì mattina ero su un treno diretto a Bologna per sentire la presentazione di un noto autore di romanzi per young adults (se volete saperne qualcosa di più, andate qui, qui e qui). Raccontarvi tutto dell’ultimo mese, compresi gli ultimi giorni, sarebbe impossibile. Raccontare Vancouver in poche righe sarebbe un delitto e un inganno. Spero di riuscire a dirvi qualcosa di questa esperienza pian piano. Vancouver è una città aspra e dolce al tempo stesso, difficile da capire (soprattutto per un’europea: l’impatto con il mondo e la cultura d’oltreoceano è stato duro per me: lo spirito dei luoghi e della gente è totalmente diverso), ricca di asperità, di grattacieli algidi, di quartieri con facciate scrostate, odorosi di curry o di pesce essiccato, di rioni che conservano ancora lo spirito dei primi insediamenti coloniali, e altrettanto ricca di oasi naturali, spiagge affacciate sull’oceano, foreste semi selvagge popolate da procioni e scoiattoli, mille giardini estremamente curati. La metà della popolazione è di origine orientale (cinesi, giapponesi e coreani), la presenza di indiani è fortissima. I “bianchi” o comunque gli europei o discendenti degli europei, sono in netta minoranza. Ma in fondo là la propria origine non conta così tanto. Tutti sono canadesi. Mille storie e tradizioni si mescolano e sovrappongono, e ne risulta un insieme stordente, e a volte un netto appiattimento culturale. Ogni tanto il ricordo dei nativi perseguita questa società multiculturale in cui i primi canadesi sembrano essere gli unici stranieri.

Ho visitato più parchi che in tutta la mia vita. Ho girovagato fra negozi vintage e eco-friendly. Ho provato la cucina di almeno cento paesi. Ho ascoltato i Rammstein quando dovevo stare sveglia a tutti i costi e Dvorak quando volevo rilassarmi in mezzo alla natura. Ho letto Mrs Dalloway per poter vedere The Hours, e ora rileggerò Mrs Dalloway perché mi ha raccontato di più di me stessa che qualsiasi altro libro. Ho incontrato tantissimi brasiliani e pochi canadesi (ma poi: chi sono i canadesi?). Ho conosciuto persone straordinarie, ma forse non sono riuscita a trarre il meglio da questi incontri. Ho condiviso la camera con una mia coetanea tedesca che mi è stata amica e maestra di vita, e che non dimenticherò facilmente.

Sono stata messa alla prova e ho imparato qualcosa di me stessa. Qualcosa che mi ha sorpresa, forse amareggiata, ma che ora è un punto di partenza per capire ancora più a fondo chi sono e cosa voglio. Mi sono scoperta più immatura di quanto pensassi, ma sono anche cresciuta. E ora sono più consapevole, forse persino più forte. E mi sento pronta alla sfida, sempre più difficile, di diventare una persona completa.

L’incontro di martedì e le lunghe chiacchierate annesse e connesse mi hanno dato diversi spunti di riflessione, oltre ovviamente ad essere stata un’occasione piacevolissima di passare alcune ore con delle persone straordinarie che ormai considero mie amiche.

Ora mi aspettano due mesi tutti per me. Sento che li saprò sfruttare al meglio. Sto buttando giù appunti. Per qualcosa. Spero che sia La Mia Cosa.

Pare che domani parto. La meta è Vancouver, sulla costa occidentale del Canada. Praticamente dall’altra parte del mondo. Quasi tredici ore di viaggio, più due ore e mezza di scalo a Londra. A dire il vero la cosa che mi preoccupa di più è il fatto di partire alle 17 e arrivare alle 18, dopo nove ore e mezza.

Primo volo transoceanico. Primo viaggio extraeuropeo. E per giunta senza genitori/parenti/amici, a parte quelli che mi farò laggiù. Una bella sfida da molti punti di vista. Un viaggio fortemente voluto e desiderato, il miglior regalo per i diciotto anni che mi si potesse fare. Un momento importante per dimostrare a me stessa di sapermela cavare, di essere abbastanza autonoma e matura da andare avanti sulle mie gambe. Ma soprattutto un’occasione irripetibile di esplorare una nuova città e un nuovo mondo da una prospettiva tutta mia.

La cosa che già mi preoccupa parecchio è proprio il viaggio. E non possono non venirmi in mente le traversate dell’oceano dei migranti italiani fra ottocento e primo novecento. Forse un parallelo azzardato, ma la mia trepidazione è tale da farmi sentire incredibilmente vicina a quei contadini del sud che partivano con pochi averi su battelli malmessi e sovraffollati, alla ricerca di un posto migliore, pieni di speranza e incertezza. Anche per me si tratta della scoperta di un nuovo mondo, e, almeno spero, di molte nuove possibilità e nuovi orizzonti, ma si tratta anche di un balzo nel vuoto, organizzato sì con cura, ma comunque pieno di incognite.

In questi giorni sto leggendo, guarda caso, La vista da Castle Rock, di Alice Munro, autrice canadese. Sentivo di dover respirare un po’ dello spirito del posto attraverso le pagine di un suo scrittore. E devo dire di aver scelto piuttosto bene: La vista da Castle Rock racconta proprio della storia della famiglia della Munro, di origini scozzesi, e del loro viaggio oltreoceano. Mi sembra di viaggiare su binari paralleli insieme a questa famiglia di poveri contadini europei, con poche risorse ma fieri e coraggiosi.

Cercherò di farvi avere mie notizie. E spero di potervi raccontare bellissime cose.

P.S. Sono ancora alla ricerca di buone letture, soprattutto per quel che riguarda la letteratura inglese.

La prima cosa da cui si capisce che oggi è un nuovo giorno è che c’è un gran bel sole. Di quelli che non si vedevano da settimane. Cielo azzurrissimo, senza una nuvola, luce limpida e tersa. Mi sembra di rinascere. Nonostante abbia ancora un po’ di ore di sonno arretrato, mi sono svegliata con un’energia tutta nuova.

Non so quanto il mio buonumore sia influenzato dai risultati referendari. Molto, probabilmente. Nonostante tutto, la notizia del raggiungimento del quorum ha qualcosa di inaspettato e incredibile. Un segno forte, soprattutto dopo le amministrative, un’espressione decisa della volontà di cambiare, e di cambiare in una direzione precisa. E se rispetto alle elezioni mi riservavo qualche scetticismo, ora sento davvero che qualcosa sta cambiando. Perché al referendum non sono in gioco le stesse logiche di partito, di destra e sinistra, e anche gli slogan e i discorsi demagogici hanno un sapore diverso, meno indigesto. Sento che questo referendum esprime davvero la volontà degli italiani, un nuovo spirito degli italiani, al di là dei meccanismi maggioranza-opposizione, delle semplificazioni ideologiche, degli interessi politici.

Qualcuno ipotizza (non solo un illustre metallaro, ma anche Napolitano su l’Espresso) che il Cavaliere abbia un ultimo asso nella manica, ancora meno legale e istituzionale del solito. Vada come vada, meglio un colpo di stato che una falsa democrazia. Almeno potremo guardare in faccia il nostro nemico, smascherato.

Passando ad argomenti totalmente diversi, ma non per questo meno eccitanti, fervono i preparativi per la mia partenza alla volta del Canada, e nel turbine degli ultimi acquisti mi sono resa conto di dover fare un piano delle letture estive. Questa è un’ardua impresa in cui vi chiedo consiglio. L’estate è l’unico periodo in cui posso affrontare letture più impegnative del solito, e porre un’attenzione particolare a quello che leggo. Perciò bisogna scegliere e valutare, valutare e scegliere.

Al di là delle letture obbligatorie di inglese e italiano (che constano di ben sei libri la cui lettura sarà sangue e dolore). Volevo leggere un bel romanzone russo (pensavo ai fratelli Karamazov, ma in effetti non ho mai letto Tolstoj, e questa è una grave mancanza) e forse un colosso francese tipo I Miserabili. Se ce la faccio, leggo tutto l’Orlando Furioso. Quindi volevo finalmente fare la mia conoscenza con la letteratura tedesca (ah, devo leggere obbligatoriamente I dolori del giovane Werther. Suggerimenti più interessanti?). E poi volevo leggere un americano: un classico o un contemporaneo? Bisogna anche tenere in considerazione che almeno gli  anglofoni vorrei leggerli in lingua originale. Poi mi piacerebbe leggere qualcosa di davvero insolito.

Insomma, un’estate intensa.

Ah, non vi viene voglia di andare a Venezia?

E’ finita.

Niente più lunedì mattina tetri e lugubri. Niente più sveglia alle sei e mezza. Niente più panico per interrogazioni e verifiche. Niente più stress di fronte a una quantità disumana di studio. Niente più ore e ore snervanti ad ascoltare le lezioni di una persona che detesti. Niente più sangue amaro per le continue vessazioni e mancanze di rispetto. Niente più preoccupazioni per programmi lasciati a metà e argomenti affrontati sommariamente. Niente più file alle macchinette del caffé. Niente più maratone di studio in compagnia di una lattina di coca cola zero. Niente più pomeriggi in biblioteca con il naso sui libri. Niente più ore di sonno arretrato e stanchezza che si trascinano per settimane e settimane. Niente più sabato sera a letto presto perché non si ha la forza per uscire di casa.

Per tre mesi.

Cos’è questo enorme senso di vuoto?

Non c’è una volta in cui mi sieda al computer alla sera e non sia tremendamente stanca. Quindi basta lamentosi cappelli introduttivi e arriviamo direttamente al sodo. Un post doppio su due argomenti di cui mi ripromettevo di parlare alla fine di uno degli ultimi post.

Mattatoio n°5. Semplicemente, il miglior libro sulla guerra che abbia mai letto. Sulla guerra, non contro la guerra, perché questo breve romanzo di Vonnegut non ha nulla di moralistico e nulla di didascalico: è la più schietta e disarmante, per quanto non convenzionale nella forma, testimonianza sulla seconda guerra mondiale che abbia mai letto. Una testimonianza che lascia ai lettori trarre le proprie conclusioni liberamente. Mattatoio n°5 è quel tipo di libro che ti colpisce alle spalle. Pensi di star leggendo uno strambo e surreale romanzo di fantascienza, e di pagina in pagina ti rendi conto, con sorpresa e disappunto, di aver di fronte tutt’altro. Pensi che il tono dell’autore sia ironico e “postmodernista” e piano piano ti rendi conto che si tratta invece di una voce amarissima, piena di consapevolezza e attonito dolore. Quell’innocuo volumetto di spiccia fantascienza si trasforma sotto i tuoi occhi in una disincantata e terribile riflessione sulla natura umana, sul destino, ma soprattutto sulla guerra, sul suo (non)senso. Il bombardamento di Dresda è uno degli episodi più dolorosi e appunto per questo meno conosciuti della seconda guerra mondiale, e Vonnegut ne è stato testimone. Ma Mattatoio n°5 non è (solo) un memoir: balza costantemente dal particolare all’universale, dal surreale all’iperreale, con una levità e una scioltezza che nasconde non solo una macchina narrativa sorprendente, ma soprattutto un’intelaiatura ideologica, una riflessione, di profondità e veridicità sconvolgenti. Mattatoio n°5 è ingannevole come una vipera nascosta in un prato fiorito. Scorre via leggero e divertente, e intanto ti instilla veleno: con richiami interni, frasi incisive, immagini suggestive, ti racconta di quanto la guerra sia un orrore disumanizzante ma inevitabile, di quanto l’uomo sia impotente, di quanto il suo affannarsi sia vano. Così va la vita. Tutto è già scritto, ma nessuno si rassegna.

Cambiando argomento: volevo ricollegarmi a questa serie di post e alle riflessioni dell’autore del blog riguardo alla coscienza storica delle nuove generazioni. Lui trae delle ottime conclusioni in questo intervento, e io non ho molto da aggiungere, se non il mio punto di vista. Una volta tanto, mi accorpo alla massa dei “giovani” e ammetto di non avere nessuna consapevolezza della nostra storia più recente. Parlo di consapevolezza, non di conoscenza. Perché qualcosa ho studiato, qualcosa ho sentito, qualcosa ho letto sugli ultimi cinquanta anni. Ma non per questo ne so qualcosa. E’ come se fossi completamente incapace di capire il passato più recente. Già districarsi nella storia più antica è un’impresa non facile, ma è come se la storia fino alla fine dell’ottocento fosse già digerita, elaborata, interpretata, pur nella sua complessità e contraddittorietà. E’ decisamente più facile farsene un’idea generale. Invece il passato più recente è semplicemente incomprensibile. Ogni volta che tento di capirne qualcosa mi trovo di fronte o a un guazzabuglio di eventi e dati collegati da labili nessi e spesso di incerta veridicità, o a interpretazioni critiche che lasciano più spazio al dubbio e alla molteplicità che a una visione complessiva e unitaria. Il motivo di questa difficoltà sta certamente nella comunicazione, nel fatto che non esiste più una collettività che trasmette il sapere in una forma già interpretata. Ma io ho anche un’altra sensazione: che noi non riusciamo a superare il nostro passato più recente: non riusciamo ad affrontarlo, e quindi a interpretarlo e capirlo, in un certo senso a chiuderlo. E’ come se fosse troppo sconvolgente e torbido. Ma soprattutto come se il presente fosse ancora troppo legato al passato, impregnato dai suoi miasmi e impantanato nelle sue acque paludose, per prenderne le distanze e capirlo.

Sento sempre di più che a causa di questo gap storico la mia identità come persona è come monca, fragile.

Deliri del venerdì sera. Sapete che non dovete prendermi sul serio, vero?

Ma come si fa in questo momento a non credere almeno per un attimo che le cose stiano davvero cambiando? Che si possa voltare pagina. Che la misura sia ormai colma. Che la gente non si faccia più ingannare. Che gli italiani ricerchino ormai modelli diversi. E che siano stanchi, disgustati, esasperati. Che gli stessi italiani abbiano anche voglia di costruire un futuro nuovo, di mettersi in gioco, di affrontare i problemi.

Forse perché questo articolo puzza terribilmente di semplificazione.

E questo discorso olezzi di demagogia.

Ma come si fa a non sentire aria di cambiamento? Di speranza? Nonostante tutto, le parole stanno cambiando. Dalla rabbia all’entusiasmo. Dall’eterna sconfitta a un primo sentore di vittoria.

Non stiamo imboccando la strada giusta, questo no. Ma forse abbiamo scelto un’alternativa diversa.

Think Viola

Violattitudine

Un blog poliedrico e indefinibile quanto la sua autrice: una diciottenne, studentessa, normalmente atipica, con mille interessi e un bisogno costante di ore supplementari; una ragazza alla ricerca di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo. Queste pagine sono la finestra da cui guarda il mondo: un luogo dove affrontare le piccole questioni della quotidianità, dare spazio e parole alle proprie passioni, e allo stesso tempo cercare di comprendere ed interpretare la complessità del presente. Un contenitore di pensieri, riflessioni, analisi, impressioni, suggestioni, immagini. Uno spazio web dove cercare confronto e dibattito. Ma soprattutto uno zibaldone senza regole, limitazioni e confini.

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